Una delle questioni più discusse nella strana atmosfera degli ultimi mesi, che ha coinvolto diatribe più o meno pacate anche tra vari artisti, è stata l’unione di musica elettronica e techno in particolare, con il rap; non fraintendiamoci dato che questo connubio esiste in Italia da svariati anni e anzi il dibattito parte proprio da questo. Ciò nonostante la questione è tornata di primordiale importanza dal momento in cui alcuni singoli ai primi posti in classifica richiamavano ad entrambi i mondi, talvolta con risultati non proprio memorabili.

Molti a quel punto hanno iniziato a sostenere quanto questo mix fosse il futuro prossimo dell’industria urban italiana volta a dover abbracciare un pubblico sempre più ampio. Capita spesso che però nel diventare nazional-popolare una cultura, in questo caso due tra clubbing e hip hop, sia ridotta all’osso e perda alcuni suoi principi. In questo non c’è nulla di male, essendo la semplificazione nel naturale mutamento dei fatti. Ma nel sottobosco musicale non c’è questa necessità di spasmodica fruizione ed è lì che troviamo UkuLele e il suo ultimo disco. Il rapper romano infatti mette le carte in tavola fin dalla presentazione del progetto, progetto che abbraccia non una semplice sonorità ma uno stile di vita: stiamo parlando di Techno Love, titolo abbastanza esplicativo del contenuto. A dire la verità troviamo anche il sottotitolo Europe che intercetta anche il concept che gli gravita attorno; il viaggio a cui assistiamo ci chiede di fare tappa in alcune tra le più importanti città europee, caratteristica che molto più del rap accomuna nel mondo musicale notturno sia chi è sotto i riflettori sia chi è dietro le quinte.

A questo si aggiunge la componente lirica che dà una seconda chiave di lettura alle città esplorate: il viaggio in queste metropoli è prima di tutto un viaggio dentro sé stessi. UkuLele questo non lo dimentica mai, aggiungendo al bagaglio dei contenuti “rap”, tra quotidianità, amori e malinconia, l’elettrizzante mondo dei club, realtà vissuta e raccontata con una certa passionalità. È così che tra una sigaretta e l’altra, tra un bicchiere di troppo e un lampione semi spento si riflette tutta la sua poetica, fatta d’immagini semplici che non vanno alla ricerca del tecnicismo, tecnico o concettuale che sia, quanto più dell’atmosfera di quei luoghi. In questo si differenzia, provando a rappresentare una cultura in chiave nuova e non semplicemente richiamando il tutto nello stile musicale. Lo stesso rap si apre spesso ad uno stile più melodico che valorizza la musicalità, vera pietra angolare del progetto.

Anche in questo in realtà, in virtù di questa particolare appartenenza, non troviamo i soliti arrangiamenti e soluzioni melodiche: il disco nasce da influenze di techno raffinata, che riescono ad impreziosire il tutto. In questo va riconosciuta la mano di Delta, produttore di tutto il disco che proprio per questo risulta molto coeso musicalmente; il progetto riesce ad unire con discrezione la parte elettronica con suoni raffinati riuscendo in generale a creare uno stile mai invasivo, che riprende e omaggia su tutti quello di Kalkbrenner, citato anche nei versi.

Insomma sicuramente alla base si percepisce la volontà di sperimentare e approcciarsi in un terreno non propriamente battuto, diverso e a tratti lontano dal sound che come dicevo prima sembra andare per la maggiore. Nel dibattito iniziale quindi c’è spazio anche per UkuLele che, con una freschezza non indifferente, dice la sua musicalmente su questo confronto tra i due generi.

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