Abbiamo fatto un’intervista Ted Bee, una persona molto colta, che per natura si schiera contro la maggioranza.

Avendo notato un paio di pubblicazioni da parte di Ted Bee, abbiamo fatto un’intervista con lui. Ci ha raccontato tantissime cose: tra anticipazioni dei suoi progetti musicali e memorie della Dogo Gang, ci ha dato anche il suo punto di vista sul mondo Ultras, sulla religione, sulla musica italiana e non solo…

Da esponente delle subculture si schiera da sempre contro la maggioranza, di qualsiasi tema si parli e in questa chiacchierata su Zoom ce lo ha ribadito.

Ecco cosa ci siamo siamo detti:

La musica di Ted Bee

Abbiamo visto che hai firmato un contratto con una nuova etichetta, che si chiama Dreki Agency, volevamo sapere cosa c’è in cantiere, un nuovo progetto, un disco, piuttosto che un mixtape o altro…
«Il mio ingresso in questa etichetta, che comunque è indipendente, è nato da una amicizia. Sono legato da un’amicizia storica con Lorenzo Bruno che è una delle figure centrali di Dreki Agency e Manager di Yaner. Mi sono affidato a loro per questa ragione. Io non ero alla ricerca di un’etichetta, per il punto in cui era com’era la mia carriera facevo tranquillamente da me tutto. Dato questo rapporto di amicizia alla base mi viene garantita una autonomia artistica assoluta, compresi i miei progetti extramusicali e la possibilità di collaborare con chi mi pare. Un rapporto molto franco che garantisce grande autonomia, che è quello che a me interessa. Allo stesso tempo, non essendo completamente indipendente mi permette di sbrogliarmi un serie di sbattimenti non propriamente artistici: burocrazia, grafiche, promo, comunicati stampa…

Comunque è un discorso in itinere, non ci siamo prefissati delle tappe o degli step da fare. Siamo partiti con l’intenzione di pubblicare dei singoli, che è quello che stiamo facendo. Non ti nego che nell’ultimo periodo sto archiviando sia dei pezzi, sia dei buoni consensi per i brani usciti per Dreki, che finora sono 2: Fanculo alla maggioranza e Milano Odia, Roma Pure. Sicuramente sta crescendo anche l’idea di fare qualcosa di un po’ più corposo, che al momento non so dirti se sarà un album o un EP, comunque confezionare un prodotto che non si limiti a dei singoli random.»

Per quanto riguarda la scelta dei beat, il tuo rap è particolare. Tu hai usato egregiamente sia dei beat prettamente hip-hop, sia delle produzioni rock-punk. A prescindere da quelli che possono essere i gusti degli ascoltatori, tu su quali ti trovi meglio? Quali ti piacciono di più?
«Io sono proprio cresciuto ascoltando hip-hop, in tutte le sue sfaccettature. Fino almeno ai 25 anni ho ascoltato praticamente solo hip-hop.»

E Max Pezzali! Lo dicevi in un tuo pezzo…
«E Max Pezzali, ovviamente! È vero! Negli ultimi anni mi sono un po’ aperto a sonorità rockeggianti, punk rock, perché il comune denominatore è legato alle tematiche della strada. Forse il mondo dell’elettronica è quello che mi ha sempre un po’ meno affascinato. Sono sempre stato più legato alla musica (quella che una volta era…) alternativa.

Nelle ultime robe che ho fatto, invece c’è stato proprio un ritorno a delle sonorità classicamente hip-hop, in termini di groove, di sample (che a me piace usare), che richiama la stagione metà anni duemila o addirittura anni 90… Però ti dico, non disdegno niente. Non sono uno che fa le crociate contro la trap, mi piace anche quel suono lì. È chiaro che sono più legato al sound che va dagli anni 90 a metà anni 2000, per motivi puramente generazionali. Sono cresciuto con quella roba.

Se vuoi un’altra news, ti dico, mi piacerebbe concentrarmi per provare a utilizzare dei beat più attuali, come quelli trap. Provare a portare quello che secondo me, ad ora manca. Cercare di nobilitare quel sound lì con dei testi anche più impegnati.»

Come hai detto sei sempre stato legato alla musica alternativa. Infatti tu hai sempre rappresentato molto le subculture, in particolare quella hip-hop e quella Ultras. Secondo la nostra opinione, le nuove generazioni, i giovani di adesso cercano tutti di assomigliarsi, mentre i ragazzi della mia e della tua generazione cercavano di distinguersi. Come ti spieghi questa cosa? Da cosa può essere causato secondo te?
«È una cosa verissima. Probabilmente un grande discriminante tra la mia generazione e quella successiva sono stati i social network. In realtà quelli della nostra generazione sono stati un po’ una generazione di mezzo. Siamo cresciuti uscendo, con il senso dell’importanza della compagnia, un po’ come nei pezzi di Max Pezzali. Ma siamo anche stati i primi a usare in maniera attiva i social, che sono comparsi in età tardo-adolescenziale. Abbiamo vissuto quel momento di passaggio. Secondo me, la responsabilità è dei social network, nonostante abbiano portato anche molte robe positive.

Il rovescio della medaglia è che hanno esasperato un concetto di approvazione e riconoscimento, anche solo per la dinamica dei like. Io dico sempre che sono alternativo. Quando ero ragazzino io, essere alternativo, farsi piacere cose che piacevano solo a te, avere passioni di nicchia favorivano la creazione di piccoli gruppi ed erano collante di amicizia. Ma dall’altro lato l’essere originale e diverso, ti faceva sentire figo. Adesso invece, lo vedi proprio dai social, è esattamente il contrario. Se la tua identità non è riconosciuta a livello planetario, più ti conformi ai gusti della massa più ti senti un vincente. I social hanno contribuito ad un appiattimento ed uniformità dei modi di espressione delle nuove generazioni.

C’è anche un elemento tragico: io ho vissuto gli ultimi scampoli in cui si credeva di poter cambiare le cose. Si poteva lottare per cambiare. Oggi invece c’è questa amara constatazione, che cambiare il mondo è impossibile. Siccome rovesciare la piramide è impossibile, allora tanto vale farne parte.

Quando io ero ragazzino questi fenomeni estremamente kitsch, pacchiani o di esasperazione della propria ricchezza, come ad esempio il Gianluca Vacchi di turno, li avremmo mandati a fanc*lo. Invece è diventato un idolo, uno così. Gli avremmo detto “Siete delle me*de!” Invece ora, siamo arrivati al paradosso che determinati modelli siano presi a riferimento. Mi ricordo che una volta c’era anche un certo senso di appartenenza ai ceti popolari o marginali. Invece oggi, o lo nascondi o ambisci ad altro. Ambisci ad elevarti ma invidiando chi non ha fatto del talento la propria fortuna.»

Il carattere di Ted Bee

Restiamo più o meno su questo argomento. Analizzando i tuoi testi abbiamo notato che rispetto ai testi degli esordi dove prevaleva la rabbia nei confronti dello stato, delle istituzioni, della Chiesa, sei un po’ cambiato. Non ci piace dire, ti sei ammorbidito, ma diciamo che hai trovato modo di argomentare meglio. Non più rabbia cieca, ma critiche argomentate. Questo da cosa dipende? Dall’età anagrafica, perché crescendo si riescono a valutare meglio i termini o per un cambiamento nel tuo modo di vedere certe cose?
«Certamente! Calcola che ho iniziato a rappare a 16 anni. Adesso ne ho 33. Non significa essere incoerenti, significa ampliare la propria visione del mondo o acquisire nuove conoscenze per perfezionare quello che credi. Ci sono certamente delle cose in cui credevo allora e in cui credo tuttora.

D’altronde Cassius Clay diceva: se a 50 anni la pensi come quando ne avevi 20, probabilmente hai sprecato 30 anni della tua vita. Non è per giustificarsi, ma non bisogna neanche vergognarsi di dire che su certi temi uno si è ammorbidito o ha proprio cambiato punto di vista. Posto che, ti dico la verità, non rinnego nulla o quasi nulla di quello che ho scritto.

Gli artisti che io amo, nella loro carriera hanno sempre subito una sorta di evoluzione. Io diffido molto da quegli artisti che non sono mai cambiati. Io credo che nella vita uno parta da un punto, passi per altri e approdi da altre parti ancora. Non mi sono mai piaciuti i cantanti o gli artisti che non hanno mai avuto un’evoluzione. Ti potrei fare mille esempi. Così come potrei farti esempi di artisti che hanno avuto un’evoluzione: questi sono proprio gli artisti che io preferisco.

L’artista è uno che va alla ricerca di sé stesso, nelle proprie opere. Addirittura, penso che l’irriducismo a se stesso, sia una delle cose più tristi. L’evoluzione è importante per le persone, non solo per un artista, perché le esperienze, sono gli elementi di cui un uomo nella vita fa tesoro. Probabilmente, se uno non cambia mai è perché è talmente sicuro di sé da sentirsi il più figo, il più intelligente… Però rimane fermo lì.

Vi faccio un esempio: Giovanni Lindo Ferretti. Non è uno dei miei punti di riferimento a livello musicale, però mi piace un sacco il percorso che ha fatto. Mi piace vedere le sue cose vecchie, perché era super ortodosso, super integralista, anche su alcune posizioni che potevano apparire assurde. Pur non condividendole, mi piaceva quell’ortodossia. E poi mi è piaciuta anche tutta quella evoluzione spirituale che ha avuto come personaggio, perché testimonia il desiderio che ha avuto di ricercarsi continuamente. Guardarsi dentro, guardando il mondo fuori, che è una cosa che sento anche molto mia. Inoltre credo sia condivisibile da qualsiasi uomo, non necessariamente artista. A me piace ascoltare anche le mie robe vecchie, ci sono proprio poche cose che ti direi “minchia: no!”»

Riascoltando queste cose vecchie, dove si sentiva questa rabbia, veniva da dentro o era anche un po’ “di scena”, diciamo di scena hip-hop. Volevi apparire arrabbiato o lo eri realmente?
«La rabbia credo che non mi abbia mai abbandonato, anzi, se possibile, credo sia accresciuta. Forse ha soltanto cambiato forma. Credo anche in un valore profondamente salvifico che la rabbia ha avuto su di me. Provare rabbia mi ha anche salvato dalla depressione. A volte, persone vicine a me, mi rimproverano che in alcuni pezzi prevale l’elemento critico, incazzato. Ogni realtà è fatta da elementi positivi e negativi. Io sono molto più bravo a cogliere quelli negativi e le contraddizioni, piuttosto che il lato positivo.

Da una parte deriva dal mio carattere. Io non sono mai stato, per educazione personale e per come siamo fatti in famiglia, incline al vittimismo. Piuttosto all’antagonismo, alla reazione. Forse è in questo senso che dico che la rabbia è qualcosa che mi ha tenuto vivo in certe occasioni, per questo la considero quasi come una qualità. Non mi ha mai abbandonato e un pezzo come Fanculo alla maggioranza, secondo me lo dimostra platealmente.

Forse negli ultimissimi lavori quella cosa lì non è del tutto uscita perché erano completamente incentrati sullo storytelling. C’era una visione un po’ più neutrale su alcune cose. Comunque non mi esponevo in maniera diretta su determinati argomenti ma mi limitavo al racconto.

In realtà mi rendo conto che i primi pezzi che facevo, dove sicuramente usciva quella rabbia lì, erano molto spesso più elaborati, più ricercati delle ultime robe che ho fatto. Quindi paradossalmente, quell’elemento di rabbia che usciva era un po’ “filtrata” da questa scrittura. Diversamente negli ultimi anni, le cose che ho scritto sono molto più dirette, più urgenti.»

La cultura di Ted Bee

A proposito degli episodi di A scuola con Ted Bee, noi siamo restati veramente colpiti dalla scelta dei temi dei brani e degli episodi dei podcast su YouTube. Come ti vengono in mente? Sono frutto di libri letti? Perché sono episodi della storia “di nicchia”, della storia più oscura, di cui non si è mai parlato…
«Assolutamente si, molto di nicchia! Alla fine è notorio che io sia molto interessato a tante cose di storia. D’altronde, nella mia discografia, già nel mio primo pezzo in assoluto Shoot a blow parlo della storia degli Stati Uniti d’America. Quelle sono tutte tematiche a cui sono sempre stato legato.

A scuola con Ted Bee nasceva come rubrica su Instagram. Poi ho fatto un EP, Musica Senza Ascoltatori, con l’intento di raccogliere storie incredibili Italiane che secondo me meritavano di essere di raccontare.

Tornando alla domanda iniziale, a me piace proprio andare a ricercare queste storie di nicchia. Successivamente ho impreziosito questo lavoro con dei brevi video in cui raccontavo, parlando in prosa, le storie raccontante nel disco. Preso bene da questa cosa di YouTube, ho detto, “va bene continuo a fare queste piccole pillole, seguendo questo filo conduttore di raccontare delle storie poco note attraverso dei video, in modo più o meno costante“. Il bello di YouTube è che questi video restano lì. Questo canale, paradossalmente potrà essere riscoperto tra un tot di tempo, non per forza nel momento in cui escono i video.

Negli ultimi anni, accanto alla musica, mi sono appassionato molto a questa cosa della divulgazione, che ho cercato di costruire e portare avanti con gli strumenti che sono in grado di utilizzare. Devo dire che mi sta dando anche soddisfazione, perché ricevo bei feedback e che mi fa piacere. Collaboro anche con 2righe, che è una rivista sempre legata al mondo Dreki. Lì ho pubblicato recentemente un podcast audio sui Banditi e ne uscirà un altro a breve, che sto ultimando adesso, sugli Anarchici. Questo per dire, che la divulgazione è tutta una roba che a me piace.»

Quindi tu hai in futuro il progetto di andare a lavorare in radio, o portare comunque questa cosa su altri media?
«Certo, le cose che io faccio in autonomia hanno la velleità, l’ambizione di trasformare questi progetti in qualcosa di sempre più professionale. L’esempio che tu fai è una cosa che a me piacerebbe molto.»

A me piacciono moltissimo così come sono, ma a volte si ha come l’impressione che siano un po’ limitati allo spazio e al media che utilizzi. Potrebbero raggiungere un pubblico più ampio magari attraverso i Podcast di Spotify, che adesso stanno prendendo piede tantissimo. Avresti bisogno di più spazio e visibilità!

«Eh, lo so. Non posso dirti altro che lo so.»

Noi abbiamo apprezzato tantissimo anche il video tuo su Srebrenica. Io sono stato a visitare quei luoghi con la scuola nel 2012: le fabbriche, l’orfanotrofio… dove si è svolto l’eccidio.
«Se avete visto quel video, avrete notato che all’inizio facevo un format di video molto brevi, editati bene. Adesso sto cercando di fare robe un po’ più corpose e più lunghe magari parlando a braccio, ma raccontando storie più estese. Io non ho l’arroganza di fornire un servizio. Però, perché ho voluto fare quel video su Srebrenica? Perché non la conosce nessuno! È assurdo che su internet non si trovi nulla. Io, per esempio, non avrei nessun interesse di parlare della Shoa. Non perché non mi interessi l’argomento, ma perché si è già detto e scritto di tutto! Cosa gliene frega alla gente di sentire il mio racconto di questo tema? Invece, magari mi piace riempire quei vuoti.

Forse è per questo che non c’è questo riscontro di massa. Perché io vado a prendere volutamente delle storie che sono appunto poco conosciute. Ma quella è la mission: mi piace pensare però che magari un domani, se uno su YouTube va cercare di Carlo Airoldi, trova solo me, perché non ne parla nessun altro.»

Parliamo un attimo del tuo percorso di studi. Perché in una scena dove i rapper si “vantano” quasi di non aver finito la scuola, di rubare i motorini e fare vita di strada, tu sei diverso. Sappiamo infatti che tu ti sei laureato e la leggenda narra che il tuo disco Centodieci e Lode si chiami così per via della laurea…

«No, no, non è una leggenda, è vero! (ride, ndr). Io ho fatto il liceo Classico e poi mi sono laureato in Filosofia e 110 e lode era la cifra di riferimento.»

La cosa che abbiamo notato noi, è che nel disco Centodieci e Lode, ci sono quasi meno riferimenti culturali e liricismi rispetto ai tuoi progetti successivi. Sembra quasi che tu abbia continuato a studiare o comunque a informarti. Dopo la laurea hai fatto altro per continuare a crescere la tua cultura?
«Sembra un po’ da nerd o da babbi, ma io sono una persona molto curiosa. Lo studio rappresenta una delle mie grandi passioni. Io leggo una cifra. Ti farei vedere la mia libreria, ma sembra di voler fare i fighi. Per me è proprio una passione.

Non ci avevo mai pensato a questa cosa che stai dicendo. Probabilmente è vera ed è dovuta al fatto che prima della laurea ero molto in giro. Frequentavo il mondo della strada, degli stadi… Ero bombardato da quelle influenze e da quell’immaginario, che erano parte di me (e lo saranno sempre). La mia forza è sempre stata quella di camminare tra due binari. C’era tanto l’elemento citazionistico (senza cadere in una roba intellettuale), perché dall’altra parte era ben equilibrato da una Street Credibility. Crescendo, questa si è forse un po’ diluita e io ho tratto di conseguenza più ispirazione dai libri, dai film… Fino ad arrivare agli ultimi miei due lavori Musica Senza Ascoltatori e A scuola con Ted Bee dove l’elemento mio personale è completamente assente. Sono due dischi incentrato solo sullo storytelling dove racconto storie che ho letto, che ho visto o di cui ho sentito parlare.»

Per restare sul tema: un libro che consiglieresti o l’ultimo libro che hai letto?

«Ti rispondo solo alla seconda domanda e ti dico perché. La domanda “il libro che consiglieresti”, piuttosto che “i tuoi 3 film preferiti” o “che dischi porteresti su un’isola deserta”, sono quelle domande a cui oggi risponderei in una maniera. Se me lo richiedi tra una settimana ti dico un’altra roba.

Però ti dico, l’ultimo libro che ho letto si chiama Il Bandito dell’isola, pubblicato da Milieu Edizioni, che tra l’altro è una casa editrice fighissima. Racconta la storia di Ezio Barbieri, uno storico bandito milanese del dopoguerra. Apparteneva a quella che chiamavano la “Ligera”, la malavita milanese pre-Vallanzasca, anni 40-50. Fondamentalmente è la sua biografia ed è un libro molto bello.»

Ribadendo l’importanza della cultura, secondo me, sarebbe opportuno anche ribadire l’importanza del lavoro. Che lavoro fai?
«Lavoro da più di 5 anni nel settore delle risorse umane. Al momento per una multinazionale che si occupa di selezione del personale. Mi sarebbe piaciuto insegnare ed è comunque una strada che sto perseguendo in attesa che sblocchino i concorsi.

Sono comunque soddisfatto e grato di avere un lavoro. In passato forse mi è pesato il fatto di non essere riuscito a fare della mia passione un lavoro a tempo pieno, oggi ne sono quasi sollevato in quanto la possibilità di mantenermi attraverso un’altra attività mi da’ la possibilità di esprimermi in maniera totalmente libera nella mia musica, senza scendere ad alcun tipo di compromesso.»

La mentalità Ultras di Ted Bee

Cambiamo argomento. Io ho sempre frequentato la Curva Andrea Costa a Bologna. Da ragazzi, con il mio gruppo di amici e mio cugino, che invece frequentava la Curva Sud della Roma, vedevamo in te una sorta di modello. Accomunati dalla mentalità ultras, tu eri l’unico a portare nei tuoi brani la vita di curva. Cosa ne pensi del movimento ultras adesso? Chiaramente era già un fenomeno in crisi, rispetto agli anni 80-90. Questa lontananza forzata dagli stadi, può essere la fine del movimento ultras?
«Non vorrei essere pessimista, però lo sono. Io purtroppo credo che il Covid possa dare la mazzata finale. Credo possa essere la pietra tombale per tutta una serie di movimenti antagonisti. Uno di questi sicuramente può essere il movimento ultras. Parlo di questo perché è quello che conosco meglio. Potrei fare altri esempi, che ne so, i Rave Party, ma non è un mondo che io conosco.

Questo avviene per diverse ragioni, alcune delle quali sono abbastanza intuitive. Siamo di fronte a un’emergenza che rende impossibili quelli che sono i perni fondamentali su cui si regge la mentalità ultras. Ovvero il contatto fisico e l’aggregazione. Inoltre, per tutti questi movimenti che si basano su certi rituali di aggregazione, è fondamentale il ricambio generazionale. Quindi il passaggio di testimone. Stare fermi 1-2 o più anni, può bloccare questo ricambio. Che poi, parliamoci chiaro, si era già un po’ perso negli ultimi anni. Per questo potrebbe essere la mazzata finale per il movimento.»

Tu l’avevi fatta la tessera del tifoso, nel 2009?
«Ti dico la verità, io ho smesso di andare in Curva Sud nel 2009, quando la curva del Milan ha fischiato Maldini. Lì ho detto basta, questa roba qui non mi interessa. Ho continuato ad andare allo stadio, perché comunque amavo il calcio, fino al 2012. Avevo abbonamento e tutto, nel Secondo Anello Arancione. Ho iniziato a fare l’abbonamento in curva l’anno dopo che Zaccheroni aveva vinto lo scudetto, quindi era probabilmente il 99-00. Fino al 2009, che è stata la grande stagione del Milan. Poi fino al 2012 sono andato allo stadio. Mi ricordo ancora Milan-Novara che era l’addio in contemporanea di Nesta, Gattuso, Seedorf, Inzaghi e Zambrotta. Lì ho pensato proprio “È finito il mio Milan“. Non ti nego, che negli anni a seguire, a parte che abbiamo sempre fatto c*gare, ho coltivato altre passioni nel fine settimana. Quest’anno mi sta tornando l’entusiasmo. Un po’ il Milan di quest’anno che mi ricorda quello di Zaccheroni…

Però negli ultimi 10 anni andavo allo stadio, non in curva, quando capitava. Mi ricordo che quando avevo smesso di andare in casa del Milan andavo spesso nella curva dell’Hockey di Milano. Che è una curva incredibile. Ai tempi almeno era così, ora non so, perché poi li avevano diffidati tutti… Ai tempi, tutti i diffidati di Milan e Inter, non potendo andare a vedere il calcio si erano riversati sull’hockey. E all’hockey, nel palazzo del ghiaccio, era concesso tutto quello che era già proibito negli stadi: tamburi, fumogeni… di tutto e di più. Era come andare a San Siro nel ’94. Quindi era bellissimo e divertentissimo. Si trovavano tutti là i peggiori, sia del Milan che dell’Inter.»

Non andavi a seguire anche le partite del Cagliari?
«Ho un carissimo amico cagliaritano. Io sono un fan delle maglie vintage, ne ho tantissime, ne ho una collezione vastissima e tra queste ho anche la maglia del Cagliari, dello scudetto del 70. Il mio amico, essendo di Milano, non è mai andato a vedere il Cagliari in casa, ma lo segue sempre in trasferta. Quindi andavo con lui.

Io sono proprio un fan del calcio, sono un vero nostalgico. Mi piace tutto quello che ruota attorno al calcio di provincia. Uno dei miei rimpianti è quello di non aver mai fatto la Serie B con il Milan. Mi sarebbe piaciuto seguire un anno il Milan per andare a Gallipoli, Cittadella, Castellamare, Alessandria… Per vivere proprio quella passione lì, che è più vera!»

La musica in Italia secondo Ted Bee

Ci allacciamo al calcio e all’attualità. Non so se stai seguendo il recente dibattito in cui i vari rapper dicono che la scena italiana si sa distinguere in contrapposizione con altri che dicono che è una copia di quella americana. Dal nostro punto di vista, era paradossalmente molto più originale una scena come quella dei tuoi esordi, degli anni 2007-2008-2009, dove si sentiva parlare di politica interna, di calcio e di argomenti più legati alla cultura italiana. Al contrario i rapper di adesso parlano di lean piuttosto che di altre cose, che probabilmente non hanno neanche mai visto. Tu cosa ne pensi?
«Ho visto che c’è chi ha detto che in Italia non c’è un c*zzo di nuovo, che non ci sono novità. In realtà è una minchiata. In Italia, almeno ogni 5 anni c’è qualcosa di rilevantissimo, a livello internazionale. Soprattutto nell’ambito della musica dance-house.

In Italia abbiamo i Meduza che fanno 15 dischi di diamante nel mondo, e nessuno ne parla. Abbiamo il produttore Kina che spacca negli USA con la Lo-Fi. Il problema è il micro-circuitino italiano del c*zzo, sponsorizzato ancora dalle televisioni e dalle radio. Anche nel rap che ormai è diventato pop… Ma tu pensa che ancora stanno spaccando i c*glioni con Vasco Rossi, che sembra abbia fatto La Nona di Mozart, quando sono 30 anni che esce con la stessa canzone che fa schifo al c*zzo. E ogni volta che esce, gode di un riscontro a reti unificate, manco fosse Mattarella.

Il problema è questo. Che c’è tantissima roba figa in Italia che la gente rifiuta di vedere o che non vengono promosse. Io ragazzi ho 33 anni, ma non me li levo più dai c*glioni Vasco, Ligabue e Jovanotti, che sono 20 anni buoni che fanno la stessa canzone.

Purtroppo, non vorrei che adesso che il rap è diventato il nuovo pop, si andasse in quella direzione. Questo è quel Paese in cui si diceva “Minchia, sti vecchi che sono lì, è ora che si levino dai c*glioni!”. Io ho paura che adesso, questi sono andati lì, non si levino più loro dai coglioni! Nel pezzo Fanculo alla maggioranza lo dico: l’Italia è un popolo di sedentari, tutti ambiscono alla poltrona. Quando tu arrivi alla poltrona, non ti levi più dal cazzo.

Quindi sono d’accordo solo in parte. C’è tanta roba italiana che fa successo all’estero ma nessuno lo dice mentre c’è gente che fa 3 dischi d’oro (che oggi te li regalano) e ne parlano a Studio Aperto. Dall’altra parte, ci sono realtà più piccole, che magari nemmeno io conosco, che meriterebbero più spazio, ma sono fagocitati da un sistema mediatico che è sempre quello: ci si fa pompini a vicenda.

A me è capitato di leggere la vostra recensione di MedioegoInoki e dire: figo, è analizzato bene! Perché ci sono testate che parlano di hip-hop in Italia con un livello di faziosità da Emilio Fede. Non puoi ignorare degli artisti perché ti stanno sui coglioni.

Essemagazine che non parla del disco di Fedez è assurdo, perché Fedez è una realtà. Poi ti può piacere o non piacere, ma non puoi non dire che è uscito. Al contrario uscire con degli articoli, che non sono articoli, ma sono delle agiografie di artisti che sono tuoi amici. Ma anche perché la gente se ne rende conto: leggi i commenti e sono pieni di insulti. Ci sta ammiccare un po’ ma a farlo in maniera spudorata diventi come Mario Suma per il Milan o Emilio Fede con Berlusconi. Quando si fa informazione ci sta mettere un po’ di tifo, ma basta! Se è una roba figa avere finalmente dei magazine strettamente hip-hop, che diventi però anche l’opportunità di dare voce ad altri. Ax è un mio amico, ma Ax si comunica da solo. Non ha bisogno di uno che recensisce il suo disco. Andiamo oltre, andiamo un po’ alla ricerca, spingiamo la roba…

Quindi i motivi sono due. Uno, c’è gente che spacca la fuori e non lo dice nessuno. Due, sicuramente ci sono realtà che non hanno la dovuta spinta in un ambiente italiano. Fino a che non sei amico di qualcuno. Parlo io, che ho avuto la fortuna degli amici che mi hanno aiutato, però mi rendo conto di gente che non ha determinati appoggi, che ti perdi in un miasma…»

History Time: Dogo Gang e Arte per Ted Bee

Facciamo un attimo un “History Time”. Noi siamo fan tuoi così come di tutta la Dogo Gang. Siamo cresciuti con voi. Per questo ci chiediamo, oltre a Montenero che abbiamo visto in quest’ultima traccia ci sono ancora contatti tra di voi? Avete qualche modo di sentirvi, che so, magari anche solo un banale gruppo WhatsApp chiamato “Dogo Gang”?
«Il gruppo WhatsApp non c’è. Però ti do un’esclusiva. Molto probabilmente Montenero non sarà il primo e unico featuring Dogo Gang, ci sarà anche dell’altro. Solo questo posso dirti.»

Sempre riguardo a quel periodo in cui tu eri nella Dogo Gang, c’è stato un momento in cui, tolti i 3 Dogo, tutti gli altri rapper membri della Dogo Gang sembravano più o meno sullo stessa altezza, per numero di dischi pubblicati, featuring, skills… Poi qualcuno è sbocciato, con un notevole riscontro commerciale, altri meno. A nostro parere, però non c’era questo “gap” a livello di testi, credibilità o altro. Facciamo un esempio concreto, fra te e Marracash, se un ascoltatore nel 2007-2008 vi ascoltava, non poteva dire uno è un rapper scarso e uno è un rapper forte, tutt’altro! Tra i due, sembravi tu quello con più capacità, con più skills al microfono, temi e argomentazioni. Invece è successo che Marracash ha fatto il disco più venduto del 2020. Questa cosa come te la spieghi? O ad esempio Sgarra, che ci piaceva molto, con stile, ma che di fatto è scomparso. Ecco, prendiamo i tre esempi. Te, Marracash e Sgarra.

«Esatto, Sgarra ha smesso proprio di fare roba… Io ti spiego l’idea che mi sono fatto, ci ho pensato spesso e non ti nego che in alcun periodi magari l’ho anche “sofferta”.

Un po’ è quello che ti dicevo prima. Io ho un gusto, diciamo, di nicchia, profondamente elitario. Guardando a ritroso ho fatto un’analisi della mia storia, a posteriori: era inevitabile. Così come ho un gusto molto particolare, di conseguenza, anche la mia produzione musicale era destinata e restare tale, ad essere per pochi. Ho imparato a conviverci e sono in pace con me stesso per questa roba. Quello di cui mi sono reso conto, è che ho un pubblico, sicuramente non-mainstream, ma uno zoccolo duro. Una fetta di persone per le quali io sono il capo! Dai libri, alla musica, ai film, non ho mai amato le cose commerciali. Ho sempre subito il fascino delle cose meno note anche la musica che ho fatto, ha finito per essere così ed io ho finito per apprezzarlo.

Preferisco avere un pubblico ristretto che si ascolta le mie rime poi si va ad approfondire i riferimenti, le citazioni, piuttosto che una massa di ragazzini che resta indifferente. Poi ovvio, se me lo avessi chiesto a 23 anni, magari mi rodeva il culo. Adesso sono più consapevole di quello che ti sto dicendo.

Aggiungo, una cosa che dico sempre, che vuole essere anche uno stimolo per le persone. Noi viviamo in un epoca in cui tutto è presente. Niente come l’arte trascende dai propri tempi. Nel pezzo Fanculo alla maggioranza dico “Gesù aveva 12 follower”. Gesù in vita lo prendevano a sassate: aveva solo 12 persone che lo seguivano, considerate matte. Ma ci sono un sacco di esempi e non solo in ambito musicale. Quanti cantautori sono stati riscoperti dopo la loro morte? Oppure pensa a Van Gogh. Van Gogh in vita sua ha venduto 2 quadri. Mi ricordo studiando filosofia: Schopenhauer, che oggi è super considerato. Ai tempi in cui era vivo le sue lezioni erano disertate, perché tutti andavano a sentire quelle di Hegel. L’arte trascende i tempi. Quello che io ho fatto oggi, è lì e resta. Paradossalmente io godrei molto di più in un successo post-mortem. Il vero successo dell’arte, secondo me, non è quando esci primo in FIMI la settimana in cui è uscito il tuo disco ma è quanto resti e quanto la tua roba influenza le menti delle persone. Io a questo ci credo davvero. Io all’arte le do un valore un po’ più alto…»

Alla tua epoca sei uscito molto giovane me eri quasi un’eccezione, mentre adesso c’è quasi una ricerca del rapper più giovane. Cromo, Shiva, Rondo… Ogni anno c’è la ricerca al più giovane. Mentre al giorno d’oggi sembra quasi che la giovane età sia un valore aggiunto, che dà maggiore risalto ed esposizione mediatica all’artista, all’epoca, essere giovane in una scena di “veterani” ti ha penalizzato? A te che l’hai vissuta, come l’hai vista?
«No, in realtà no. Anzi all’inizio mi ha aiutato tantissimo. Quando sei giovane sei la promessa, l’astro nascente e se ne parla. Magari anche solo per quello. Perché è atipico, per una persona così giovane avere dei testi come quelli che avevo io. Forse la giovane età mi ha penalizzato, per così dire, solo perché la foga dei 17 anni mi ha portato a non dare attenzione ad alcuni dettagli. O a fare di fretta alcune cose. Gestire male, anche come ansia, quel piccolissimo successo che c’era ai tempi. Però non è stato di certo un freno all’inizio. Anzi, è stato un elemento propulsivo. Come quando giochi a calcio a 16 anni e sei un fenomeno. La gente ne parla anche solo per l’età, poi devi essere bravo a mantenerti. Ma di per sé, non credo sia un limite essere giovane. Anzi, fare certe cose ad alti livelli, ti porta ad avere un vantaggio tecnico sui tuoi coetanei, di cui puoi farne patrimonio negli anni successivi.»

La visone della religione di Ted Bee

Ultima domanda, un po’ pesante forse per chiudere: il tuo punto di vista sulla religione. Tu sei partito da una serie di testi in cui eri molto pesante a riguardo, molto critico. In realtà, riscoprendo anche le perle di A scuola con Ted Bee, io ho visto una cultura notevole di Bibbia e Vangelo. Ascoltando certi tuoi brani, io immaginavo che tu non fossi mai entrato in una Chiesa in vita tua, in realtà, sembri molto informato sul tema…

«Assolutamente sì. Essendo laureato in filosofia, insieme alla filosofia sono campi del Sapere estremamente affini. Io rispetto alla religione mi considero ateo/agnostico. Nonostante questo, proprio in virtù del bisogno di ogni artista di ricercare sé stesso, provo una immensa fascinazione nei confronti di tutti quei percorsi spirituali e meditativi di cui anche la religione fa parte. Pur non sentendoli direttamente miei.

Io ho questa idea, che vi spiego, che mi ha sempre tenuto lontano dalla religione in senso stretto. La parola stessa religione viene dal Latino, legare. Ogni religione, per definizione esclude qualsiasi altra. Mi dispiace, ma è così. Se sei Cristiano, non puoi essere contemporaneamente Buddista, Musulmano, Ebreo o viceversa. Quindi ogni religione concepisce sé stessa come la Verità. Per me la verità non è entrare in una porta e chiuderla dietro di sé. Per me la verità è entrare in tante porte e fare tanti percorsi. Forse è una visione eretica. Infatti l’eresia è il contrario della religione. Per certi versi forse io mi considero un eretico. Entrare in tante porte e in ciascuna di queste trarre quello che può servire a te per andare alla ricerca della tua verità. In questo senso ritengo che nella ricerca della verità, ognuno metta in atto un proprio personale percorso. Che forse un approccio religioso ortodosso impedirebbe.

Allo stesso tempo riconosco che ci siano persone che trovano una consolazione o una risposta ai propri problemi nella fede e nella religione. Riconosco questa cosa, ma non la faccio mia. Ritengo inoltre che sotto una aspetto filosofico, proprio il fatto che ogni religione dica “io sono la verità, fuori di me non c’è verità. Chi nega la mia verità dice il falso” sia una grande forma di violenza. Credo che un germe di violenza sia comunque presente nella religione e forse è proprio questo che mi impedisce di abbracciare questo tipo di percorso.»

Grazie mille per l’intervista Ted, sei stato gentilissimo, è stato un piacere!

«Grazie a voi! Ciao ragazzi!»

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