Eccoci di nuovo tra le nostre righe. In quale angolo di mondo bellissimo state trascorrendo la vostra quarantena? Io ho il privilegio di avere una casa e di aver come uniche compagne me stessa, la solitudine e la voglia di leggere: quasi un assembramento, shit! E voi?

In questo clima di scenari quasi apocalittici ho deciso di leggere, in formato digitale, un libro che tratta un tema inconsueto per me, ma molto evocativo fin dal titolo: Trap. Storie distopiche di un futuro assente, scritto da UFTP, edito da Agenzia X (2020).

In 167 pagine, il libro racconta in modo sciolto, critico e diretto le origini storiche, politiche, socio-culturali ed economiche del genere musicale che dalle periferie di Atlanta – a partire dalle traphouse – giunto nelle camerette di adolescenti  di tutto il mondo, provenienti da estrazioni sociali differenti.

Questo volume permette di avvicinarsi alla trap con sguardo attento e meno prevenuto, offrendo anche dei collegamenti esterni interessanti, come il podcast di Irene Sartori Trap: XXXTentacion, Lil Peep. Ciò consente di comprendere la diffusione e le varie ondate internazionali e nazionali del suono in cui sono immersi tutti i giovanissimi e le giovanissime, così come anche gli adolescenti e le adolescenti, i giovani adulti e le giovani adulte e per conseguenza – e a loro malgrado – anche le loro famiglie.

Trap. Storie distopiche di un futuro assente, pur delineando il variopinto, dinamico, ricco e non circoscrivibile scenario internazionale, si concentra maggiormente sulla scena italiana. Ne individua i due centri principali: Roma e Milano, e le sue fronde di provincia e le non meno importanti diramazioni di periferia. Come ad esempio, il contesto genovese di Tedua, la Baggio di Ghali, la Cinisello di Sfera Ebbasta, il ghetto francese di Behern 57 di Speranza e il disagio sociale respirato fin da piccolo da Massimo Pericolo tra Gallarate, Treviso e Catania.

Si arricchisce inoltre di diverse interviste, come ad esempio quella a Franco Franco e Slyther Clique, che hanno il merito di far trasparire sensibilità, approcci e riferimenti musicali diversi al genere. Oltre a ciò, numerosi sono gli inserti fotografici particolari e rappresentativi dell’estetica trap

Leggere questo libro, se da un lato mi ha interessata proprio perché è il primo di taglio critico e riflessivo sull’argomento che leggo, dall’altra non mi  ha entusiasmata affatto. È infatti attraversato in modo forte dalla sindrome del futuro negato, riprendendo le parole dell’autore.
Questo senso reale di assenza di alternative, di un mondo veloce, ma senza istruzioni, in cui le generazioni più giovani sono circondate e schiacciate fa sentire in trappola. Leggerlo, inoltre, durante una quarantena causata da una pandemia globale può essere pesante. Perlomeno per me, in parte lo è stato. Se le altre volte emozioni “calde” come la gioia e lo stupore mi facevano compagnia, in questo caso sono stati invece il disgusto freddo per gli effetti dei vari sciroppi e delle droghe usate per anestetizzare questa realtà veloce, caotica e iper-stimolata, e la tristezza gelida per le troppe disuguaglianze che caratterizzano la nostra società post-industriale.

Eppure, l’analisi sviluppata da UFTP su tutto questo tremante mare di nulla decadente, mi ha permesso di: capire meglio come e perché l’intenso flusso del rap, nella trap si sia fatto zampillo e il furor del dire sia diventato bisbiglio, mugugno sgrammaticato, no sense, o strillo corretto dall’autotune. Nella trap, a essere centrale non è più il contenuto, quanto quello che si ostenta, e la musicalità data, come ricorda l’autore, da beat definiti e sofisticati. Pensiamo ad esempio a quelli di Charlie Charles.

Infine, nonostante il sottofondo deprimente, ho trovato molto interessante e sorprendente la parte conclusiva in cui si parla dello stretto legame che il genere trap ha senza dubbio con i social. Questa è vista come un’opportunità. In potenza, questo genere, infatti, attrae un bacino d’utenza vario e molto giovane.

Da qui la possibilità di creare un dibattito all’interno di questa modalità espressiva: perché vi è la necessità di cambiare – tra le altre cose – la narrazione sul corpo e sull’immagine della donna che è delineata nei testi, spesso sessista. Riflesso, però, di una società ingiusta e impari. Di qui l’inutilità della «lavagna coi buoni e i cattivi», riprendendo un verso della canzone Dentro me di J-Ax (Album Meglio Prima, 2011).  A poco serve prendersela con singolo trapper, o rapper che racconta queste storie. Queste, per quanto brutte  o offensive, parlano di una mancanza generale di cultura centrata sulla parità di genere. Magari è questa mancanza che tanto fa indignare: o perlomeno dovrebbe…

Emerge, quindi, la necessità di adottare un approccio sostanzialmente femminista, mettendo in circolo messaggi capaci di scalfire le fondamenta sessiste del mondo in cui viviamo: partendo dalla società, dai quartieri e dalle traphouse (Sesali B., 2014), non solo online e dalla musica.

Viviamo in tempi interessanti, stressanti, dal materialismo spiccato, veloci, eppure soffocati da un clima decadente anche un po’ sfiduciato, in cui anche la trap ne è espressione. Eppure vorrei lasciarvi con una  frase di Édouard Glissant, tratta dal Pensiero del tremore (2008):

«Le catastrofi colpiscono il mondo, ovunque nasce anche la speranza» (p.121)

Ci servono i migliori pensieri, come ci ricordano DJ Gruff, Clementino, Gianluca Petrella Feat. Petra Magoni, Oyoshe, Militant A, Roberto Chiga & more per essere di nuovo in Good Times.