Dopo un recente articolo di Rolling Stone sulla progressiva scomparsa della politica dalle tematiche affrontate dal rap italiano, l’interrogativo si è allargato a macchia d’olio tra diversi addetti ai lavori. Senza concentrarsi su un paragone con la scena americana – fuori luogo e piuttosto insensato per una miriade di ragioni – è davvero così? Non c’è più questo tipo di componente nelle liriche degli artisti del belpaese?

La risposta è più complicata di quanto si pensi – e di quanto quel famigerato articolo lasci intendere – e richiede innanzitutto una riflessione su ciò che viene considerato politica in musica. Ascoltando l’ultimo disco di Willie Peyote, ad esempio, è impossibile non cogliere determinati messaggi di natura politica. Attenzione, non nel senso puramente partitico o istituzionale, sebbene non manchi qualche riferimento tutt’altro che velato. No, in Sindrome di Tôret l’autore sabaudo si è cimentato in qualcosa di ben più difficile del limitarsi a spalare merda sulla classe politica italiana. Lo sforzo profuso è quello di cercare di lanciare un messaggio in grado di formare la cittadinanza politica (soprattutto quella futura) puntando a rafforzare la coscienza civica dell’ascoltatore.

Sindrome di Tôret non è però un disco pedagogico, non mira a quest’obiettivo tramite una sequela di brani impostati come una lezione di catechismo o un corso di educazione civica; Willie Peyote cerca di far aprire gli occhi all’ascoltatore, di affinare lo spirito critico attaccando e smascherando in maniera spudorata le ipocrisie della nostra società.

Nel definirlo “un concept album per una società senza concept”, un mio collega mi ha portato a riflettere sul nucleo principale del disco: squarciare quel velo di qualunquismo e finto perbenismo che infesta e ovatta il nostro paese, talmente ricolmo di contraddizioni e clichè da non esserne neanche più consapevole. Come aggiunto da Willie nella nostra intervista, luoghi comuni e contraddizioni fanno parte della vita di ogni essere umano – come racconta in C’hai ragione tu – eppure negli ultimi anni questa sembra essere diventata una scusa per evitare completamente di provare a migliorarsi. Il piattume e la mediocrità generale sono diventate le scuse perfette per smettere di sforzarsi, per rinunciare a provare a migliorarsi. Oggi spesso e volentieri si parla Avanvera – guidati in questo da totem televisivi e figure pubbliche dai dubbi orientamenti morali; la politica sembra aver assunto una dimensione provinciale anche a livello nazionale, chiedendo agli elettori di dare fiducia a chi sembra più acqua e sapone, non a chi porta programmi convincenti (Portapalazzo); persino la musica, forma d’arte incline al mutamento e all’avanguardia da sempre, in Italia sembra sempre più incline a chiudersi in bigottismo e conservatorismo, bollando qualunque innovazione come errore di percorso (Vilipendio).

In uno scenario simile, bombardato da Willie Peyote con la solita dose di intelligenza, sarcasmo, ironia pungente e sagacia, c’è comunque spazio per uno di quei pochi sentimenti che sono rimasti più o meno puri. A differenza di Educazione Sabauda, questa volta il rapper prova a mettersi in gioco anche con un tema apparentemente fuori dalle sue corde abituali, le cosiddette love song. La banalità ovviamente non gli appartiene neanche in questo caso: il racconto di una relazione, la lotta intestina dei sentimenti si intreccia a quella che sembra un’attività di profilazione della relazione tipo nel XXI secolo (Le chiavi in borsa, Ottima scusa). Confusione, fretta, impulsività, voglia di crederci e paura di rimanere delusi sono sensazioni familiari a tutti, che sollevano un turbinio di dubbi a tratti disarmante; nonostante ciò, la voglia di provarci è ciò che alla fine la spunta, sebbene con cautela (Giusto la metà di me).

Sindrome di Tôret scorre meravigliosamente, intervallato da skit e spezzoni di spettacoli di stand-up comedy – grande influenza su questo lavoro, come ammesso dal rapper piemontese – che strappano una risata, a tratti amara, a tratti di gusto. Gli spunti di riflessione non si rivelano mai pesanti, con la capacità però di attecchire in maniera inconsapevole: dopo diversi ascolti vi ritroverete, quasi per caso, a pensare a tanti degli argomenti narrati dai brani. Vi troverete d’accordo con la prospettiva di Willie Peyote, vi vergognerete dell’essere protagonisti di clichè e atteggiamenti deprecabili, vi ritroverete a sorridere ripensando a qualche rima in particolare: il tappeto sonoro cucito da Frank Sativa e dal resto del team sabaudo vi faranno compagnia molto a lungo, a dispetto della frenesia del mercato musicale di oggi.

Spesso e volentieri odiamo chi cerca di insegnarci qualcosa, a maggior ragione se cerca di farlo per mezzo di luoghi comuni in musica. Willie Peyote ha trovato la formula vincente: non ci insegna nulla, demolisce davanti ai nostri occhi (e orecchie) i comportamenti e gli atteggiamenti peggiori dei nostri tempi. La possibilità di cambiare, però, rimane nelle nostre mani: più di così Sindrome di Tôret non poteva (e doveva fare), e va benissimo.

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