Il 6 novembre 2020 Mudimbi ha pubblicato il suo secondo album ufficiale Miguel. Sono passati due anni dal precedente lavoro, Michel, e nel frattempo l’artista originario di San Benedetto del Tronto ha partecipato anche a Sanremo nella sezione “Nuove proposte” classificandosi terzo.

Questo progetto è di una unicità incredibile, sia per il linguaggio utilizzato, sia perché le basi sono frutto dello stesso Mudimbi. E non vi parlo di un artista che da performer si improvvisa producer, ma di veri e propri suoni prodotti con la voce, in un misto di vocalizzi e beatbox. Bando alle ciance, abbiamo aspettato due anni per un nuovo progetto e non voglio farvi aspettare oltre per l’intervista, quindi buona lettura!

Come stai? Com’è andata la reclusione a causa della pandemia?

Tutto abbastanza indolore, anzi, per certi versi mi ha fatto più bene che altro avere ancora più tempo per stare per i fatti miei.

Girando tra gli archivi ho visto che l’ultima intervista che ci hai rilasciato è stata realizzata in occasione di un live (Musical Zoo a Brescia nel 2017), preferisci i live o il lavoro in studio?

Ti dico la verità, credo di essere perfettamente bilanciato tra le due cose, perché mi danno soddisfazione entrambe. Poi magari nella scrittura non mi dà soddisfazione il momento in cui devo finalizzare il brano, quindi l’entrare in studio, come nel live mi da più soddisfazione il palco piuttosto che le prove o quello che c’è dietro. Però in generale, il momento in cui inizio a creare un brano, la bozza prima di andarla a finalizzare e il momento in cui mi trovo da solo sul palco, da solo a prescindere che ci sia una band, perché sono proprio concentrato dentro di me quando sono sul palco, mi danno proprio la botta emotiva.

Miguel

No, perché quando sono sul palco non penso, è una cosa difficile da far capire e non so nemmeno se sono l’unico. Mi rendo conto però che quando sono sul palco non penso, perché quando penso sbaglio. Non è che non penso per non sbagliare, a volte cerco di riprendere la mia testa che sta andando da qualche parte, ma le prime poche volte in cui mi è capitato di sbagliare qualcosa sul palco mi è sfuggito qualcosa del testo è stato perché stavo pensando. Magari pensavo al fan sotto il palco, mi sono focalizzato su di lui su come era vestito o leggevo il suo labiale mentre cantava la mia canzone; mi distraggo facilmente quindi non penso a nulla. Anzi sono anche molto concentrato su quello che sto facendo proprio a livello di trance agonistica, sarei curioso di sapere se è una cosa solo mia o se ognuno ha le sue. Sicuramente quando stai lì, entri in un’altra dimensione, anche perché la pressione è forte, e per non farti schiacciare dal pensiero “se sbaglio, sbaglio davanti ad un intero pubblico” probabilmente ti isoli totalmente e sei quasi assente.

Come sta andando l’album? Sta riscuotendo il successo che ti aspettavi?

Onestamente sono soddisfatto ed è una cosa che capita raramente. Mi è piaciuto il feedback che ho ricevuto, dai fan come dagli artisti e dagli addetti ai lavori stessi. Questo mi fa stare molto sereno. Sicuramente è un album che se lo ascolti colpisce, per un motivo o per un altro ti deve colpire. Sia i testi, sia il fatto che suono tutto in una maniera sperimentale, soprattutto nel rap qui in Italia credo di essere stato il primo ad utilizzare la voce abbinata ad un certo tipo di linguaggio che non è quello tipico del rap. È stata una bella sorpresa.

Quindi confermi che è un album rap?


Mettiamola così: rap lo faccio, ma rapper non sono. Faccio rap finché ci concentriamo sulle rime, sul tenere un certo tipo di metrica, quindi tecnicamente è rap, ma già le tematiche non sono quelle del rap. Una mia amica che sta a New York e che conosco da 10 anni, ed ha sempre ascoltato le mie cose, ha ovviamente ascoltato l’album e mi disse “è bello, ma tu non fai rap” paragonato insomma ai suoi standard, a quelli di New York. Quindi utilizzo il rap, ma so di essere molto trasversale e ne vado fiero.

Miguel

È nata da necessità e volontà. Non avevo voglia di stare ad aspettare gli altri “mandami la base, fammi la cartella, vediamoci in studio” ecc. Ho scritto in un periodo in cui ero molto solo con me stesso, avevo quindi voglia di fare musica ma non di aprirmi al mondo e agli altri. Quindi mi sono detto: la voce ce l’ho, beatbox in tempi non sospetti lo facevo, intanto butto giù le mie bozze e faccio le mie linee vocali come se fossero strumenti; e così ho messo in piedi tutte le tracce dell’album. Volevo averne il controllo al 100%, e una delle altre cose che mi ha spinto, è che volevo che la gente sentisse delle canzoni pensate esclusivamente da me, non per delirio di onnipotenza, ma perché ero veramente curioso di sapere se fossi bravo anche a fare musica. Ho cercato di fare una bozza quanto più strutturata possibile così che quando sarei andato dal produttore avrei potuto dire “questa è, ora va rifatta in bella copia” per questo ho dovuto curare tutti i dettagli. Il fatto di tenerlo poi per tutti i provini è arrivato in un secondo momento. Infatti sono andato a parlare con i producer e sono stati loro a dirmi che dovevamo tenere tutto. Io volevo chiedere se potevamo tenere uno o due suoni della voce e invece senza che aprissi bocca hanno voluto tenere tutto.

Quindi dopo tutto questo lavoro di fino, puoi dire di essere pienamente soddisfatto dell’album?

Sono così soddisfatto che ho già iniziato a preoccuparmi del prossimo. Mi è davvero piaciuta l’impronta che ho dato e dal momento che sono una persona che cerca sempre la coerenza nelle cose che fa, sto cominciando a questionarmi su quale debba essere, secondo me, il prossimo passo.

Fino a qualche settimana fa non ti conoscevo, lo ammetto, così ho provato a leggere la tua bio/storia su wiki, ma l’ho trovata solo come un elenco puntato di eventi. Tu come mi racconteresti chi sei?

Tranquilla, mica sono il Papa! Come mi descriverei? Vediamo… Sono una persona che si è accorta, non troppo tardi, a 30 anni che voleva fare altro. Ho iniziato a fare musica, che era sempre stato un hobby, nello specifico rap applicato a tutti i generi musicali possibili, soprattutto alla dancehall, ho fatto un passaggio in major, sono andato a Sanremo, ho fatto un album da indipendente, che poi è stato preso in licenza, mi sono assentato dalle scene per un paio di anni e mi sono ritrovato con un nuovo album in mano ed adesso stiamo facendo l’intervista.

Ecco, so che molti ti hanno conosciuto con Sanremo, io invece ti ho “scoperto” grazie a TikTok. Sei al corrente che Supercalifrigida è un trend? Con più di 490k di plays mentre il tuo nome come hashtag ne conta 300k…

In realtà un po’ lo so. È cominciato tutto con Amnesia del vecchio album e me ne ero accorto perché su Spotify erano saliti gli ascolti e in molti mi avevano chiesto se avessimo fatto qualcosa all’album o a questo singolo, come una promo in particolare magari. Nessuno capiva il perché di questo salto, anche perché non seguivamo quel social network. Poi una persona, che tra l’altro non mi conosce di persona ma mi conosce solo di nome, mi ha detto appunto che ero in trend, ma in realtà non so di più, di sicuro non comincerò a fare i balletti.

Quando hai iniziato la tua carriera ti sei mai posto la domanda “a che target voglio arrivare”?

A tutti. Mi sono fatto questa domanda spesso e ho sempre pensato che, da artista, quasi mi dispiace che qualcuno non possa capire quello che faccio, per questo mi viene naturale rispondere così. Sono sempre stato consapevole di piacere ad un pubblico eterogeneo, ai miei concerti ho trovato sotto al palco qualsiasi genere di fan, dal metallaro al nonno, e anche prima di Sanremo, che poi mi ha presentato ad un pubblico ancora più vasto. Uno dei complimenti che più mi piace è quando mi dicono “a me il rap non piace, ma a te, ti ascolto”.

Miguel

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