Mr Jacques Berman Webster II, al secolo noto come Travis Scott, è, fin dalle sue prime apparizioni sulla scena hip-hop internazionale (risalenti al 2013, col primo mixtape Owl Pharaoh), un pioniere, un artista che ha sempre voluto rinnovarsi di progetto in progetto, riuscendo ogni volta a spostare l’asticella un po’ più in alto, dando nuova spinta e nuova linfa alla musica urban in generale.

Da Sin city, uno dei primi feat accreditati in Cruel Summer – compilation/evento/progetto discografico a 360* dell’etichetta GOOD MUSIC – si era capito come il ragazzo di talento ne avesse. Non rimaneva che aspettare un banco di prova più consistente (ad esempio il primo progetto solista) per capire se ci trovavamo di fronte la classica meteora che si sarebbe bruciata nel giro di pochi anni, o un artista che avrebbe cambiato radicalmente la scena. E, visto che siamo qui per recensire il suo terzo, nuovo album, direi che proprio una meteora non è stata!

Se con Rodeo il nostro si era fatto conoscere più per l’attitudine casinara, tutta lustrini e paillettes, basti ricordare Night Call con Swae Lee e Chief Keef o 3500 con Future e 2Chainz, già Birds In The Trap Sing McKnight era più un orientato verso un melting pot di generi, non indirizzato verso un disco omogeneo. Le due super hit di quest’ultimo disco, l’estiva Pick Up The Phone (feat. Quavo e Young Thug) e la più cupa Goosebumps – feat Kendrick Lamar, che ha battuto il record di volte in cui una canzone è stata riprodotta ad un concerto (ben 14!) – hanno cavalcato le charts di tutto il mondo, ma nel complesso Birds è sembrato un esperimento riuscito a metà, con alcuni azzardi molto apprezzati (come l’incalzante The Ends, in cui appare addirittura Andre 3000) ed altri facilmente dimenticabili.

E dopo tanto parlare – addirittura il titolo del disco fu annunciato a maggio ’16 – finalmente lo scorso 3 agosto è stato pubblicato da Grand Hustle Rec. Astroworld. Anticipato dal singolo Butterfly Effect, l’album vede la creme della scena USA accreditata: Kid Cudi, Frank Ocean, Drake, The Weeknd, James Blake, Swae Lee, Gunna, Nav, 21 Savage, Migos, Juice WRLD, Sheck Wes e Don Toliver. Anche per quanto riguarda le produzioni, Travis si è affidato solo all’elite: Mike Dean, l’onnipresente Exec Prod che tutto quel che tocca trasforma in oro – c’è lui dietro l’ultimo capitolo di CULTURE, oltre agli ultimi progetti di Kanye – e, come se non bastasse, la lista include anche Allen Ritter, Hit-Boy, WondaGurl, Tay Keith, Frank Dukes, Sonny Digital, Thundercat e Tame Impala.

Concluse finalmente le info generiche sul disco, vi chiederete sicuramente cosa ne pensa il sottoscritto (e se non lo fate, siete delle brutte persone ??). In un anno che possiamo considerare come uno dei più produttivi (Eminem, Drake, Lil Wayne, Migos, Good Music) avrà Travis Scott sfornato un prodotto che ha ribaltato il panorama musicale e messo in fila tutti i vari contenders? Proviamo a rispondere di seguito…

L’elenco dei produttori lo abbiamo fatto poche righe sopra: abbiamo visto quanto fosse variegata ed eterogenea la lista, tanti producers e l’alto rischio di avere un suono totalmente scollegato durante l’arco dell’ascolto. Eppure…

EPPURE IL DISCO SUONA WOW (parafrasando il buon vecchio Marracash, dal disco omonimo)! Ciò che emerge col passare degli ascolti è che, dopo due tentativi non riusciti a pieno, Travis stavolta ha fatto centro: voleva quel suono e quel suono ha trovato, lungo tutte le 17 tracce non c’è un episodio fuori posto. Se il punto più alto lo troviamo con la malinconica STOP TRYING TO BE GOD (in cui troviamo addirittura la fisarmonica di Stevie Wonder a districarsi tra le voci di Scott e di James Blake), è stato molto utilizzato il beat switch.

Tecnica che in Italia abbiamo visto spesso usata da Big Joe (24hrs sono nell’ultimo disco, Memory), consiste nel variare una (o più volte) il beat all’interno della stessa canzone: la troviamo subito, nella opening track STARGAZING, da 30 Roc, ma in modo ancora più massiccio viene utilizzata nella terza traccia, SICKO MODE prodotta da Hit-Boy. Il tappeto sonoro viene addirittura cambiato tre volte, ed in tutte e tre Travis (con l’aiuto di Drake) ci viaggia come se nulla fosse.

Non mancano anche qui le produzioni più prettamente trap, chiaro esempio WHO? WHAT! opera di Cardo – la canzone sembra palesemente estrapolata da CULTURE II, e non può essere un caso che ci siano i ragazzi di Atlanta come feat – ed ancora di più NO BYSTANDERS di WondaGurl, impossibile non iniziare a saltare compulsivamente!

Nel complesso l’impronta che è stata data vira su delle atmosfere psichedeliche, molto conscious e lontane dalla attuale trap americana; Travis ha alzato l’asticella ad un livello molto alto, paragonabile a niente uscito nell’ultimo periodo. Di questo gli va dato atto, risultando probabilmente a livello di suono AOTY.

She keep my dick jumpin’ up, feel like I’m Moby

I’m way too gold for this beef, feel like I’m Kobe

I trick metrici sono stati da sempre un must per Travis. Anche in questo Astroworld sono contenute parecchie chicche, come quella di cui sopra, in cui viene riportata alla mente, nella prima strofa, l’iconica cover dell’album Play di Moby, del 1998; mentre nella seconda possiamo intendere Kobe sia come il prelibato tipo di carne giapponese (beef allora viene inteso appunto come carne), ma anche in riferimento al celebre Black Mamba Kobe Bryant, il numero 24 gialloviola (purple-gold, appunto..) dei Lakers.

Resta però il fatto che, rimanendo sul mero piano delle lyrics, il disco è debole: non andiamo molto oltre al concerto trito e ritrito dell’avercela fatta e del realizzarsi, salvo un paio di passaggi più “romantici”.

Nel primo, WAKE UP, troviamo l’ennesima collabo con The Weeknd. Abel approccia il rit in modo sobrio, con un sottofondo un riff di chitarra, tipo così:

I don’t wanna wake up?I want you spread out on the sheets

Said her pussy so good?And her pussy so sweet, oh

L’ultima variazione sul tema la troviamo in chiusura del disco: COFFEE BEAN è lì a ricordarci che Travis ha un cuore, ma in modo più significativo ha una relazione che è sotto gli occhi di tutti, quella con la top model Kylie Jenner. Un momento intimo, e si nota subito il cambiamento col resto del disco già dal boom-bap del beat, più consono ai canoni hip-hop.

Il ragazzo si fa apprezzare sempre più coi cambi metrici, a livello di flow sono incredibili i cambi di ritmo (sarò noioso, ma SICKO MODE è da far sentire e risentire a tutti), ma non è il classico disco pregno di contenuti che una fetta di pubblico potrebbe cercare. Se invece siete degli amanti dei giochi di parole e della fluidità del flow, siete arrivati nel posto giusto!

That’s what it’s going to sound like, like taking an amusement park away from kids. We want it back. We want the building back. That’s why I’m doing it. It took the fun out of the city.

ASTROWORLD ha una doppia chiave di lettura. Da una parte, Travis ha voluto consegnare un lascito alla sua città natale, Houston, Texas.

Città nota per la sua industria aeronautica, denominata anche Space City grazie al fatto che la NASA ha sede qui, vi era situato un enorme parco giochi che ha dato il nome al disco, Six Flags Astroworld appunto. Parco divertimenti che è stato demolito nel 2005, e l’area è tuttora vacante, cosa che ha lasciato Mr. Scott parecchio malinconico e deluso, tanto da pronunciare le parole riportate sopra. Un parco che portava felicità e gioia ai bambini, e che al momento non esiste più… Dall’atmosfera del disco trasuda questo sentimento di tristezza, in una traccia in particolare: 5% TINT (dove troviamo campionata Cell Therapy della Goodie Mob, storico gruppo di Atlanta). Già dal primo secondo di beat ci troviamo catapultati in una atmosfera da Freak Show (4 stagione del franchise televisivo American Horror Story), martellante ed inquietante come in una puntata ideata da Ryan Murphy.

La traccia si chiude con degli echi spettrali che ti rimbombano in testa fino alla traccia successiva, e qui troviamo il secondo punto di vista del disco: il viaggio dentro questo parco divertimenti è anche un percorso dentro la nostra mente, vagando nei meandri più inconsci ben rappresentati da alcuni suoni, alcune produzioni…

Quanti dei vostri rappers, trappers – o qualsiasi altro termine vogliate usare nel 2018 – preferiti è riuscito a creare un album di questa portata?

Curata nei minimi dettagli, a tratti addirittura potremmo definirla maniacale: Travis non lascia nulla al caso. Dallo snippet dell’album – con in sottofondo STARGAZING – con colori freddissimi e temperature sottozero, al recentissimo video di SICKO MODE, coloratissimo e pieno di belle donne, fino al folle, visionario, criptico, anche parecchio ignorante clip di STOP TRYING TO BE GOD, con un Travis in versione Khaleesi, sono tre clip di proporzioni quasi cinematografiche.

L’artwork del disco è affidato nientedimeno che al fotografo di fama mondiale David LaChapelle, che ha installato, pochi giorni prima dell’uscita del disco, dei gonfiabili rappresentanti il faccione del rapper – che campeggia anche sulla cover, come ingresso di Astroworld – in parecchie metropoli mondiali, come NY o Londra.

Piccola curiosità: esistono due versioni della cover del disco. La prima rappresenta l’ingresso del parco di giorno, con famiglie e bambini che vi entrano. Nella seconda ci spostiamo di notte, con donne nude che affollano l’entrata.

Ovviamente la seconda è stata censurata.

Travis Scott Astroworld
Travis Scott Astroworld

Travis Scott al terzo tentativo centra il bersaglio grosso: Astroworld ha un suo filo conduttore, ha delle produzioni di livello eccelso, cala un po’ nel finale ma in un disco di 17 tracce può starci. Possiamo pensare che i due dischi precedenti siano stati solo delle prove per questo fantastico lavoro, che si inserisce di prepotenza in vetta alla classifica di Album of the year. Vogliamo definirlo instant classic? Perché no? In fondo, abbiamo elogiato lavori ben più mediocri, che Astroworld fa impallidire al confronto. Complimenti Travis!