Dopo Come uccidere un usignolo/67 – lavoro che già lo scorso anno mi aveva colpito (al quale, ai tempi, decisi di dedicare un articolo) – Ernia ha pubblicato 68 lo scorso 7 settembre. Un lavoro decisamente più introspettivo rispetto al capitolo precedente, con un’attitudine maggiormente sulla falsariga del primo EP solista No Hook, incoronando l’ex Troupe d’Elite come una delle penne più fini della nuova scena.

Insomma, dopo essere stato etichettato all’inizio della seconda decade di questo decennio solo come il componente di uno dei gruppi peggiori e più superficiali della storia del rap italiano, l’ha definitivamente messo in c**o a tutti, piazzando una mattonata di contenuti e di stile. Chi se lo aspettava che dalla swag gang potesse venire fuori uno degli artisti più profondi del rap game? Faccio mea culpa, harikiri, e andiamo avanti.

Il disco, pubblicato per Thaurus Music/Island Records e distribuito da Universal Music Italia, è disponibile sia in formato digitale su tutte le piattaforme di streaming e di download legale che in versione fisica, sia in CD che in vinile (di cui ne consigliamo caldamente l’acquisto; alcune tracce, come Tosse (La Fine), ascoltarle in vinile, con sottofondo di camino quando fuori è pieno inverno, sono sicuro sarà la morte loro).

Nell’album è presente un solo featuring, quello dell’amico di infanzia Tedua: compagno di asilo, vicino di casa e primo complice nel gioco del rap a soli 13 anni. Un’amicizia così forte da spingere Ernia a dedicarle anche alcuni versi nella prima traccia in tracklist.

Ho in mente Mowgli a far sta roba per la strada con me

Io ero Baloo e lui c’aveva un paio d’euro con sé

Ernia – King QT

Ma ora basta preamboli e iniziamo a mettere i puntini sulle i di questo disco, con la consapevolezza che con i miei voti (alti) so già che farò incazzare tanti, sopratutto dopo la recensione del collega Eugenio Ronga all’ultimo disco di Eminem (con relativo putiferio di ascoltatori incazzati
su Instagram per aver toccato il loro beniamino). Già mi vedo i gne gne a Eminem 6.4 e a Ernia così tanto? gne gne. Ma, ehi, è il bello dello stupido gioco del rap.

L’ALBUM IN VOTI

Instrumental: 7.5

Produzioni di livello affidate per la maggiore a Marz, beatmaker con cui l’artista meneghino ha già collaborato in diverse occasioni, spesso lavorate a quattro mani con altri produttori, quali Zef, Shablo e Luke Giordano. Sono proprio di quest’ultimo gli unici due beat che non vedono la partecipazione di Marz.

Tanti stili e tante influenze sull’aspetto stumentale, dal g-funk romano (nella title track 68) al cantautorato italiano (Un pazzo), passando per sonorità decisamente più attuali (come l’arrogante No pussy). Un ottimo mix tra synth e campioni, con giri di chitarre acustiche e pianoforti perfettamente alternati a produzioni dai bassi profondi e batterie Roland TR-808. Una prova notevole di versatilità sia nella produzione che nella scelta dei beat, che, nonostante l’ampia gamma di stili, riesce a mantenere una buona amalgama.

Una versatilità che, però, può diventare anche un’arma a doppio taglio: ci vuole una grande apertura mentale per apprezzare stili così diversi fra loro. Non è una vera e propria critica, più un dato di fatto. La mia esperienza musicale è partita dal rap dei primi 2000, per poi esplorare quello anni ’90 (e pre), spaziando per diversi generi musicali, arrivando negli ultimi tempi a Tedua, Achille Lauro e Travis Scott. Ma siamo sicuri che chi ascolta solo questi ultimi o chi non riesca ad apprezzarli e si ritrovi solo in sonorità più old possano apprezzare un lavoro così vario? Magari sì, creando connessioni tra i due mondi. Oppure verrà odiato da entrambi. Staremo a vedere.

Lyrics & skills: 8.5

Anche qui una prova di livello: penna fine, flow micidiale e ottime idee.

Come già detto, il punto forte (e potenzialmente debole) di questo disco è la varietà di suoni e di stili. In tutto questo Ernia si rivela particolarmente capace a gestire le diverse attitudini in cui si cimenta. Tanto i testi profondi, tanto le ignorantate, sono scritte con visibile consapevolezza e conoscenza dell’uso delle parole. Stile che definirei “marmoreo”, molto compatto e razionale, capace di creare immagini ricercate: insomma, riferimenti al regno dell’Epiro e alla defenestrazione di Praga non sono proprio alla portata di tutti (Matteo, se stai leggendo sappi che sono offeso! lo scorso anno in conferenza stampa avevi negato che avresti riversato il tuo amore per la storia nella tua musica quando te lo chiesi).

Mentiroso
Anche l’inserviente di Scrubs si è sentito preso in causa

Valutando, invece, l’aspetto tecnico, anche qui Ernia si merita una medaglia d’onore.

Metricamente sempre pulito con ottimi incastri in serbatoio. In particolare da segnalare l’ottima prova in Paranoia mia, al limite dello scioglilingua, senza però sacrificare il contenuto. Ecco la prima parte della strofa, giusto per dare un assaggio:

Una pena in testa

Un fiume in piena, in piena festa

Non si spiega e resta

Non mi prega e piega

La mia piaga è questa

Come a Praga slega poi mi defenestra

In un brick di te fra mi spodesta

Muto e mischia milza in carta pesta

Mina e mira la mia miope essenza

Mi accompagna mite nella sonnolenza

Ernia – PARANOIA MIA

Altra traccia interessante che vorrei segnalare è Un pazzo: lessico e metrica degni di un brano di De Andrè dei tempi d’oro, ma in chiave rap. Un ottimo esperimento, a mio parere ben riuscito.

Sull’aspetto flow, forse forse, a questo giro ha più flow che figa (semicit.). Anche qui si parla di livelli altissimi, su cui però non voglio dilungarmi troppo: basta ascoltare, anche di sfuggita, per rendersene conto. 

Unico vero neo: il cantato. Davvero, musicalmente io tv1kdbxs, ma ritornelli come quello di Sigarette (L’inizio) nascono da un’ottima idea ma muoiono in una brutta performance. Certo, ci sono anche buone prestazioni canore, come in Tosse (La fine), ma rimane un aspetto su cui Ernia dovrà lavorare se vorrà diventare l’artista completo e a tutto tondo a cui, a giudicare dai lavori solisti, punta. Il solo vero motivo per il quale questa voce ha 8.5 e non 9.

Style: 7.5

L’ho già detto che è la versatilità fatta rapper? Forse sì, ma è doveroso ripeterlo ancora una volta, perché è senza dubbio la peculiarità di questo artista, per lo meno in questa sua fase artistica. Vale però lo stesso pensiero espresso per i beat: siamo sicuri che il pubblico recepirà citazioni e influenze di un mondo che non conosce? Amplierà i propri orizzonti o si chiuderà a riccio? Chi lo sa.

Ernia 68
Ernia in perfetto stile anni ’70

Bisogna però dire che, nonostante i cambi di flow, influenze e contenuti, ascoltando il disco, forse solo escludendo la title track, l’aria che si respira è un’aria pesante, anche nei brani più arroganti. È chiara la volontà a prendere ispirazioni ad artisti come Kendrick Lamar, con una filosofia artistica molto simile.

Personalmente sono cresciuto con Musica senza musicisti e i dischi di Kaos, quindi certe atmosfere non possono che farmi contento, però è pur vero che chi non ha una certa attitudine all’ascolto possa stancarsi presto. Sicuramente rispetto agli artisti citati ha uno stile molto più fresco, ma basterà per l’ascoltatore medio, sempre più riluttante a prendersi anche sul serio? Chiaramente spero di sì, ma saranno i numeri a decretarne o meno il successo. Ad ora il pubblico sembra premiare l’artista, piazzandolo, all’uscita del disco, al primo posto della classifica Fimi/Gfk, ma la strada da fare è ancora lunga.

Artwork & visual

Cover del disco 68 di Ernia

L’artwork, opera di Corrado Grilli a.k.a. Mecna, è semplice e pulito, citazione del numero di Vogue di Gennaio del 1950. Il colore beige predominante, il disegno a matita e la disposizione degli elementi rappresenta perfettamente Ernia in questo disco: raffinato, un po’ triste e senza fronzoli.

Vogue gennaio 1950
Il numero di Vogue di Gennaio 1950 da cui Ernia ha preso ispirazione

Anche sull’aspetto video – o meglio, nell’unico video pubblicato fino ad ora, quello di Domani – si possono notare gli stessi tratti della cover: semplice, pulito e che va dritto al punto.

Insomma, un comparto visuale di tutto rispetto, che non punta tanto sulla spettacolarizzazione ma che rappresenta a pieno il disco e l’artista.