Ci sono due tipi di artisti nell’industria discografica attuale. Quelli che sin da subito accettano con serenità di essere pedine al soldo del dio denaro e che, con questa consapevolezza, sono incredibilmente quelli che spesso regalano grandi guizzi di genialità, e poi ci sono gli altri. Quelli che amano farsi chiamareartisti”, quelli che imbroccano solitamente il primo disco e che ti fanno sperare che forse non saremo costretti ad ascoltare solo trapper lobotomizzati, quelli che non vogliono farsi chiamare “rapper” perché sanno già che dal secondo disco la Major li costringerà a fare paraculate tali che a confronto Cristina D’Avena sarebbe stata la frontman degli Slayer. Quelli tipo Rkomi. 

Per carità, il suo primo disco “Io in terra  non è che fosse “Illmatic” ma era sicuramente uno dei pochi esempi di artista giovane e tecnico che ci faceva ben sperare per un futuro non completamente oscurato dall’analfabetismo di ritorno di questa Italia 2019.

È uscito lo scorso 22 Marzo “Dove gli occhi non arrivano” il suo nuovo disco e con tutte le buone intenzioni si fa davvero fatica a parlarne bene. Sarebbe stato probabilmente un buon lavoro per chiunque altro, ma considerato il talento dell’artista in questione è la delusione a farla da padrona. L’avremmo dovuto probabilmente intuire da quel titolo a metà strada tra un Bacio Perugina e un sms di Federico Moccia. È un peccato che ora mai Facebook sia usato quasi esclusivamente da 60enni rincoglioniti, perché “Dove gli occhi non arrivano” l’avrei visto benissimo come versione 2.0 di quel “Tu chiamale se vuoi emozioni” con cui shampiste e cassiere di tutta Italia chiamavano l’album con le foto delle vacanze estive. 

Si fa fatica ad accettare che il talentuoso cantautore di “Origami” e “Verme”, tanto per citarne due, sia lo stesso che a distanza di un solo anno si è presentato con un disco dove Jovanotti è probabilmente il featuring più Hardcore e dove la copertina ricorda un “Cioè” visto anni fa a mia sorella con in copertina Dylan di Beverly Hills (rip).

Nella nuova generazione di artisti italiani c’è un’insaziabile voglia di essere le nuove “Paola e Chiara”. Lo si capisce dalle nuove uscite e dalla parabola che la carriera di tutte queste nuove leve finisce inevitabilmente per prendere dopo un paio di singoli fatti come si deve. 

Incredibile ma vero però, proprio mentre sull’autobus le mie povere orecchie venivano vessate senza ritegno dalle trombette di “La U”, palesemente ispirate a “Mooseca” di Enrico Papi, mi è venuta in mente una persona, il mio miglior nemico: Il Lucia.

Sì, perché bisogna essere onesti, se un disco come questo lo avesse fatto Fedez o J.AX saremmo andati sotto casa con le pietre. Dato che però ormai sparare sui dischi di Miss Federico è diventato più facile che sparare sui tedeschi coi sandali, sarebbe ora che pubblico e giornali di settore si iniziassero a indignare per tutti questi stronzi che partono dal rap, si presentano come liricisti del futuro e poi ai primi due peli di figa finiscono a fare serenate che manco Ramazzotti. Ci spezzate il cuore.

Ho letto con piacere la recensione di Noisey di questo disco. L’autore (Elia Alovisi) sostiene che Rkomi era 

il giovane portento del rap che piaceva anche ai vecchi. Seguendo questa logica, Dove gli occhi non arrivano è una ciofeca. Ma questa logica è schiava delle divisioni, della polemica, della chiusura mentale. Trova nelle regole una sicurezza o, più semplicemente, si accontenta di mangiare sempre la solita minestra.

Può essere o “po esse” come dice er magico Fabione Caressa, il dubbio che io stia diventando un giovane vecchio rompicoglioni che si lamenta di tutto e tutti è abbastanza forte. Magari ha ragione Noisey, magari siamo limitati e non sappiamo vedere il futuro. 

Oppure… oppure c’è chi con sti articoli ci deve mangiare e che quindi deve cercare del buono sempre e comunque. Quelli che anche quando trovato il coraggio di azzardare una critica, devono sempre trovare un modo per sviolinare in simultanea. Altrimenti gli inviti ai party esclusivi di presentazione del disco non arrivano più.

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