Che l’Italia fosse un paese arretrato dal punto di vista delle idee, credo, fosse lapalissiano per tutti. Passando dalla più recente politica, dai casi di cronaca alle più disparate situazioni quotidiane, il popolo italiano non ha mai perso l’occasione per essere più agnello che leone. Una società passata, da molti, troppi, anni, per un’anticamera di una realtà inesistente, marcia e marcita sui social, con plurimi deficit di opinioni e modi e voglia di fare, trovo il suo sbocco e il suo stadio finale nell’ultimo avvenimento scabroso : il dover pagare Spotify. O, più semplicemente, il dover pagare la musica.

Perché – guarda caso, caro lettore – di questo tema ne avevo discusso già ampiamente con alcuni miei conoscenti. Tempo fa, ma anche e purtroppo recentemente, sono stato accusato, o per meglio dire ‘sbeffeggiato’, da quegli individui che si vantavano di “non pagare Spotify, perché io lo posso avere gratis”, in un mondo dove chi è onesto e rispetta la legge è un coglione e chi ruba è più furbo di te – sì, parliamo di legge, perché anch’essendo una piccolezza, in tal senso, tu stai definitivamente rubando qualcosa a qualcuno, perché la musica non è la tua, è di qualcuno che la fa per ottenere, anche (e ora parte il sermone sui guadagni dei cantanti nei commenti) dei soldi, altrimenti il mercato chiude bottega.

Permettetemi di dire che, quello appena citato, è un atteggiamento molto italiano (da cui Stanis La Rochelle ne uscirebbe ferito e indignato, ndr), anzi, forse, tutto italiano. Recentemente, parlando proprio delle mail di avvertimento in arrivo agli utenti che usavano app modificate per aggirare i blocchi della versione free di Spotify, mi è stato detto che “tu per anni hai pagato, io comunque ne ho usufruito gratis fino ad oggi”. Non che mi fossi mai aspettato un atteggiamento diverso, d’altronde la mentalità è la stessa. Nei commenti dei rispettivi Store di iOS e Android, alla voce Spotify troviamo la guerra dei poveri, di chi non ha anima, di chi si coalizza con altri ‘scontenti’ e vota negativamente l’applicazione, accusando la stessa società di essere dei pezzenti, di essere delle merde e di doversi sputare in faccia per aver cercato di aggirare e quantomeno limitare la pirateria.

“Ormai dobbiamo pagare anche per aprire un’applicazione, fra poco dovremo pagare per aprire pure Facebook”, “Con quei soldi di vado a troie” e così via. Ma facciamo un passo indietro.

Passi la delusione per quei ragazzi giovani che ‘magari’, non possono permettersi di pagare Spotify perché ancora troppo piccoli per avere uno stipendio e troppo opportunisti per chiedere alla mamma di farlo in virtù, forse, di ottenere in regalo qualcosa di più grande e sostanzioso, ma voglio ribadire a tutti che la versione free di Spotify ancora esiste. Non avrà le stesse funzionalità di quella Premium – e ci mancherebbe – ma è una delle poche app di streaming che almeno permette l’ascolto anche a chi non ha un account di livello superiore. Ma non passi per nessun altro. Nessuno.

Non passi per chi si indigna di dover pagare la musica, non passi per chi ha un iPhone pagato 1300 euro e non trova 100 € l’anno per usufruire di un servizio che gratis non è – in soluzione unica o 120 in comode ‘rate’ – non passi per chi non ritiene la musica un valore a cui dare dei soldi per pagare dapprima un servizio che mi ha letteralmente cambiato la vita e, sullo stesso piano, degli artisti che, seppur non tutti aderenti ai nostri gusti, hanno dedicato tempo e sudore nella produzione di tracce, album, dischi. Il mondo dei furbetti per un po’ di tempo ha sguazzato nel fango della disonestà, ponendo loro su una scala gerarchica più alta di quella degli ignavi, quei poveracci che erano disposti a togliersi 10 € (se sei studente 5, se siete in famiglia ancora meno) dal loro stipendio per pagare un servizio che ERA ed È sempre stato a pagamento. Non si tratta di scegliere, non si è mai trattato di pagare o non pagare, si è sempre trattato di pagare e basta. E se tu non lo fai sei un disonesto, un ladro, uno scorretto ma mai un furbo, uno sveglio o intelligente.

Ad oggi, indignarsi per pagare ed usufruire della musica, è uno degli ossimori che, secondo l’italiano, può e deve stare nella stessa frase e ci convive a braccetto. La musica la si trova ovunque, c’è YouTube, ci sono i siti di download, ci sono gli mp3 e allora perché io dovrei pagarla?! Ho scritto quasi 1000 parole in quest’articolo e ancora non sono riuscito a dargli una spiegazione logica. Non riuscirò mai a rispondere seriamente ad un’esclamazione del genere. Non riuscirò mai a costruire una frase di senso compiuto di fronte ad una persona che mi rivolge queste parole. Perché probabilmente non c’è un senso, perché è assolutamente impossibile rispondere, ed è giusto, a questo punto, che noi, come società, ci si avvicini sempre di più all’annientamento e all’autodistruzione, tornando all’età della pietra con clava e vestiti di pelle di animali sezionati nella savana, per buttare e scaricare nel cesso, dopo millenni di evoluzione, tutto quello che il mondo, in miliardi di anni di storia, ha fatto per rendere la Terra un posto migliore. Io intanto, resto costernato, ferito e deluso, dall’ennesima occasione sprecata che l’Italia ha avuto per stare zitta, in silenzio e alzare la mano e dire : “Sì, ho rubato, ma ho capito la lezione e perché Spotify sta facendo questo”. Invece andiamo negli store dei nostri smartphone per lanciare la merda e insozzare tutto il panorama del web con l’ennesima dimostrazione di una società ormai allo sbando. Io concludo solo dicendovi una cosa : ringraziate che Spotify abbia solo bloccato le applicazioni fraudolente, senza colpire il defraudatore. In tanti altri paesi europei non funziona proprio così.