Attraverso la recensione di High Off vogliamo farvi capire perché, secondo noi, Future ha pubblicato un album che ne certifica i limiti ma che lo rende speciale ancora una volta.

Future è un mood: non puoi ascoltarlo e pretendere di trovare determinate cose, così come non puoi limitarti ad affermare che la sua musica sia sempre tutta uguale. Purtroppo entrambe le pretese sono giustificate, dato che per carriera e prolificità Future è oggi uno dei top al mondo e quindi è normale che da lui ci aspetti sempre tanto. Il trucco sta nel guardare alla sua musica con occhi sempre diversi, lontani dai tempi in cui DS2 o Monster ridefinivano il concetto di trap, e di suono, nell’Hip-Hop americano (e non solo).

È il caso di High Off, il suo nuovo album, che già dal titolo vuole racchiudere la semantica che si troverà all’interno dei suoi testi: l’artista di Atlanta vola alto ormai da tempo ed a certe altezze è difficile sentir riecheggiare l’eco delle voci degli altri. Ma High Off può significare anche “distante” o “sospeso”, e credo che tutte queste sfumature riflettano bene la natura del disco.

In occasione della release (forse anticipata da alcuni leak) lo stesso Future ha affermato come questo nuovo album rappresenti una elevazione a livello artistico, che prova comunque ad accontentare sia sé stesso che i suoi fan. Effettivamente High Off questo è: lo si nota già dall’ossimoro di alcune tracce, come accade con Trapped in the Sun e Touch the Sky. L’artista è consapevole di ciò che rappresenta e del privilegio che ne consegue, ma questo non basta a placare la sua anima tormentata, che lo lascia nel limbo tra la solitudine e la gloria.

“That yellow Lambo’ outside for when I trapped in the sun (For when I trapped in the sun)
That green Ferrari sittin’ outside when I couldn’t make bond”

Sembra quasi fatto apposta che un disco di ventun tracce esca proprio nel periodo in cui Joey Badass afferma come gli album lunghi non fossero necessari quando non hai nulla da dire, “neanche se tu fossi Michael Jackson“. Ma questa regola non vale per Future, che a dire il vero di regole se ne è sempre imposte poche. È vero, i difetti soliti emergono anche qui: in High Off sono tante le tracce che possono confondersi per la somiglianza con altre (e spesso sembrano mancare ingiustificatamente dello spessore del suo autore) ma come accennavo in precedenza è altrove che va riconosciuto il suo inconfondibile talento.

Future è una persona che soffre e questo non lo ha mai nascosto nella sua arte. In ogni suo progetto c’è sempre la presenza di tracce molto profonde, o conscious se preferite: questo è un termine non va relegato soltanto ad un certo sviluppo di determinati temi. Conscious – secondo chi scrive – significa sapersi raccontare mantenendo invariati i propri codici ed i propri linguaggi, relegando le riflessioni più profonde in pochi versi, in un beat che scorre malinconico lungo la fine o più semplicemente in delle tracce specifiche.

Ci sono tracce come Ridin Strikers o Up in The River, che danno continuità a molte tracce belle (ed iconiche) a cui Future ha dato vita nell’ultimo periodo. La seconda in particolar modo sembra essere molto fedele al filone di Hndrxx in cui Future si era messo a nudo come mai prima d’allora. Chiaro è che allo stesso tempo molti sono i filler (è innegabile che lo siano, soprattutto in un progetto così lungo), che dopo la prima metà del disco si ripropongono con continuità (nonostante featuring importanti come Young Thug o Travis Scott) lasciando un po’ interdetto l’ascoltatore, che spesso e volentieri non ha voglia di dargli una seconda possibilità di ascolto.

Future non è uno di quelli che tira fuori l’album prolisso sperando che ne escano fuori due o più hit: lo fa per il semplice gusto di farlo, perché è così che intende la sua arte. Tra le atmosfere chill di Trillionare (con un piacevole chorus di YoungBoy NBA) e le hit risapute come Life is Good si nascondono sfumature molto più interessanti dell’artista, magari in brani che nonostante la medesima struttura ritmica offrono degli spunti lirici molto belli e profondi, seppur apparentemente vanesi e materialistici.

“Got my attention, stay exclusive
Put her in the Rolls Royce and Givenchy
It’s hard to stay sober when I’m spinnin’
It’s hard to stay faithful when you winnin'”

Una critica simile è spesso stata fatta a Jay-Z, accusato più volte di parlare da capitalista piuttosto che da self-made cresciuto nel ghetto. Eppure, le risposte sono sempre lì, nella musica, nascoste in profondità dal riflesso più attraente e meno sofisticato della superficie.

Sempre Jay-Z, ai tempi di Black Album, diceva: “Io non posso fare la roba intellettuale, perché altrimenti non mi ascolterebbero e non avrei modo di cambiare le cose che voglio se non avessi il potere che ho“. Credo che questo ragionamento si affibbi perfettamente anche a Future che – seppur più dedito alle ambizioni personali rispetto a quelle anche sociali del collega – ha fatto del suo stile la causa per la quale combattere (e soffrire) senza alcuna forma di ripensamento.

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