Perché Chi More Pe’ Mme dei Co’Sang è un disco fondamentale del rap italiano.

Quando ci si approccia a un classico, magari anche lontano nel tempo, si possono seguire due strade. La prima è quella, a volte insopportabile e retorica, di parlare di un determinato disco in base a ciò che ha rappresentato per noi, come se interessasse a qualcuno o come se fosse quello a conferirgli valore. L’altra strada, ad ampio raggio, quasi panoramica, passa in rassegna l’innovazione, l’impatto e l’influenza di un lavoro quasi in maniera oggettiva, in relazione al contesto di produzione, a cos’altro usciva contemporaneamente, a fattori, insomma, più analitici.

La realtà, però, si trova a metà tra queste due vie, come un pezzo di terra incolta nel quale nessuno è andato a scavare. Perché se è vero che uno sguardo distaccato permette di comprendere meglio alcuni aspetti di un album, ancor meglio se è passato tanto tempo dalla sua uscita, è anche vero che il valore di un classico lo si misura anche tramite la percezione comune e l’impatto sulle sensibilità individuali.

Così, a quindici anni dalla sua uscita, Chi More Pe’ Mme, disco d’esordio dei Co’Sang, è un classico in qualunque maniera la si guardi, per come ha determinato le sorti di tanto rap italiano e per come ha aperto un mondo nella testa degli ascoltatori, dando loro accesso ad un immaginario altrimenti sconosciuto.

Per la prima strada, quella personale appunto, Chi More Pe’ Mme rappresentò la folgorazione lungo la via di Damasco per un ragazzino delle medie – ossia il sottoscritto – che saliva per le scale per andare in classe con le cuffie nelle orecchie. C’era già familiarità col rap, nonostante la distanza culturale della provincia dell’entroterra campano da quel mondo che, con la simpatica collaborazione di eMule, collocavo quasi esclusivamente tra New York e Los Angeles. Eppure, Luchè e Ntò riuscivano a rendermelo accessibile, quasi traducendolo in una lingua a me vicina – il dialetto napoletano, appunto – riuscendo a ricreare quelle stesse atmosfere, senza che passassi i pomeriggi con il vocabolario d’inglese vicino.

Allo stesso modo, mi aprivano anche un altro mondo, probabilmente anche più complesso, quello dell’area nord di Napoli, della periferia segnata dalla criminalità organizzata, martoriata da una delle guerre di camorra più dure, quella tra i Di Lauro e gli Scissionisti.

Nei Co’Sang, così, trovavo la possibilità di comprendere più facilmente cose troppo più grandi di me, di capirne almeno in parte la portata, di tradurle in gesti ed immagini grazie alle loro parole.

Co'sang

Allargando il campo, invece, spostandoci sulla strada panoramica di prima, Chi More Pe’ Mme viene fuori nella sua straordinarietà in maniera netta. L’anno era il 2005 e il rap italiano era ancora al di qua del guado per ritornare ad essere, dopo la parentesi di fine ’90, di nuovo mainstream, quantomeno con i suoi esponenti più in vista (leggasi, sostanzialmente, Fabri Fibra, Mondo Marcio, Marracash e Club Dogo). Il rap napoletano – che ha spesso vissuto di dinamiche proprie rispetto a quelle nazionali – era in una fase di stallo. Bisogna andare indietro di altri due anni per trovare Persi nella giungla dei 13 Bastardi e, a parte quest’album, siamo in un’epoca che non abbonda di classici.

Chi More Pe’ Mme, così, non si capisce da dove sia venuto fuori se si guarda solo ai confini nostrani. È vero che i Co’Sang all’anagrafe sono registrati Luca Imprudente e Antonio Riccardi, ma, come modo d’interpretare il rap, è molto più facile trovare qualcuno vicino a loro nel Queens o nel Bronx, più che nella scena milanese, che allora stava per esplodere definitivamente. E questo non perché il rap italiano non avesse mai raccontato storie di strada, anzi, ma perché era l’approccio a essere diverso e, sostanzialmente, nuovo. Non c’era più la dicotomia solita che faceva sì che di strada si parlasse o per autocelebrarsi o con l’intento di denunciare politicamente – e, in questo, la tradizione napoletana era forte dei 99 Posse.

I Co’Sang furono davvero una rosa cresciuta dall’asfalto per come avevano dimostrato che il potere più grosso di un artista che viveva certe situazioni era raccontarle in maniera fedele, usando le parole come la cinepresa di un film neorealista. Non c’era bisogno di sottolineare la propria visione – tant’è che in Momento d’onestà dell’album successivo, i Co’Sang sentiranno di dover rispondere alla domanda “da che parte state?” – quanto di portare in superficie dinamiche che erano sempre rimaste all’ombra dei palazzi. Il compito di trarne giudizi, semmai, spettava poi all’ascoltatore.

I Co'Sang e Chi More Pe' Mme - Rapologia.it

Ma facciamo un salto di campo e di tempo. Nel 2001 Diego De Silva pubblica il romanzo (divenuto un film nel 2004) Certi bambini, in cui, per la prima volta, attraverso l’arte – quella letteraria – e quindi la finzione, veniva raccontato ciò che accade ai ragazzini che prestissimo entrano nei giri della camorra. Il romanzo aveva la forza straordinaria di non edulcorare nulla, di riportare la vicenda di Rosario, il protagonista, nella sua interezza, con le componenti più drammatiche e quelle più frivole.

Allo stesso modo, Chi More Pe’ Mme non celebra né condanna, non vuole spaventare o smuovere, ma si limita a riprodurre la realtà, rendendola di maggior impatto con l’uso dell’arte – questa volta musicale. E proprio in questo senso anche gli skit diventano fondamentali, con le telefonate dei parenti dei detenuti di Poggioreale per mandare un saluto ai loro cari in carcere. Così si viene calati completamente in un contesto, come terminologie, immagini, gesti quotidiani.

Con Chi More Pe’ Mme i Co’Sang dimostrarono di essere altro rispetto al rap italiano, di avere forme e stilemi che nessuno fino ad ora aveva mai concepito. Il risultato fu un album internazionale, forse il più internazionale del rap italiano fino ad allora, più che per i suoni per la prospettiva narrativa, per come presentava la realtà di strada in maniera mobbdeepiana. Era tutta statunitense anche con la sua capacità di creare street anthem seguendo le proprie regole, non quelle della discografia (ad oggi Int’o Rione conta nove milioni e mezzo di visualizzazioni su YouTube, nonostante il video a 240p).

Chi More Pe’ Mme è un disco spartiacque del rap italiano, che ha fatto scuola, ma che troppo spesso non riceve il credito che merita. Se questo genere suona come suona, ora e negli scorsi anni, è anche merito dei Co’Sang, nonostante il gap della barriera linguistica per chi non capisce il dialetto napoletano.

Il suo apporto è stato quello di far capire che ci potesse essere un’altra prospettiva, che anche le periferie italiane abbondano di storie da narrare e che per farlo non hanno bisogno di essere filtrate da nulla. Anzi, proprio nella loro autenticità risultano più d’impatto. Certo, un album con quella nitidezza non c’è più stato, e questo è merito del talento di Luchè e Ntò; ma con Chi More Pe’ Mme i Co’Sang hanno fatto vedere cosa volesse dire raccontare la strada anche in Italia, non a New York o a Marsiglia.

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