La nostra quotidianità è per molti aspetti cosmopolita. I confini personali, sociali, culturali e religiosi, infatti, sono decaduti, ma d’altra parte riemergono in tutta la loro durezza e violenza, come si apprende dai giornali, dai libri e dai mass media. In questo scenario, i vissuti personali si trovano immersi in legami e connessioni che oltrepassano i confini nazionali, spesso fin dalla culla.

Per quanto riguarda il rap italiano uno dei primi artisti a mettere in rima aspetti, difficoltà e vere proprie incomprensioni, discriminazioni e violenze legate ad un pluralismo originario è stato Amir Issaa. Ad esempio, nella canzone La mia pelle (dall’album Grandezza naturale, 2013) in cui l’artista scrive:

« La mia pelle mi ricorda chi sono, un bastardo con qualcosa di nuovo».

Oppure all’interno di Fiero Meticcio (dall’album Ius Music, 2014) inno disincantato, ma altrettanto appassionato alla sua mixité personale.

La sua stessa autobiografia Vivo per questo (2017) può essere interpretata, tra le varie letture, come un esempio di mix urbano. Il rapper stesso si definisce in tal modo (A. Issaa, p. 15).

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Roma vista con gli occhi di un bambino

Vivo per questo è un appassionato viaggio underground dalla Roma degli anni ’80-90 fino ai giorni nostri. Questa è narrata prima con occhi di un bambino che cresce in un contesto difficile, duro e segnato dall’emarginazione pesante. In proposito l’autore ricorda nelle prime pagine:

«Arrivano di notte: l’ufficiale giudiziario per lo sfratto esecutivo, la polizia. Ho giusto il tempo di prendere un cambio di vestiti, […] prima che ci costringano a uscire sul pianerottolo.[…] Ho dieci anni, stringo il mio fagotto di vestiti e mi vergogno. Ho dieci anni e sono in strada, di notte. In casa di notte non possiamo rientrare. E adesso?» (A. Issaa, p.4)

In una realtà così pesante centrale è la figura della madre. Donna intraprendente, autonoma, lavoratrice. Spesso costretta a svolgere più impieghi per mantenere la famiglia.  Era lavoratrice, ma «non per questo assente, o disinteressata» (A. Issaa, p.107) alla crescita e all’educazione dei figli. Sarà per questo un esempio. Offrirà, infatti, al figlio un modello di perseveranza verso gli urti della vita.

<<Anche la sorella Fatima avrà un ruolo chiave: lei svolgerà un ruolo protettivo nei confronti del fratellino, tanto da meritare il soprannome di leonessa >> (A. Issaa, p. 30).

Come emerge dalle pagine del romanzo, il padre è una presenza altrettanto importante sia per quanto riguarda la crescita personale che artistica del rapper, anche se opaca. Da grande sognatore, emigrò dall’Egitto negli anni Settanta alla ricerca di un futuro migliore. Tuttavia, una volta arrivato in Italia si trovò presto invischiato nel mondo dell’illegalità e fu quindi punito con una lunga carcerazione. A causa dell’assenza dipesa prima dalla pena e poi dall’abuso di droghe, il rapper ne conserva un ricordo sfumato, come si legge in questo passaggio:

«Ogni volta mi viene il dubbio di non averlo mai conosciuto. Lo stesso uomo, nei ricordi di mia sorella e miei, si sdoppia come in un caleidoscopio. » (A. Issaa, p. 7).

Il ricordo non è solo sfumato e caleidoscopico ma è segnato anche da una forte e non celata ambivalenza: tra le pagine fa capolino lo sguardo di un ragazzo quasi adolescente che s’impegna e s’ingegna per scrollarsi un destino percepito quasi come ineluttabile, un’etichetta, quella di figlio di delinquente che diventa delinquente a sua volta (A. Issaa, pp. 18-19), impostagli alle elementari, e pertanto non voluta. A tal proposito il rapper riflette se è il sangue e non il contesto socio-culturale in cui si cresce a essere importante nella strutturazione del proprio sé personale:

«Ma il sangue di chi, e in che misura? Io, che ho una madre italiana, un padre egiziano che aveva tagliato i ponti con il suo paese, chi sono?» (A. Issaa, p. 20).

Rilevante in questo periodo è la presenza, tra gli altri, di un maestro di ginnastica Gianni impegnato che come scrive il rapper:

«Ogni mattina si inventava un modo per tenere i ragazzi di questa periferia lontani dai guai, per dare loro una scintilla capace di portarli fuori da un destino fin troppo ovvio di emarginazione, di delinquenza» (A. Issaa, p. 40).

Nonostante ciò, l’artista allontana dalla realtà scolastica, avvicinandosi, così, al Writing, alla Street Art, e quindi al Rap, sfogando il bisogno d’esprimersi, «la rabbia e la frustrazione» causata dall’assenza paterna (A. Issaa, p.26).  Riesce, per tale via, a raggiungere una sintesi creativa anche a livello identitario, pacificarsi con la figura paterna e ad approdare così a un cosmopolitismo radicato (U. Beck, 2003). Come si legge in questo passaggio finale:

«Non ho bisogno di scuse per essere me stesso. Nessuno di noi ne ha. Mi chiamo Amir Issaa, l’oro che porto al collo me l’ha dato mio padre. E non è una catena, è un’eredità: sono italiano, sono egiziano, non sono straniero, in alcun posto nel mondo » (A. Issa, p. 230).

amir issa guarda il treno che passa

Infine, quindi, Vivo per questo è lo storytelling di un grande artista di fama nazionale, che avendo trovato una sua dimensione personale, sociale e lavorativa s’impegna e si sporge per aiutare chi si trova in una situazione simile alla sua. Il riferimento qui è all’impegno dell’artista circa, da un lato, il riconoscimento dei diritti di cittadinanza delle seconde generazioni; dall’altro per il superamento di una mentalità semplicistica, alle volte violenta e completamente chiusa e refrattaria a un’inclusività progressiva (U. Beck, 2003) e plurale a livello identitario.

Ne discende da questo mix urbano un’autobiografia avvincente, capace di sorprendere il lettore con la sua “poesia cruda”.

Per tutto ciò, davvero, è un romanzo, che ha tutte le potenzialità per essere incontro fortunato «nel caos urbano» (A. Issaa, p.71).

*nota a chi legge. Il presente contributo è un ampliamento di una recensione uscita in forma ridotta su varie piattaforme on line l’anno passato. Pertanto alcune parti sono presenti anche su siti non dedicati al rap italiano e internazionale.