Cosa hanno rappresentato e rappresentano le jam nella scena hip-hop Italiana? Abbiamo voluto raccontarvele sotto tre punti di vista grazie anche ad Ape e Mdj+, ripercorrendo le emozioni di questi “tour unofficial”.

Il 2000 fu l’anno della mia prima jam. Era estate e la trascorrevo a Giulianova, un paese in provincia di Teramo. Una sera scoprii che nella piazza principale del paese vicino si sarebbe tenuto un evento rap, dove avrebbero dipinto, fatto djset con mc’s pronti a spaccare i woofer, sputare rime sopra gli scratch e su basi allucinanti con ritornelli che ti sarebbero rimasti in testa per giorni.

Io con i miei baggie a vita bassa e il mio top della Broke che lasciava l’ombelico scoperto presi il treno e mi recai alla jam. Appena arrivata rimasi letteralmente folgorata dall’energia pura che si percepiva nell’aria, quella spensieratezza e voglia di spaccare che trasudava dai volti degli mc e dei writer che partecipavano alla serata.

L’inizio del nuovo secolo ha segnato definitivamente la mia passione spudorata per la doppia H: io ero una ragazzina che stava scoprendo un mondo nuovo fatto di throw up, di rime, di scratch e di b-boy che ballavano al ritmo del boom cha. All’epoca non esistevano i social e gli eventi su Facebook erano ancora impensabili. Esisteva però il passaparola, i ragazzi che giravano per la città con i flyer dell’evento (realizzato rigorosamente a mano da qualche writer del posto) che distribuivano alle persone che incontravano per le strade. In quel periodo era molto più facile riconoscersi, i baggie con felpe enormi e i cappellini ci contraddistinguevano, ci facevano essere parte integrante di questa cultura, diversificandoci dalla massa.

Ho ancora in mente quell’estate, il ricordo del sapore dei treni di notte che prendevo in ritorno dalle jam più disparate e lontane, delle serate a fare cerchio in piazza nei paesi dai nomi più sconosciuti e i freestyle fatti su spiagge vuote e silenziose.

Jam rap italia
Io ad una jam a Giulianova (TE).

Ogni genere musicale si evolve e prende direzioni diverse da quelle che erano le sue radici. Il rap, che era legato a un sound e a un flow molto black con contaminazioni funk, disco e soul non fa di certo eccezione. Noi fautori e appassionati di questa musica ne dobbiamo prendere atto, per crescere insieme a lei e ai cambiamenti che possono essere più o meno di nostro gradimento. A prescindere da queste mutazioni, chi ama davvero questa cultura dovrebbe rimanergli fedele, o per lo meno essere riconoscente per quello che ci ha dato fino a oggi, soprattutto per le emozioni che negli anni ci ha fatto provare e vivere. E di emozioni per questa musica ne ho provate molte; l’ho sempre considerata una parte fondamentale della mia adolescenza e mi fa sentire tutt’ora coinvolta.

Mi piace spesso ricordare quando quelle emozioni erano vive e intense, quando l’hip hop era una cosa per pochi, e nelle città i locali dove lo pompavano si contavano sulle dita di una mano. Le jam sono un po’ il simbolo di questo incredibile bouquet di emozioni. Le major non erano ancora pronte per questa musica e le radio trasmettevano altri sound, altri pezzi, ritenendo che il mercato non fosse fertile per questo genere. Il nostro mainstream era la strada.

Come scrisse Mdj+ nel suo Street libro Spregiudicati:

“L’Hip Hop sono strade bagnate che respiri al buio, sono treni merci che corrono sui binari caldi delle notti d’estate, sono viaggi senza ritorni garantiti, sono sfide giocate sempre a livello estremo”

L’Hip Hop è ispirazione. Un’arte che non è solo musica ma anche cuore, è passione ma anche disperazione.

Il 2000 però non è stato solo importante per me ma anche per la musica rap sia italiana che americana, Esa con Gente Guasta pubblicava La grande truffa del rap rappando una delle mie barre preferite “chi non segue il gregge sa leggere tra le rime, aggiungo un altro pezzo l’HH è un mezzo non un fine”.

Lotta Armata era in rotazione nel mio stereo ed ogni volta che l’ascoltavo entravo sempre più in fotta per questa musica, la sentivo sempre più mia, era diventata una cosa unica con il mio stile di vita. Secondo me, si può definire il pezzo più hip-hop e guerrigliero di sempre perché ti trasmetteva la vera essenza di questa cultura. Sempre in quell’anno in America Eminem si faceva strada con The Marshal Matters LP.

In questo grande movimento di beat ed evoluzioni artistiche, le jam rappresentavano una sorta di tour unofficial, il vento del cambiamento, un nuovo modo di vivere l’esperienza dell’hip hop italiano. Da quella locale organizzata nella piazza del comune alle realtà più composite, ogni jam ha raccontato una parte del grande quadro dell’hip hop nazionale.

Abbiamo citato Spregiudicati di MDJ+: proprio a lui abbiamo chiesto una fotografia di quello che è stato.

«Ogni jam era un viaggio, un’esperienza da vivere, una scoperta dell’Italia, delle piazze, della musica, delle persone. Ogni jam erano treni e orari, coincidenze mancate, notti in stazione.

L’hip hop, per come l’ho conosciuto io, aveva la sua casa qui, nel piazzale di un comune perso nella pianura, negli spazi industriali concessi dalla provincia, in strutture create ad hoc, quando si parlava di date imperdibili, di quelle grosse.
La jam era tutte le quattro arti. C’erano le line up della sera, ma prima i microfoni aperti, gli showcase dei gruppi locali, le tracce rappate da chi sognava di farcela. C’erano i writer, l’odore della vernice, dell’acrilico, il rumore delle biglie delle bombolette. E poi c’erano i pezzi su cui i breaker ballavano. C’erano i dj. C’erano quelli che si inventavano qualcosa, c’erano i demo venduti a quattromila lire, con le copertine stampate in bianco e nero e ritagliate a mano. Ma soprattutto c’era una voglia di fare, di sognare, di farsi un futuro che non aveva pari.

Eravamo un’armata di gente che sparava la pace, prima ancora che le jolle diventassero la colonna sonora ufficiale di ogni incontro, prima ancora che tutto si riducesse alle views su Youtube.
Era un mondo parallelo, ma bello. Dove ci si innamorava, dove ci si conosceva, dove ogni cosa era speciale.»

Salire sul palco di un posto a caso, con le proprie tracce, con la propria idea di rap. Proprio come Ape, vero e proprio local hero negli anni caldi delle jam, che abbiamo voluto intervistare per completare il lavoro con una testimonianza dalla prospettiva del palco.

Qual è il tuo primo ricordo di una jam?
«Il primo ricordo è un Juice ad Ancona se non sbaglio del 1994. Prima trasferta e notte passata sotto al palco. Molto writing e breaking, ricordo che c’erano Neffa, Bassi, Word e un tot di gente del periodo che oggi è scomparsa.»

Da MC, che differenza trovavi tra suonare in un locale e suonare in una jam?
«Suonare a una jam significa suonare di fronte a un pubblico più competente o che comunque è lì apposta per sentire il rap quindi hai più fotta di dimostrare che non di intrattenere. In un club la gente ci arriva per divertirsi e l’approccio al live è diverso. Ricordo una jam a Celle Ligure, se non sbaglio nel ’95, dove andai con Tuno. La situazione freestyle era monopolizzata da un paio di MC “localz” ma Esa mi diede la possibilità di salire, non ero nessuno, non mi conosceva nessuno ma avevo fame ho spaccato e da lì non ho mai smesso!»

Cosa ti ha lasciato, in termini artistici e di background, l’esperienza delle jam in Italia?
«L’approccio di creare le condizioni perché le cose succedano piuttosto che aspettare che le facciano altri. È quello che manca oggi ed è il motivo per cui c’è un divario enorme tra mainstream ed underground. Nel mainstream ti chiamano per suonare perché hai un booking o un manager; nell’underground funziona allo stesso modo e questo è sbagliato. Chi sta nell’underground dovrebbe avere l’approccio di organizzarsi e crearsi le situazioni. Se lo facessero più artisti ci sarebbero molte più occasioni per tutti.»

Secondo te, a livello sociale, le jam hanno fatto la differenza in termini di integrazione e coinvolgimento?
«Hanno fatto la differenza perché erano delle occasioni di aggregazione. Arrivavano persone da tutta Italia per comprare i dischi e vedere i live di artisti che magari uno idolatrava ma che per il grande pubblico erano dei perfetti sconosciuti. Tanti legami che ancora oggi sono molto solidi li ho creati in quelle occasioni.»

Da artista, pensi che i tempi delle jam siano andati o si tratta di un fenomeno che può tornare in auge?
«Io penso che ci sia ancora spazio. Anche perché siamo in un periodo di vera riscoperta del sound anni 90, quindi sicuramente c’è spazio anche per le jam. Ad aprile avrò il piacere e l’onore di partecipare all’Under Fest organizzato da Moder e quella secondo me è l’evoluzione della jam, perché il concetto di base è lo stesso.»

Le Jam sono un  MUST HAVE per chi ama questa musica. Sono state e continueranno ad essere dei centri di aggregazione e di intrattenimento, con l’intento di consolidare e di diffondere una “cultura” urbana in uno spirito di condivisione tra i vari linguaggi dell’hip-hop.

Dal 2000 ad oggi, grazie alle jam, ho viaggiato per tutta l’Italia. Ricordo ancora il BBoy Event a Bologna che si svolgeva a settembre, così come l’Incompatibile o il Da Bomb a Roma. Potrei davvero stare qui ad elencarne fino a domani…

Molto presto, però, potremmo partecipare ad un evento unico e importante. Varrà assolutamente la pena andarci. Vedrà la partecipazione di grandissimi artisti tra cui: il producer di Detroit Apollo Brown (1980), che ha attualizzato il suono della golden era, si esibirà insieme a Rapper Big Pooh venerdì 19 aprile. Inoltre, tra gli eventi speciali c’è anche quello legato a Dead Poets 2: il beatmaker romano Dj FastCut (1986) presenterà dal vivo il suo ultimo album dando vita al cypher più numeroso mai andato in scena ad Under Fest, visto che si tratterà dell’unica data in cui saliranno sul palco Sgravo, Wiser, V’aniss, Vashish, Kiave, Easy One, Cui Prodest, Hyst, Atpc, 16 Barre, Phedra, Leslie, Tmhh, Ape, Zampa, Lord Madness, Drimer, William Pascal, Mattak & Funky Nano (Poche Spanne), Brenno, Royal Damn & Danny Beatz e altri ospiti speciali.

Si tratta dell’Under Fest VI: un festival Hip-Hop underground che si svolgerà dal 18 al 20 aprile presso il Bronson Club di Ravenna, la cui direzione artistica è curata dai rapper Moder e Kenzie.

Prendete il treno e troviamoci tutti sotto al palco. Sono certa che non ve ne pentirete.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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