La family dei Rootical Foundation è oramai una realtà consolidata nel panorama del reggae nazionale. Positività e soprattutto grande umiltà li contraddistinguono da sempre, come testimonia il titolo del loro nuovo lavoro da studio Still Learning. Abbiamo parlato con il cantante Teo proprio all’indomani del lancio.

Haile Anbessa: parlami subito del nuovo disco…
Teo: Irie!! Il nuovo disco è il quinto dall’inizio della nostra attività, e a detta di tutti noi è il lavoro più maturo prodotto finora. “Still Learning” è un titolo dalla duplice interpretazione: da una parte richiama il fatto che la vita è una continua scuola, ed anzi, più si cresce, più ci si rende conto che c’è tanto da imparare, dalle esperienze, dagli incontri che si fanno, dai cambiamenti; dall’altra è simbolico anche per la nostra attività musicale: per questo lavoro ci siamo affidati a un producer come Princevibe, che ha saputo insegnare tanto a livello di scelte ed arrangiamenti, e pur rispettando il nostro stile e marchio sonoro ben definito, ne ha tirato fuori il meglio, rendendolo un prodotto fresco e radiofonico, comunque sempre saldamente ancorato alle radici roots reggae e new roots che ci hanno contraddistinto dagli esordi. Ospiti dell’album sono Naima, voce del collettivo funk nu-soul Black Beat Movement, nel brano Pirates Anthem, MisTilla di Earth Beat Movement nel tune Heroes, Acsel in My Way. Le tematiche sono varie e parlano del nostro modo di interpretare e concepire la musica, prima di tutto come forma di diffusione di messaggi virtuosi e ribelli, con il doveroso tributo alla cultura che più amiamo e che è bene conoscere prima ancora di pensare di farne la propria versione. Ci sono canzoni legate a temi sempre attuali (Stay Human, My Way, Emergency) e riflessioni personali. Il tutto condensato in 8 tracce effettive a cui si aggiungono un intro acustico e uno skit che accompagna in modo “cinematografico” verso il singolo Pirates Anthem. L’album è disponibile in copia fisica ai nostri concerti ed in tutti i digital stores grazie al supporto di Soulfire Artists.

H.A.: il vostro nome sta crescendo sempre di più sulla scena, vi siete esibiti anche recentemente al Carroponte davanti a tantissime persone. Come vi spiegate questi ottimi riscontri?
T.: abbiamo iniziato la nostra attività live 12 anni fa, dalla provincia di Milano, quando ancora non c’erano i social e andare oltre il proprio territorio era ben più complicato, anche solo perché non si era conosciuti. Effettivamente dal 2010 le cose sono cambiate e abbiamo iniziato le prime trasferte e i primi festival in giro per la penisola. Abbiamo suonato quasi in ogni regione d’Italia ed all’inizio non avremmo mai creduto di arrivare fino in Svizzera, Slovenia, Germania e coronare il sogno di esibirci al Rototom Sunsplash in Spagna (nel 2016, in occasione del nostro decennale). A Milano posssiamo dire ormai di essere una realtà consolidata (al Carroponte dal 2013 è la quinta serata da headliner). Come ci spieghiamo questi ottimi riscontri? Forse da una parte una buona dose di insana passione per questa musica, un pizzico di testardaggine (nel senso buono del termine), tanta caparbietà, il non fermarsi nonostante la fatica di essere una band da sempre autoprodotta; ma soprattutto, la forza di sentirsi una famiglia, la gioia di suonare insieme e di esprimere le nostre idee in musica… e credo più di tutto, la voglia di far sempre meglio di quanto fatto finora, il confrontarsi, tra noi e con gli altri, il mettersi alla prova di continuo e sopra ogni cosa, il divertirsi nel farlo: credo che una cosa che arriva molto diretta al pubblico ai nostri concerti è che i primi a divertirsi siamo noi sul palco, e pare sia abbastanza contagioso.

H.A.: la vostra collaborazione con l’associazione Stand Up for Jamaica continua?
T.: la collaborazione con Stand Up For Jamaica è iniziata nel 2012, in occasione della release di Human Rights. Continua tuttora, perché alcuni membri della band sono parte attiva del direttivo dell’associazione per quanto riguarda l’Italia: si promuovono campagne, informazione, raccolte fondi ed eventi benefici per supportare il lavoro che Stand Up fa dal 1999 sull’isola.

H.A.: dove vi porta ora il tour?
T.: per tutte le date fate riferimento alla nostra pagina FB ufficiale. Tra quelle estive però ce ne sono alcune che vogliamo segnalare in modo particolare: il prossimo 23 giugno saremo in Austria, al ReggaeJam di Reinsberg; il 20 luglio vicino a Bolzano al Gadersound OpenAir insieme a Train To Roots; il 5 agosto avremo il piacere di tornare dopo 7 anni a Filagosto Festival (BG) in apertura a Mellow Mood.

H.A.: siete già al lavoro su qualcosa di nuovo?
T.: al momento vogliamo goderci l’album Still Learning dal quale sicuramente estrarremo altri singoli. In realtà di idee (riddim, strumentali, liriche) ne sono rimaste nel cassetto, e può essere che da quelle nascano nuovi brani. Ma è anche sano sgomberare un po’ la mente, caricarsi di live ed esperienze, per tornare a creare con idee nuove. Molto probabilmente dopo l’estate…

H.A.: la formazione avrà qualche innesto ulteriore data la vostra numerosa presenza su palco?
T.: la formazione attuale conta 9 elementi ed è stabile. Al momento siamo in perfetto equilibrio. Ci piace sicuramente ospitare amici musicisti e cantanti on stage appena ce n’è occasione: è accaduto proprio al Carroponte con MisTilla di EBM, con cui abbiamo proposto il tune in combination “Heroes” e poi creato un bel momento jam sui riddim. Sicuramente ricapiterà l’occasione di rifarlo!

H.A.: con chi vi piacerebbe collaborare ultimamente?
T.: per quanto riguarda la scena italiana, una delle voci che più piace a tutta la family è quella di Forelock di Arawak Band, ai quali ci è già capitato di fare da opening act. Ce ne sono tanti altri, e molto validi: sicuramente, come accaduto negli scorsi featuring, il tutto deve partire da una conoscenza vera e personale (non solo online) e dall’aver condiviso esperienze e serate insieme.

H.A.: cosa consigliereste a chi vorrebbe iniziare adesso a suonare reggae roots?
T.: la risposta a questa domanda la do citando il nostro tune Massive, un personale tributo alla cultura jamaicana: Haffi Be Massive, Before Being Artist. Credo fermamente che in questa frase si riassuma tutto: prima ancora di pensare di fare la propria versione di questo genere, prima ancora di prendere in mano un microfono, o uno strumento, o di stare in consolle a selezionare, si presuppone ci sia una conoscenza più o meno profonda e un rispetto per la cultura (in senso musicale, di messaggio e livity) che la reggae music porta con sé ed in sé. E’ il primo step per entrare in questo mondo, altrimenti si è poco credibili e senza radici. Ci vogliono orecchie pronte e desiderose di ascoltare: il percorso può partire dalle produzioni contemporanee o da quelle originarie, sicuramente non si può prescindere dal roots ed il foundation che è in ogni caso la chiave per capire l’evoluzione di questa musica nei decenni. Poi è anche bello che la band ricerchi e trovi un suo proprio stile personale, dettato dall’incontro dei gusti dei diversi musicisti, magari a volte anche da influenze di altri generi. Altrimenti si rischia di fare la “brutta copia” del sound jamaicano senza metterci la propria personalità, oppure alla lunga di risultare un po’ tutti uguale a livello di sound. Il roots reggae non tramonterà mai, certo, ma bisogna anche dire che negli anni, col new roots prima e col reggae revival ora, le sfumature, i suoni sono cambiati, quindi ben venga una ricerca che ha radici salde ma si dà la libertà di spaziare e sperimentare. E infine, metterci tanto cuore, passione e dedizione e non dimenticare il messaggio: di questi tempi la nostra musica deve riscoprire la sua vena più mistica e rebel, per provare di nuovo davvero a toccare la mente e il cuore di chi ascolta, per dare il proprio piccolo contributo a creare un mondo migliore.

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