Tenebra è la notte, pubblicato lo scorso gennaio, si presenta come un progetto valido ed interessante che, per gli appassionati del genere, rappresenta o può rappresentare uno dei lavori più interessanti usciti finora. Proprio sulla base di ciò si sono scambiate quattro chiacchere con Murubutu, alla ricerca di retroscena nascosti dell’album.

Diciamo che il pubblico che mi segue non è un pubblico necessariamente colto ma è una costituito da persone curiose; mi arrivano centinaia di messaggi di approfondimento e questo può fare solo piacere. Non c’è male nell’essere ignoranti ma c’è male nell’essere apatici, nel non avere interesse. Il mio rap poi è fatto per questo, io voglio portare un’emancipazione culturale nelle generazioni che mi ascoltano, sia dal punto di vista contenutistico che da quello lessicale. Quindi trovo corretto che il pubblico mi ascolti e se non gli piace e non conosce approfondisce.

Devi capire che io non sono esattamente uno scrittore, mi piace scrivere poesie, storie, ma non ho mai fatto ciò in modo sistematico. Molte persone pensano che il fatto di scrivere storytelling sia come scrivere racconti, ma non è la stessa cosa. Penso sinceramente che scrivere racconti sia molto più difficile, poi magari trovi scrittori non in grado di fare canzoni. Poi c’è da dire che io sono ancora innamorato della musica come medium e della cultura Hip-Hop e quindi, per ora, mi trovo davvero bene nell’utilizzo di questa forma espressiva.

Il mio è un intento divulgativo ovviamente, quindi se a scuola divulgo la cultura e la spiego cerco di fare lo stesso sul palco. C’è uguale rapporto con la cultura per me in entrambe le situazioni.

Certo, infatti un mio intento è quello di scardinare lo stereotipo dell’immaginario condiviso. Il mio obiettivo è sradicare il genere dagli stereotipi che lo castrano, relegando il genere a musica per ragazzini con stereotipi lontani dalla realtà.

È una scelta fatta per dare importanza al potere della notte, che già dall’antichità era identificata non solo come una fase di passaggio ma una divinità con un identità propria. Volevo evidenziare l’importanza di questa dimensione non solo a livello spaziale ma anche temporale.

Devi sapere che mi sono trovato ad avere un piccolo tesoretto: le accapella delle grandi penne quali Rancore, Ghemon e Dargen D’amico. Che, senza farlo di proposito, avevano tutti come comune denominatore le stelle. Quindi mi sembrava bello inserirle tutte nello stesso pezzo, che parlava del rapporto che ha l’uomo con le stelle. Questo inoltre sta anche nella volontà mia di ricondurre nell’album grandi penne non presenti nel progetto attraverso featuring.

Non c’era, nel momento della creazione del pezzo, la volontà di dare alla nostra collaborazione un significato simbolico. Per me Caparezza è un punto di riferimento in quanto è stato il primo che è riuscito a portare ad un pubblico vasto contenuti, spesso e volentieri assai complessi con un lessico altrettanto complesso. La collaborazione è nata semplicemente poiché lui stesso ha dedicato numerosi brani alla luna e mi pareva, di conseguenza, l’artista adatto per trattare questo argomento.

Come hai detto tu fa parte di un gruppo, all’interno dei miei brani, di testi che hanno una tematica fortemente storica. Il motivo sta, sia nel fatto che i segni storia, cosa che mi stimola tantissimo sia perché sono tutt’ora un forte assertore del rap didattico. Tanti colleghi infatti mi chiedono i testi per utilizzarli a scuola.

Per quanto Dutch e Willie siano ora più vicini all’indie che al rap, loro nascono come rapper. Io li conosco da un po’ di tempo e c’era da sempre l’idea di fare un pezzo assieme. Sono dell’idea che, anche se alcuni artisti hanno cambiato genere, possono mostrare di essere ancora bravi nel fare rap, un esempio sono le 64 Bars di Frah Quintale.