Foto di Cosimo Buccolieri

Foto di Cosimo Buccolieri

È passato ormai un mesetto dall’uscita dell’ultima fatica discografica di Guè Pequeno, Sinatra, l’attesissimo album pubblicato da Universal con la supervisione di BHMG, realtà artistica e manageriale nata dall’unione di intenti di Sfera Ebbasta, Charlie Charles e Shablo.

Prima di firmare per loro, Guè – come ha confermato più volte nelle sue recenti interviste - non hai mai avuto a fianco un vero e proprio manager. Si è trattato dunque di una prima esperienza sotto la guida di qualcun altro che, nel bene o nel male, ha influito sulla fisionomia del lavoro.
Charlie Charles, il Re Mida delle produzioni della nuova wave, ha preso il controllo dell’astronave su cui si è imbarcato Guè, accompagnandolo verso una meta dove pochi impavidi artisti oserebbero solo immaginare di arrivare: il quinto disco nell’arco di sette anni. Ah, quinto disco – sottolineato – solista, perché altrimenti parleremmo di altri numeri, ancor più impensabili.

Giudicare un suo album non è mai semplice perché, parallelamente a queste statistiche strabilianti, abbiamo assistito in questi anni a performance di primissimo livello, e non solo. Si è trattato di episodi al limite, molto spesso controversi o discutibili, ma che hanno quasi sempre segnato uno strappo netto rispetto al passato, rispetto alla tendenza del momento.
Ci ha abituati molto bene, in sostanza, finendo purtroppo per viziarci. Ed è per questo che ogni singolo lavoro di Cosimo Fini merita una riflessione a parte, di sicuro meno istintiva o affrettata rispetto a quella che si riserverebbe ad un artista che pubblica un progetto nuovo ogni tre anni.

La mano di Charlie si sente eccome, anzi paradossalmente quasi non si sente. Sulle produzioni, affidate ai migliori in circolazione (Shablo, 2nd Roof, Big Fish, Mace e così via), è stato fatto un lavoro esemplare a livello di pulizia ed armonizzazione da parte dello stesso direttore dei lavori, rendendo Sinatra un prodotto omogeneo, dal sound equilibrato. È forse questo l’aspetto più intrigante e fascinoso del disco.
Ma se i precedenti lavori li ricordiamo ognuno per un diverso e specifico motivo, oggi – a distanza di un mese dalla pubblicazione – la sensazione che si ha è che Sinatra faccia un po’ fatica a farsi riconoscere tra i diversi album esposti nelle vetrine in questi ultimi mesi.

Non so, pensiamo a Bravo Ragazzo, espressione completa e perfetta di quel filone di episodi di rap italiano tornato ad essere – in quegli anni – mainstream, oppure a Vero, un richiamo alle origini, con un sound crudo ed inconfondibile.
Qui mancano all’appello “Il Ragazzo D’oro” o il “Nouveau Riche” di turno, quelle tracce spacca-pubblico che ti fanno storcere il naso al primo impatto, ma con le quali si inizia a creare una inconsapevole empatia nel momento in cui si smette di ascoltarle.

Se scorriamo la tracklist, i nomi degli ospiti riempiono quasi tutti gli spazietti accanto ai nomi dei brani. E, in un periodo in cui nelle canzoni c’è posto solo per due strofe, è evidente come la presenza di così tanti ospiti finisca per offuscare (non ridimensionare) la figura del protagonista.

Parlare di mixtape, anziché di album, sarebbe un errore di valutazione, perché finiremmo per contraddirci su quanto detto sopra a proposito della coerenza del sound. Però, quello spirito di volersi confrontare con molti artisti in un unico progetto richiama la tendenza a sfornare mixtape, o fotografie istantanee, con cui siamo cresciuti ai tempi del freedownload.
Non è un problema di distinzione tra i featuring presenti nel disco (non interessa giudicare se sia meglio quello con la DPG o quello con Noyz, eccetera), ma è una questione di quanto esca fuori da Guè.

Per fare un esempio pratico, “2%”, la collaborazione con Frah Quintale, tra tutte, è il valore aggiunto, proprio per come si struttura e si sviluppa all’interno del brano.
“Babysitter” è la chicca del disco, il punto di incontro tra il passato ed il presente, che insieme ad “Hotel” ci regala un perfetto identikit della sua figura artistica e umana, in poche essenziali sfumature.

In Italia trendsetter, ne ho sdraiate diverse, quante mamme degli hater, quante tipe dei rapper”.

Se sulla seconda parte dell’affermazione non ci sfiora alcun dubbio (anzi, c’è solo da prendere carta e penna per due appunti), stavolta sulla prima non siamo del tutto d’accordo. Con Sinatra Guè non è un trendsetter nel vero senso del termine ma è un artista che si muove alla grande all’interno di un trend che lui stesso ha contribuito negli anni a settare.
Con una sola ed unica differenza, non di poco conto, rispetto al panorama artistico generale: Guè ha ancora benzina, mordente e flow da vendere a caro prezzo a colleghi più o meno giovani. Quindi, occhio ai giudizi affrettati.

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