Abbiamo lasciato che passasse un po’ di tempo prima di tornare a parlare del caso George Floyd. L’attesa era necessaria per permettere a tutti di metabolizzare l’enorme carico di informazioni in merito alle vicissitudini di Minneapolis, che hanno accompagnato le nostre giornate. 

Abbiamo già analizzato la questione ponendola in relazione al film iconico della cultura urban L’odio del regista Mathieu Kassovitz – leggi l’articolo per approfondire. Quello che faremo oggi è offrire un’ottica diversa attraverso una visione super-partes: dovremo valutare le conseguenze delle azioni, comprendendo la causa piuttosto che l’effetto. 

Abbiamo deciso di accostare gli eventi accaduti in Minnesota con Do the Right Thing – italianizzato Fa’ la cosa giusta – del maestro Spike Lee, non solo per le molteplici analogie tra i fatti accaduti e le vicende del film, ma anche perché possiamo notare quanto il rap abbia sempre accompagnato i moti di protesta sociale negli States.

Una passato fin troppo presente

Ben comprese le ragioni che possano portare a questa analisi, è doverosa una premessa per spiegare alcuni passaggi fondamentali del lavoro cinematografico: nel film di Spike Lee troviamo la descrizione di una storia in cui lotte razziali e di rivalsa sociale vengono accompagnate dagli sprezzanti versi di Fight the Power dei Public Enemy. Il racconto è ispirato ad un episodio della metà degli anni ‘30 realmente verificatosi negli U.S.A (ad Harlem nello specifico), in cui perse la vita un uomo di colore per mano di otto poliziotti bianchi.

L’ulteriore riferimento è quello ai fatti dell’Howard Beach Incident: tre ragazzi bianchi compiono un pestaggio mortale ai danni di tre afro-americani con l’ausilio di mazze da baseball e tirapugni davanti ad una pizzeria – situazione analoga a quella nel film, per l’appunto. 

Alla successione visiva, come abbiamo già rimarcato, si affiancano le parole durissime dei Public Enemy che ripercorrono l’animo rivoluzionario di Malcom X e a cui si contrappone lo spirito pacificatore e diplomatico di Martin Luther King. Questa è proprio la chiave dell’intero film e che caratterizza la situazione attuale negli U.S.A: la contrapposizione tra pacifico dialogo e violento progressismo

Con tali premesse arriviamo alla comprensione del rapporto bruto fra odio e amore spiegato da Radio Raheem – interpretato da Bill Nunn – in cui ci racconta di come l’amore riesca sempre a superare l’odio: la questione è particolarmente importante e lascia ampi spazi di riflessione in merito a quanto la storia tenda a ripetersi. Le lotte sociali per l’affermazione dei diritti del popolo afro-americano non sono certo un problema recente nella storia americana, che da sempre vede alternarsi episodi violenti di discriminazione razziale a dure proteste da parte del popolo nero. La questione spesso ha suscitato anche l’interesse di molti artisti che hanno fatto della tolleranza e dell’amore verso il “diverso” il messaggio cruciale delle proprie opere.

La bellezza dell’altro

Keith Haring era solito raffigurare un abbraccio tra due figure umane: il valore di quell’abbraccio è totalmente simbolico. L’artista descrive l’incontro fra culture differenti, un abbraccio che fonde soggetti distinti in un elemento unico: li migliora avvolgendoli in un tratto di colore luminoso. Ma cosa c’entrano l’arte pop di Haring e il film di Spike Lee con il caso Floyd? Ritengo che l’artista americano con le sue illustrazioni sia riuscito a rappresentare l’unica soluzione possibile al problema delle discriminazioni. Per quanto riguarda il legame con Do the Right Thing, possiamo notare quanto il contatto fisico sia il segno di appartenenza ad un gruppo etnico: in nessuna scena c’è una stretta di mano fra uomini bianchi e uomini di colore, diversamente da quanto avviene tra persone della stessa etnia. Haring supera tutta questo: il contatto riesce a chiudere il cerchio sotto il segno dell’amore.

Keith Haring
© Keith Haring Foundation

La ricerca di una risposta alla precedente domanda ci spinge a riflettere sul ciclico presentarsi di episodi violenti tesi all’affermazione culturale: anche nel film di Spike Lee riusciamo ad intendere che la lotta tra black culture e “il mito dell’uomo bianco” è qualcosa di sopito nella società americana. È “guerra fredda” pronta ad esplodere: la canzone Fight the Power all’interno del film ha proprio la funzione di rompere la pace nelle scene di quotidianità, presentando ancora la spaccatura sociale. Il caso Floyd dunque non è un “cliché” tanto per la violenza commessa, quanto piuttosto perché siamo consapevoli che nel lungo periodo si riproporrà come già avvenuto in passato.

In questo film sono presenti diversi elementi che ci spingono a capire lo stretto legame tra mondo hip hop e il fenomeno delle proteste sociali della cultura afro: prendiamo in considerazione l’emblematica sequenza in cui un uomo bianco sporca le nuovissime Nike di Buggin’ Out – interpretato da Giancarlo Esposito. La reazione potrebbe sembrare spropositata, eppure risulta quasi giustificata dal nostro senso morale: come mai? La risposta è semplice: empatizziamo con l’attore – portavoce della visione reazionaria – poiché vede in quelle scarpe un segno della personalissima rivalsa dallo status quo.

Vedendo il lavoro di fotografia del film non possiamo che rimanere folgorati dal profondo senso critico che permea l’intero lavoro: attenzione, però, che la critica sociale non riguarda solo la contrapposizione tra black culture e americani bianchi; la questione sociale trattata da Spike Lee –  nei panni di Mookie – è molto più ampia: il dialogo etnico comprende il rapporto tra uomini bianchi, di colore e asiatici. La condanna verso la discriminazione razziale dunque è trasversale e tocca ogni strato della società.

Tra odio e amore

Esclusione di ogni forma di discriminazione è ciò che alimenta la sceneggiatura del film nonché le diverse contestazioni a seguito dell’omicidio del ragazzo afroamericano.

Semplificando la relazione tra la descrizione cinematografica di Spike Lee con il caso di Minneapolis inciampiamo in continue assonanze tra i due eventi. Prima di addentrarmi nel gomitolo di connessioni, preferirei soffermarmi su quel rapporto odio/amore spiegato, attraverso Radio Raheem, da Spike Lee; nella scena, Bill Nunn indossa due tirapugni – già questo fattore non è da poco nella comprensione finale: i due compongono la coppia hate-love.

Mostrati fieramente dal protagonista della scena, possiamo ascoltare questa teoria secondo la quale amore e odio si scontrano costantemente sul ring della quotidianità: dal conflitto ne uscirà vittorioso l’amore. Ma è davvero così semplice come appare? Assolutamente no! In questa descrizione è sotteso un terzo protagonista: la violenza.

Ambedue i concorrenti – l’odio e l’amore, appunto – sono nella schiera degli sconfitti: il conflitto stesso mette al tappeto entrambi poiché, sebbene ci si la “vittoria” dell’amore, in questo rapporto antagonistico, “vittoria” è una parola vuota, priva di significato. La supremazia dell’amore (più che vittoria) è raggiunta mediante un rapporto violento: il risultato è nullo.

Tenendo conto di tutto questo possiamo meglio comprendere i fatti che sono accaduti in America: l’uccisione di Floyd ha riportato alla luce quelle tensioni sociali che per anni si è cercato di affogare nel silenzio, e nel quotidiano, provocando ulteriore dolore, ulteriore conflitto e inutile scontro. A che pro? L’affermazione di una rabbia collettiva.

black lives matter

Tutte queste rivolte sono state inutili? La risposta è certamente non facile: da un lato è sempre utile ricordare il valore della diversità, dall’altro non possiamo non prendere in considerazione cosa queste rivendicazioni abbiano comportato. Senza scadere in sterili divagazioni sul valore della libertà e della democrazia, è doveroso sottolineare come anche in Do the Right Thing le tensioni tra cittadini di colore e asiatici vengano risolte mettendo da parte le invidie; c’è il vicendevole riconoscimento dell’identità sociale.

Una conclusione senza fine

E’ abbastanza comprensibile che questi scontri all’interno della società americana potrebbero avere conclusione nel breve periodo: ma questo costituisce una reale la soluzione? No. Il motivo è semplice, poiché lasciare sospeso un conflitto lascia spazio ad ogni possibilità: in queste è compresa, per forza di cose, anche il darsi di nuovi scontri.

Ricordando i messaggi proposti da Martin Luther King – parte del suo celebre discorso compare nei titoli di coda dello sceneggiato – mai avremmo potuto supporre che si verificassero scontri per ragioni di questo tipo… Eppure, ci ritroviamo a riflettere sull’ennesimo caso di discriminazione razziale. 

Una probabile soluzione

Con questo articolo ho pensato di lanciare al lettore una sfida: ho scritto ogni parte seguendo una logica ben precisa. Il testo di ogni paragrafo delle precedenti sezioni – da Un passato fin troppo presente fino a Una conclusione senza fine – nasconde una parte del significato totale del testo. La soluzione la potrete ottenere unendo le lettere iniziali in grassetto di ogni singolo capoverso. 

Differenziarsi non è poi così difficile: è sufficiente non giudicare le differenze.

black lives matter