Si è parlato molto di Mezzanotte, l’ultimo controverso e apprezzato lavoro di Ghemon (vedi la nostra intervista di qualche tempo fa), ma c’è più di un motivo per cui vale la pena parlarne ancora. In primis perché è un disco diverso.

Mezzanotte è un disco che ti sale dentro con il tempo e che non cede di un passo di fronte al costante bombardamento delle novità musicali. Chi segue la musica da un po’ sa bene che questi sono le caratteristiche di un prodotto di qualità, uno di quelli che è destinato a durare nel tempo. Quando si ha a che fare con dischi del genere, si tratta solo di aspettare che i tempi maturino e che arrivi il momento giusto per apprezzarli in pieno. Mezzanotte è esattamente così. Ed è così proprio perché è un lavoro profondamente diverso dal precedente. Con la sua storia di rinascita e apertura verso il futuro, ORCHIdee ci aveva lasciato con un dubbio: “Potrà durare tutto questo benessere?”, quasi che il nostro stesso destino dipendesse da quella promessa di felicità. La risposta – c’era da aspettarselo – è no: alla coazione non si sfugge, il ciclo è destinato a ripetersi.

Così troviamo Ghemon in un nuovo baratro, un baratro musicalmente ricercato, quasi elegante. Nella “notte in cui tutte le vacche sono indie” che è l’ItPop, infatti, Mezzanotte ha l’effetto di un lampo nel buio. Una lacerazione tangibile e musicalmente spiazzante, con quei rullanti secchi, con il soul tagliente, e con quella spinta della voce che in molte occasioni sembra voler rompere la melodia, per arrivare ancora un po’ più in là. Ci sono pezzi talmente intimi ed erotici da rasentare la volgarità, e che rischiano di respingere chi ascolta. Tanto più che Ghemon non si ferma mai a indugiare in orpelli inutili, al contrario, con la sua penna spinge per affondare il colpo riuscendo a trattare argomenti complessi con grande puntualità.

Ma la cosa davvero stupefacente è quanto con Mezzanotte Ghemon sia riuscito a mettere in musica i meccanismi psicologici della depressione e le vicende di un io avvizzito da un amore sbagliato. Ne emerge una sorta di cronaca: salite (Quassù) e discese (Mezzanotte), rabbia (Un temporale) voglia di riscatto (Non voglio morire qui) e prese di coscienza (Cose che non ho saputo dire). Solitamente l’artista è portato a vivere in modo ingenuo le dinamiche del mondo interiore, tutt’al più a sublimarle attraverso metafore e metonimie, ma mai a vederle con occhio consapevole. Ed è qui che nasce l’effetto straniante, che rende questo lavoro difficile da avvicinare: il vissuto è raccontato con la distanza tipica dell’analizzante, non ci viene trasmesso, bensì mostrato. In questo scambio l’ascoltatore non è portato a immedesimarsi con il racconto, ma ci si rispecchia, e sappiamo bene quanto può essere perturbante l’immagine del nostro doppio.

La materia psichica è un oggetto molle e traumatico, è creta nelle mani dell’artista, che può farla diventare un’opera sublime o uno sguardo nell’abisso, a seconda dei casi. Mezzanotte gioca sul confine, a volte è cielo, altre è terra – altre ancora è entrambi allo stesso tempo. In tutto il percorso Ghemon si mostra con un coraggio ammirevole – tanto che spesso non è chiaro chi glielo faccia fare – e lo fa con una qualità e una personalità rare, soprattutto nel monotono scenario del rap mainstream nostrano.

Classe '85, inizia a collaborare con Hotmc nel 2012. Vive ad Ancona dove si occupa di strategia digitale e comunicazione della cultura. Moderato grammarnazi e sapiosessuale, ha smesso di interrogarsi sul senso della vita per abbracciare un edonismo ingenuo.