S.W.E.D., membro del collettivo romano Do Your Thang, aveva pubblicato il 20 marzo il suo Ep dal titolo Border Wall. All’interno di questo incredibile progetto troviamo Benjamin Ventura e Rubber Soul alle produzioni, mentre al suo fianco performano le voci di Danno e Penny Wise. Era più che evidente che il progetto fosse complesso, ma non complicato. S.W.E.D. è infatti riuscito a concentrare in un Ep esattamente ciò che voleva comunicare con la musica, senza diventare ripetitivo. Abbiamo espresso il nostro parere nella recensione, ma ovviamente nessuno meglio del suo autore poteva spiegarci a pieno il significato di Border Wall.
Ecco dunque l’intervista ad uno degli artisti più brillanti e straordinari del panorama italiano, e come abbiamo già detto: questo è un viaggio nel quale nessuno vi aveva mai portato.

Grazie! Sin da piccolo, inizialmente scherzando con le compagne e i compagni di classe, poi frequentando un coro alle scuole medie, ma sono stato scartato dopo un paio di lezioni.

Sicuramente da ascoltatore. Direi che con il jazz sono partito da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Louis Armstrong, Oscar Peterson, Miles Davis e John Coltrane. Con il soul invece dai bluesman, come Mississippi John Hurt, Sonny Boy Williamson, Howlin’ Wolf, Muddy Waters e BB King. Passando anche per la musica cubana di Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo e sud americana come il tango e il bossanova.
Con l’Hip-Hop sin da piccolo, a livello americano con Snoop Dogg e Dr. Dre, ma il mio preferito era Nate Dogg, il mio nome viene per un suo ritornello che si trova nel brano The Next Episode. Poi ho conosciuto il lato newyorkese con Big L, Big Daddy Kane, Biggie Smalls e Wu-Tang… tutta la vita.
Mentre a livello italiano, primo tra tutti Joe Cassano poi Neffa, i Colle der Fomento e Cor Veleno. Invece a livello spagnolo, non da molto a dire la verità, negli ultimi cinque anni ho iniziato ad ascoltarli e tra i sud americani dico Residente (calle13) e Canserbero mentre tra gli spagnoli Kase.O, Ayax y Prok.

Nasce nel 2018 volendo fare qualcosa di diverso all’interno del Do Your Thang, avevo bisogno di un progetto più musicale, più suonato: da qui l’idea di unire la musica di Benjamin Ventura alle produzioni di Rubber Soul. Siamo partiti da due singoli per poi finire con un EP, lavorato e pensato molto bene.
Una volta che le idee hanno preso vita, abbiamo continuato a vederci, tra gli impegni di ognuno, fino ad arrivare a Border Wall.

Solo con Rubber; con Benjamin prima di Samantha (uno dei brani realizzati prima di Border Wall, ndr) non ci conoscevamo proprio. Grazie ad un amico in comune (John) abbiamo iniziato questa collaborazione, che poi è sfociata in Border Wall ci è voluta molta pazienza, ma alla fine ha ripagato!

Con il Do Your Thang quando canto è vero, mi metto l’abito, ma se faccio solo dei ritornelli no, mi vesto normale – con la camicia magari – ma normale.
Sono un artista semplice per mia volontà, non uso Spotify, non seguo i suoni del momento. Il soul di oggi è studiato a tavolino, dopo dieci anni di scuola musicale riescono tutti a farsi i cori. Non cerco nient’altro che distaccarmi da questa società rinchiusa su dei concetti sentiti e risentiti, visti e rivisti, un’arte mercificata, si potrebbe dire “usa e getta”. Senza pensarla meglio o peggio, dico che la penso in maniera diversa, può piacere come no, non punto a cantare in playback a Sanremo o ad un talent snob show.

Grazie per la perla rara, ma si siamo diversi a livello artistico e direi fortunatamente, differenti ognuno con le proprie qualità ed idee, sennò sarebbe una noia ed il Do Your Thang sarebbe già bello che sepolto. Per questi motivi, tranne il programma “Welcome to the Jungle”, non sento più la radio, suoni molti simili, sembrano usciti dalla stessa fabbrica con lo stesso stampino, tutto molto troppo uguale. L’esempio è questo se ad uno gli va bene, tutti lo seguono, come oggi l’indie e la trap, anche se non sanno cantare in molti, tanto ci sta l’auto-tune in studio o in cameretta, fin quando cantano in playback (discoteca, Sanremo, talent) si può digerire, ma poi arriva il live, un palco, un concerto e cascano male. “Braccia strappate all’agricoltura” direbbero i saggi sabini, riferito sia chi fa questo tipo d’intrattenimento, sia soprattutto chi li supporta e sopporta per anni. Qui è proprio la cultura che manca.

Nasce da una mia idea di muro, muro inteso come culturale, reale, di confine; che rende l’individuo schiavo, succube della propria società.
L’idea all’inizio era molto difficile da realizzare, ma grazie al lavoro dell’illustratore Frita, che è riuscito nell’intento e lo ringrazio per questo, possiamo dire che all’interno si trova il primo mondo, fuori il secondo e il terzo mondo senza i quali il primo soccombe. Io mi pongo al di fuori di quel muro con il secondo e con il terzo. “La società” pone catene reali, di ferro, a uomini liberi e così facendo cerca di farli schiavi e a distanza di generazioni li “libera” (USA), ma gli schiavi reali sono coloro che hanno catene mentali, molto più resistenti di quelle in ferro, sono loro i veri schiavi di questa società. Cassius Clay ha cambiato nome…

Fortunatamente quest’anno ho fatto SWED Night Show, un mix di canzoni mie miste a cover ricercate sud americane e jazz con una band, una serata elegante. Il prossimo anno, virus permettendo, ne farei una al mese sperando di andare in giro. La data di presentazione è stata rimandata insieme ad un mini-tour a causa della pandemia, speriamo di recuperarle quanto prima.

Busta Rhymes – The Coming quando lavate casa; mentre cucinate We Are Sent Here By History di Shabaka and The Ancestors, un progetto afro-jazz uscito da poco, e per finire con un bel whisky dopo cena suggerisco Mi sueño di Ibrahim Ferrer.