Soundtrack: A Sense of Blu

In un sabato pomeriggio dello scorso ottobre, mi sorprese una canzone trovata casualmente su YouTube. Nel titolo del video lessi “ft. Tormento“. La mia mente stava dicendo: «Spegni il pc e muoviti che hai da fare», ma il mio cuore non ne voleva sapere. Scrivo queste parole manco fosse una dichiarazione d’amore ai tempi di Federico Moccia, perché Tormento è un artista con cui, musicalmente parlando, sono cresciuto e con il quale continuo a crescere. Inoltre, per me, è un artista che ha sempre mantenuto una qualità estremamente alta sia da solista sia nei featuring. Ecco, se prendessimo proprio i suoi innumerevoli featuring, avremmo un’altra sua discografia non sempre totalmente conosciuta. Leggenda narra che, come Bassi Maestro, nemmeno lui ricordi tutte le sue collaborazioni. Vista la mia passione (ecco che inizio a citarlo pure involontariamente, ma questa è per pochi) non tardo a cliccare sul video. Il brano è dei Bardamu, un duo jazz composto da Alfonso Tramontana e Ginaski Wop, fino a quel momento per me sconosciuti (scusate la schietta ignoranza), ma che si sono dimostrati una deliziosa sorpresa vista l’armonia che sono in grado di creare. Terminata la visione del video, cerco informazioni sui due jazzisti e scrivo le mie sensazioni sul pezzo qui su Hano. Dopo poco Ginaski mi scrive per ringraziarmi dell’articolo e ne nasce una piacevole chiacchierata a sfondo musicale. Tra le varie cose, gli suggerisco di ascoltare “Flipside“, un recente brano del rapper newyorkese K. Sparks suggeritomi qualche giorno prima dall’Hanengers Luca. Dopo diverso tempo, Ginaski mi contatta di nuovo dicendomi che quella chiacchierata è servita come suggerimento e che la loro canzone successiva sarebbe stata in collaborazione proprio con K. Sparks! Da lì abbiamo pensato di presentare il brano proprio su Hano con un’intervista ai tre artisti che potete leggere di seguito.

Chi ascolta rap può non conoscere bene il mondo del jazz, quindi mi piacerebbe che vi presentaste. Chi sono i Bardamu?

Ginaski: Il nostro progetto parte da sonorità jazzistiche e nel corso degli anni abbiamo contaminato molto il nostro linguaggio, perché non crediamo in forme pure nell’espressione artistica. È interessante contaminarsi con altre culture e poi il concetto di jazz, per quanto ci riguarda, è abbastanza ampio, purtroppo in Italia si tende a svilirlo limitandolo soltanto a determinate espressioni. In Italia abbiamo esempi di musica cantautorale che in realtà sono musica jazz, basta pensare ai dischi di Paolo Conte o ad alcuni lavori di Lucio Dalla, nella mia ottica li definirei esattamente musica jazz, quindi anche i nostri lavori pubblicati nel 2014 e nel 2015, che sono inquadrati come musica cantautorale/jazz, io li definisco semplicemente come musica jazz con dei testi in italiano. In passato, nella nostra esperienza all’estero, abbiamo già lavorato con artisti appartenenti alla cultura hip hop, quindi adesso siamo tornati alla nostra origine, cioè mischiare le sonorità appartenenti a una concezione pura di jazz con altre sfumature che appartengono a un universo non esattamente jazz, ma che per noi va inquadrato come un linguaggio jazz, perché noi siamo convinti che la cultura hip hop va vista come una forma di evoluzione della musica jazz.

È una bella definizione, infatti volevo proprio chiedervi cosa unisce, secondo voi, il rap con il jazz.

Alfonso: Sicuramente, il rap è la forma più interessante, a mio sommesso avviso, di jazz moderno, perché il jazz è una maniera di voler creare con la musica e le parole un’improvvisazione che è una delle parti più importanti del jazz e che nel rap potrebbe essere un freestyle, quindi su quella che è una base armonica noi jazzisti amiamo costruirci delle cose nuove fatte sul momento in maniera estemporanea e quando questa creazione non è più estemporanea, perché l’hai già provata o devi registrare un disco, è sempre un nuovo messaggio, un flusso creativo che nasce nel momento in cui lo stai facendo. Secondo me, in questo momento il rap è forse il vero jazz. Se pensi da quando è nato il jazz fino a ora quelle che sono le scale, le note, le frasi più o meno sono state fatte e oggi si rischia di ascoltare concerti jazz che sembra concerti di musica classica, perché già ti aspetti quello che verrà e già ci sono dei pattern armonici e melodici che sono già stati abusati, nel rap, invece, ogni volta puoi ascoltare delle cose nuove e poi la maniera di impostare l’armonia, soprattutto in determinati giri armonici di jazz e la maniera di lavorare con la ritmica cade perfettamente nel contesto di quella che è la base musicale che fa parte anche del rap. In passato, molti rapper americani hanno utilizzato delle basi di jazz e anche molti jazzisti hanno avuto delle incursioni nel mondo del rap.

Ginaski: Se pensi ad alcune sperimentazioni che a un certo punto ha fatto Herbie Hancock nella cultura hip hop o se pensi agli album “Tutu” e “Bitches Brew” di Miles Davis, stiamo parlando di una seria e vera evoluzione che il linguaggio jazz stava assumendo, poi purtroppo la cosa è stata svilita dagli stessi fruitori del jazz. In Italia, in particolar modo, non potremmo parlare di evoluzioni jazzistiche finché avremo ancora festival come Umbria Jazz. Quando a Umbria Jazz, invece di ospitare nuovi linguaggi jazzistici come potrebbe essere una certa cultura hip hop italiana, abbiamo ospiti come nello scorso anno Joe Bastianich, ti rendi conto facilmente che hanno fatto una coglionella. La gente paga per ascoltare jazz, ma ascolta una sottospecie di intrattenimento.

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Pubblicato da Joe Bastianich su martedì 19 luglio 2016

Secondo me, è una cosa un po’ italiana questo bistrattare in parte la musica, infatti il jazzy rap possiamo ascoltarlo dall’estero, in Italia è un sottogenere rarissimo e anche per questo mi ha colpito la vostra collaborazione con Tormento. Secondo voi, questa sfumatura può prendere piede qui da noi? Considerando anche il lato economico, può avere mercato?

Alfonso: Non lo so, nello stabilire se qualcosa può avere mercato ci sono anche delle logiche più complesse che vanno oltre la bontà di un prodotto o di una creazione artistica. Da un punto di vista musicale, dipenderà molto dalla disponibilità che hanno i jazzisti italiani nel mettersi a disposizione della musica rap. Se un jazzista pensa di avvicinarsi a una sperimentazione del genere per metterla su scale bebop, viene fuori qualcosa che poi non è credibile, invece questa cosa può andare avanti solamente se fai jazz e riesci a calarti nella cultura rap, quindi riesci anche a costruire musicalmente un ambiente dove il rapper si può sentire bene sulle creazioni armoniche che vengono fatte. In genere, invece, quando un musicista si avvicina a un contesto rap pensa che facendo due slap sul basso e un pad alla batteria ha fatto una commistione.

Ginaski: Bisogna affrontare la cosa per punti. Sono d’accordo con quello che ha detto Alfonso e la tua è una domanda interessante che richiederebbe delle risposte molto ampie. Intanto, il problema del jazz, in Italia in particolare e in Europa in generale, è che ha abbandonato la strada, intendo dire che ha abbandonato tematiche e colori che possono riguardare la quotidianità dell’uomo di tutti i giorni a differenza, invece, dei testi rap che ancora riescono a mantenere un’autenticità e a rappresentare sia il quotidiano che il surreale con cui chiunque ogni giorno può immaginare e sognare. Il rap ancora comunica con la gente, il jazz ha smesso di comunicare da tanto tempo. Il jazz dovrebbe abbandonare i musei che sono i festival o i casermoni tipo il Blue Note di Milano dove non passa nulla di interessante, i magazine di musica jazz dovrebbero smetterla di portare avanti sempre la solita solfa spocchiosa e pseudo borghese che ci propinano da anni, bisognerebbe tornare alla strada, strada intesa come realtà quotidiana della vita di tutti. I musicisti jazz dovrebbero abbandonare, anche loro, una buona dose di spocchia che si portano addosso e ascoltare quello che dagli anni ’90 in Italia si fa all’interno del circuito hip hop. Ritengo che in Italia, sin dagli anni ’90, si produca un’espressione tra le più interessanti anche a livello europeo per quanto riguarda il rap. Prima parlavamo di Tormento, lui è un jazzista a tutti gli effetti, basta sentire quello che ha sempre fatto metricamente, ma anche il modo in cui armonizza le voci. Tormento è esattamente un bopper, è come se con la voce facesse musica bebop quando rappa. I jazzisti dovrebbero avvicinarsi in maniera rispettosa e studiare questo linguaggio e questa cultura, solo così si potrebbe parlare di una fusione interessante tra i due linguaggi e di un’evoluzione jazz. È tutto molto complesso. Adesso noi veniamo ospitati da voi che siete un magazine di cultura hip hop, mi spiace dover constatare che a carte inverse non vedremo per il momento in Italia un giornale di musica jazz che recensisce un disco di Tormento o di qualunque altro rapper italiano, a meno che non si mettano Giovanni Allevi o i soliti quattro noti a far finta di fare qualche fusionina pseudo hip hop, magari in quel caso i magazine di musica jazz griderebbero: «Miracolo!», ma non è così.

A proposito di Tormento, come è nata la collaborazione con lui?

Ginaski: Il pezzo “Crossing” nasce da un arrangiamento e una base abbastanza differenti nel 2001 mentre stavamo producendo un nostro album jazz sotto un altro nome. All’epoca, già volevamo fare questa commistione all’estero, nel 2003 abbiamo fatto un pezzo con gli Orishas, dei rapper cubani, nello stesso anno siamo stati al Festival dell’Hip Hop a L’Avana e in quell’occasione abbiamo collaborato con The Roots alla Casa della Musica di Galiano, quindi eravamo già su questa strada. Avevamo pensato di fare un pezzo proprio con Tormento, per le ragioni di cui ti parlavo prima, però all’epoca era difficile contattare gli artisti, non c’erano i social network ed era molto complicato. L’anno scorso ci venne in mente di tirare in ballo quel progetto che per tanti anni avevamo fatto all’estero e, in maniera molto semplice, ho scritto un DM su Instagram a Tormento accennandogli quello che volevamo realizzare e lui mi ha risposto chiedendomi una mail più approfondita, poi ha voluto ascoltare la prima produzione del brano e da lì è nata la cosa in maniera molto easy.

È bellissimo quando nascono collaborazioni in questo modo. Quali rapper italiani si avvicinano di più al vostro stile? Con quali vi piacerebbe collaborare?

Ginaski: Ce ne sono parecchi. Sicuramente Tormento era il primo con cui volevamo collaborare. Per ragioni di varia natura, un giorno ci piacerebbe collaborare con J-Ax.

Personalmente, ti dico che mi porteresti in paradiso!

Ginaski: Sottotono e Articolo 31 sono delle realtà che abbiamo amato e che continuiamo ad amare tanto. Nel 2002 abbiamo fatto un remix della prima produzione di “Crossing” con Dj Wladimiro della Spaghetti Funk, pensa che un disco che per noi è una pietra miliare della cultura hip hop italiana è “Tutti x Uno” di Dj Enzo, quindi collaboreremmo con tutti i vecchi membri della SF e dell’Area Cronica. Dei rapper attuali ci affascina il mondo e il linguaggio di Fabri Fibra, ci piacciono alcune cose che rientrano nel circuito Dogo, quindi Gue Pequeño, Marracash e tanti altri.

Visto che il vostro ultimo lavoro riguarda una collaborazione con un rapper americano, stacchiamoci un po’ dall’Italia e parliamo di “Think of me” con K. Sparks. Com’è stato collaborare con lui a livello artistico?

Ginaski: Come sai, ci siamo avvicinati al mondo di K. Sparks grazie a te che ce ne hai parlato e abbiamo trovato molte affinità, soprattutto con l’ultimo album.

Alfonso: Quando abbiamo ascoltato “Urban Couture” abbiamo notato molti tratti di bebop nelle sue metriche proprio nella maniera di articolarle nel ritmo e anche sonorità che fanno pensare a Charlie Parker e a tutta una tradizione jazz newyorkese, quindi abbiamo pensato di costruire una base musicale che potesse enfatizzare queste sonorità.

Ginaski: La cosa interessante è stata lavorare a distanza. Noi stavamo a Roma, Sparks stava nel Queens, poi abbiamo chiamato Yasek Manzano da L’Avana a suonare la tromba e il trombone, quindi è stata una cosa abbastanza surreale, perché registravamo totalmente a distanza, però alla fine è venuto fuori un bel suono. K. si è calato totalmente in quello che volevamo esprimere sotto il profilo delle tematiche e ha scritto un gran bel testo. Nutro molta ammirazione nei confronti della cultura letteraria americana e se parliamo di cultura hip hop io sono fissato con i testi di Jack Kerouac. In alcuni reading che faceva nella televisione nordamericana, Jack Kerouac leggeva il testo di “On the road” con un sottofondo blues suonato al piano e sembrava praticamente rap anche se stiamo parlando degli anni ‘50, quindi la cultura letteraria americana del ‘900 ha in sé una forte presenza di una cultura jazzistica e quindi anche di una cultura rap nel modo di scrivere, di esprimersi, di parlare e di interpretare le cose. In questo caso, K. Sparks ha dato quest’impronta beat generation al pezzo e alle tematiche che volevamo esprimere.

Dopo le varie collaborazioni estere e i vostri brani più recenti, i Bardamu si rivolgono di più al pubblico italiano o a quello estero? Qual è il target a cui puntate?

Alfonso: Il target non è precostituito, nel senso che oggi con le piattaforme digitali per distribuire la musica c’è una visione più globale, poi penso che un brano come quello con K. Sparks possa avere un pubblico più ampio, perché ha un respiro internazionale e poi riflette quella che è stata la nostra storia in quanto c’è lo spagnolo e l’americano, inoltre il tono delle sonorità può avere uno spazio al di fuori dell’Italia. È ovvio che “Crossing” è più comprensibile per un pubblico italiano, quindi penso che tutto il progetto possa andare bene sia in Italia che all’estero.

Ginaski: La curiosità che ancora esiste nel pubblico fa parte dell’universo hip hop. Sicuramente “Crossing” e “Think of me” difficilmente suscitano curiosità in chi si muove solamente all’interno della musica pop e credo che siano visti con totale diffidenza da parte dell’universo jazz italiano, ma ormai a noi non interessa. Le varie espressioni alla Villa Celimontana o alla Umbria Jazz a noi non interessano. Stiamo creando questo progetto proprio per creare un netto distacco fra quello che noi non siamo, cioè questa cultura jazz italiana, e quello che ci rende orgogliosi di fare e ascoltare musica. Se il messaggio arriva e incuriosisce chi fruisce solo della musica rap e magari grazie ai nostri lavori può scoprire anche delle sonorità black che risalgono a una cultura jazzistica in senso stretto, allora vuol dire che stiamo lavorando bene.

Questi due brani saranno presenti in un unico disco?

Ginaski: Noi stiamo ipotizzando varie idee, bisogna capire cosa è realizzabile. Intanto “Think of me”, a differenza di “Crossing” che è uscita solo su YouTube, è presente su Spotify come singolo. Ci piacerebbe l’idea di riprendere i vecchi contatti con alcuni rapper della scena latina. Noi, nel 2005, tornammo in Italia portando in mano una sorta di gioiellino, era un concept album in cui avevamo messo insieme sia rapper sia jazzisti latini, probabilmente siamo arrivati troppo in anticipo. All’epoca, in Italia non si parlava di determinate cose, adesso c’è stato il boom del raggaeton che all’epoca era impensabile. Sarebbe bello rimettere insieme collaborazioni con vecchi amici che adesso sono sparsi per il mondo, magari continuare su questa scia, però per il momento sono soltanto idee, bisogna vedere come strutturarle e capire che tipo di accoglienza ha il singolo con K. Sparks. Al momento, l’idea che più ci diverte e ci stimola sotto il profilo musicale è quella di mettere insieme le nostre radici appartenenti al jazz, all’hip hop e a un certo tipo di cantautorato e continuare a mandare avanti il nostro messaggio.

Bardamu, Lasaga e Changuito
Bardamu, Lasaga e Changuito

Con questa musica, in Italia siete dei precursori. Riuscite a immaginare un futuro più lontano a livello discografico?

Alfonso: Sarebbe bello allargare questo progetto per quanto riguarda il rap italiano con gli artisti che Ginaski ha citato prima, quindi, laddove dovesse succedere che questo tipo di musica fosse sulle corde di quei rapper, sarebbe bello ampliare questo stile.

Ginaski: Forse siamo un po’ controcorrente, ma noi nutriamo molta più simpatia nei confronti delle major che nei confronti delle etichette indipendenti anche perché, ogni volta che ci siamo relazionati con delle major discografiche, il feedback è stato molto serio e leale. Io credo che le major, al momento, si stiano adattando a quello che è un nuovo modo di commercializzare la musica. In realtà, non so dirti davvero quanto una casa discografica estranea alla nostra possa rappresentare un valore aggiunto, perché una volta che fai una promozione discreta o buona di un progetto e che sei presente su tutti gli store digitali, la palla passa al pubblico direttamente. Se il pubblico decide di ascoltare un progetto lo ascolta indipendentemente dall’etichetta. Nel rap vediamo tanti ragazzi che si autoproducono e che non hanno una major alle spalle, ma fanno milioni di ascolti su Spotify. È chiaro che se domani venisse una major a proporci un accordo saremmo ben contenti di collaborare, ma al momento non fa parte delle nostre priorità, perché ci rendiamo conto che è possibile creare un circuito commerciale pur restando fuori dalle major. Riguardo le etichette indipendenti, ormai lasciano il tempo che trovano, è dagli anni ’90 che ci portiamo dietro questa cazzata delle etichette indipendenti, tanto passano il tempo a fregare le edizioni a dei giovani promettendo tante cose senza fare nulla. Alla fine, se proprio dobbiamo parlare di discografia, c’è poco da fare, quelli che possono avere una presenza seria all’interno del mercato discografico sono Warner, Sony e Universal, se invece un artista non vuole o non può lavorare con queste realtà è preferibile costruirsene una propria e tentare di sfruttare quelli che sono i mezzi ai quali chiunque può arrivare. Noi abbiamo fondato la nostra etichetta nel 2004/2005 e per adesso ci piace l’idea di proseguire in questo modo.

Forse, più che essere controcorrente siete i più onesti a dire una cosa del genere, magari ci sono artisti che non lo ammettono.

Alfonso: Quando vivevamo in pianta stabile in America abbiamo visto che lì il rapporto tra etichetta indipendente e major è più sano, perché la major lì ha capito che l’indipendente ha il plus in più che riesce a osare e a dare freschezza alle cose nuove mentre la major può far crescere un progetto, quindi nel momento in cui un artista sa dove vuole arrivare non c’è nessun tipo di problema a ragionare su un progetto coerente con una realtà, quale è una major, che può metterti intorno tante figure e un know how che da indipendente non puoi avere. È vero quello che diceva Ginaski, cioè che oggi la musica passa direttamente dal produttore al distributore, perché con il digitale molte cose sono cambiate, però sarebbe ipocrita dire che un rapporto con una major non sia una bella prospettiva.

Ginaski: Oltretutto, se andiamo a vedere, dagli anni ’90 a oggi, le realtà musicali che veramente hanno rappresentato qualcosa di importante sono passate attraverso le major. Ad esempio, è vero che gli Articolo 31 uscivano da Best Sound, ma è anche vero che da “Così com’è” in poi c’è stata la Sony che ha distribuito il prodotto e credo che abbia rappresentato un valore aggiunto, stessa cosa per le altre realtà nel rap e anche nel pop. Gli anni ’90 sono stati un grande laboratorio musicale in Italia. Prendiamo quelli che sono stati gli indipendenti per antonomasia ovvero i 99 Posse, loro avevano una libertà di cantare cose molto importanti e impegnate sotto il profilo sociopolitico, ma la distribuzione era di una major, quindi non mi pare che in quel caso la major abbia rappresentato la censura del linguaggio o limite di espressione, anzi ha veicolato a più persone un messaggio che veniva dalla strada. Sarebbe come dire che Eminem è una pippa perché è prodotto da una multinazionale. Dobbiamo rivedere questo concetto provinciale presente in Italia dove se sei uno che non si incula nessuno sei bravo ma non sei capito, non è così. Il discorso è molto più ampio e complesso.

Alfonso: Inoltre, bisogna valutare quando una major decide di avvicinarsi a un artista, perché se un artista ha già cinquanta milioni di ascolti su Spotify il rapporto diventa più articolato e bisogna fare accordi dedicati sul tipo di artista. Di base, la major dovrebbe essere un valore aggiunto.

Sono molto soddisfatto di questa intervista, notare il calore nelle parole e l’importanza passionale e non solo professionale che viene data alla musica non è cosa così scontata in una società che consuma brani con una fredda velocità manco fosse un panino trendy da Mc Donald’s. Con questo spirito gioviale, mi butto nella seconda parte del progetto che vede confrontarmi con K. Sparks.

Com’è stato collaborare per la prima volta con artisti italiani? Quali sono le differenze tra italiani e americani?

La collaborazione è andata bene. Non ho notato differenze nel modo di lavorare tra loro e gli artisti americani. I Bardamu sono professionali ed è stato un processo scorrevole.

L’argomento trattato in “Think Of Me” è stata una scelta personale o di comune accordo con i Bardamu?

Assolutamente di comune accordo. I Bardamu ha presentato la musica e con loro ho concordato il tema del brano. È molto profondo e significativo.

Nella canzone che canti: “Police Racist up in these streets I need a jet pack”. Dagli anni ’90, nelle canzoni rap ci sono stati riferimenti alla discriminazione razziale negli Stati Uniti, qual è la situazione attuale?

Il razzismo continua ad essere predominante negli Stati Uniti. Negli ultimi anni la nuova forma di razzismo è quella di agire come se il razzismo non esistesse. Pertanto, quando ci sono proteste e la gente parla di questi problemi, c’è spesso opposizione. Per esempio, quando gli afroamericani dicono che le vite nere sono importanti, si trovano di fronte alla confutazione che tutte le vite contano. Come minimo è un modo di pensare imperfetto. È come essere in una manifestazione per il cancro al seno quando d’un tratto qualcuno si alza e dice: «Anche l’HIV conta». Non c’è rilevanza nella conversazione, questa è pura ignoranza. Le gente deve capire che è giusto che le persone discutano di questioni che sono importanti per loro senza che gli altri si mettano automaticamente sulla difensiva. Ogni protesta non dev’essere confrontata con un’altra protesta per essere avvalorata. Le persone devono smettere di portare ignominia agli altri e avvicinarsi alle cose da una prospettiva di comprensione.

Il testo racconta una storia da punto di vista emotivo tutti coloro che si sentono emarginati. L’hai scritto come un narratore esterno o c’è qualcosa di personale?

Ho scritto la canzone da una doppia prospettiva. Sono uno scrittore afroamericano soggetto alla profilazione razziale, ma che guarda pure al razzismo come insieme sistemico, quindi parlo anche per coloro che sono privi di diritti presenti in tutto il mondo. Indipendentemente da dove si trovano le persone o dal loro status all’interno della società, tutti dovrebbero essere in grado di apprezzare la canzone a un certo livello.

Qual è lo stato attuale del jazzy rap nel mondo della musica?

Jazz-Hip Hop è sempre stato un punto fermo nel mondo della musica. È un genere che ha un seguito che è la sua essenza e prospererà sempre nell’underground e non è a livello mainstream dove la musica commerciale avanza. Tuttavia, quando le persone cercano sotto la superficie sono esposti a una valanga di musicisti di talento che stanno portando la torcia.

Cosa ne pensi del rap italiano? Con chi collaboreresti?

Non ho mai sentito musicisti rap italiani, ma sarei interessato a ascoltare dei pezzi. Inoltre, sono sempre disponibile a collaborare con musicisti di talento, indipendentemente da dove si trovano.

Quali sono i tuoi futuri progetti musicali?

Io e mio fratello Kurser dalla Francia stiamo lavorando al nostro prossimo progetto che ha un suono fenomenale. Si tratta di una mix di stili e suoni diversi che si lasciano tradurre piacevolmente in tutto il mondo. Abbiamo unito insieme hip hop, r&b, neo-soul e altri generi. Il progetto uscirà nel 2018. Inoltre, sto scrivendo per diversi musicisti, per colonne sonore di film e sto anche per iniziare un tour.

È la prima volta che mi capita di essere così influente per la realizzazione di un brano, d’altronde io non so manco leggere uno spartito o suonare uno strumento. Il risultato è stato senza dubbio pregevole in quanto il brano, a mio avviso, presenta una sinergia di suoni e voci di elevata caratura. Di certo, questa è stata per me l’occasione per fare una piacevole esperienza la quale mi porta a pensare che, molto probabilmente, io sia sulla strada giusta.