In occasione dell’uscita di Sinceramente Mostro, abbiamo avuto il piacere di realizzare un’intervista al rapper della capitale in merito a questo suo ultimo lavoro.

Sinceramente Mostro è uscito a sorpresa il 3 marzo su tutte le piattaforme digitali, preceduto dai singoli La città e Britney nel 2007. In occasione del rilascio del disco abbiamo organizzato un’intervista con Mostro per farci raccontare del suo nuovo album, ma non solo.

L’emergenza nazionale di questi giorni nel nostro paese ha ostacolato anche noi che non siamo pertanto riusciti ad incontrare Mostro personalmente; l’abbiamo dunque raggiunto telefonicamente per una chiacchierata.

Già dal titolo della traccia che apre questo disco: Nuova Luce, si respira aria di cambiamento. Ciò nonostante ho trovato svariati riferimenti al tuo passato artistico, come Memorie di uno sconfitto pt. 2, che riprende il primo de La nave fantasma. Vorrei dunque chiederti se è davvero possibile prendere le distanze da un passato così importante.
«Bella domanda. Fondamentalmente questo disco ho iniziato a scriverlo in un periodo molto positivo: venivo da The Illest volume 2 che mi aveva dato un sacco di soddisfazioni personali e avevo fatto dei live a settembre che erano andati molto bene. Ero pieno di quest’energia e di tutte queste cose fighe che stavano succedendo e di conseguenza ho detto perché non parlare di questo, di quanto voglia vivere nel presente senza guardarmi indietro e andare a ravanare nei problemi. Volevo raccontare il presente, cosa che ho sempre avuto difficoltà a fare, ma non volevo chiudere col passato definitivamente. Quello che voglio che si capisca è quanto io sia effettivamente cosciente del mio passato e non rinneghi nulla, ma che analizzandolo io stia cercando di andare avanti. Memorie di uno sconfitto è più un paragone che un salto nel passato, tutto sta nelle parti finali: nella parte uno dico “vado alla conquista del rap italiano vediamo chi arriva prima”, in questa dico “vado alla conquista della mia vita, vediamo chi arriva prima”, a dimostrazione di quanto sia cambiato e cresciuto in questo periodo.»

La decisione di inserire un solo featuring, quello con Gemitaiz, è stata una scelta dettata dal fatto che questo disco è strettamente personale?
«Si, ma di base io non sono uno che fa tantissime collaborazioni. Anche nei miei dischi precedenti non trovi tutti questi nomi, anche perché la mia fase creativa è una cosa molto intensa: mi chiudo in una bolla pezzo per pezzo ed è una cosa che faccio per me stesso, da me stesso, che parla di me stesso, quindi faccio anche fatica a pensare “qui potrei inserire un altro rapper”. A volte però, su pezzi che non sono conscious, come nel caso di Britney nel 2007, il mio cervello mi suggerisce artisti con cui potrei collaborare. In questo caso con Gem è andato tutto bene, a lui è piaciuto il pezzo da subito ed io pensavo che lui fosse perfetto per la canzone, però se lui mi avesse detto di no avrei fatto io la seconda strofa, non sarei andato a cercare un feat. tanto per averlo.»

Nelle tue storie sui social ti abbiamo sentito dire che per la prima volta hai messo in un disco tanto Giorgio quanto Mostro; non era ancora arrivato il momento di farlo prima di oggi?
«Non ero in grado di farlo più che altro, questa è la risposta che ti darei. Era come se nei dischi precedenti sentissi la necessità di applicare un filtro tra quello che è la mia persona e la mia musica. Come se io sfruttassi Mostro per fargli dire delle cose che voleva dire Giorgio, solo che questo faceva sì che i pezzi arrivassero in una forma a volte estremizzata, forte, anche un po’ teatrale, cosa che in questo disco non mi andava di fare. Sentivo che potevo avere un contatto molto più diretto con le persone senza dover raccontare le cose in una determinata forma che non fosse quella che è semplicemente la realtà.»

Mostro

In Le belle persone, te la prendi, se così possiamo dire, con chi ti attacca per quello che dici nelle canzoni, quando però è il mondo ad andare a rotoli. Possiamo prenderla come una risposta a chi non conosce la cultura hip hop ed è sempre in prima linea nell’attaccare il rap?
«Assolutamente, il senso del brano è proprio questo. Che poi è un discorso che si può applicare al rap come a qualsiasi cosa a cui viene data la colpa. Faccio un esempio: io, che non centro nulla con la vita di un gangstar americano, se sento uno rappare di pistole, di droghe e mi piace, non è perché io abbia voglia di drogarmi e di andare a sparare alle persone, ma è perché riesco a percepire quello che ad altri non arriva e a sentirne l’energia positiva, a riconoscere che nonostante abbia un certo tipo di storia, lui stia però rappando e facendo altro.»

A metà del disco troviamo lo skit Grazie per la vostra attenzione, me lo spieghi?
«Si (ride, ndr). Allora, ho scritto questo brano per la colonna sonora di un film che doveva uscire in concomitanza con il disco, solo che tra il casino che è scoppiato e per il fatto che anche il film ha avuto dei ritardi, il disco sarebbe uscito troppo in anticipo e quindi non potevamo tenere il brano. Quindi con l’amaro in gola, per sdrammatizzare la situazione e anche per far capire l’atmosfera che si respirava in studio, molto più tranquilla e positiva rispetto ai dischi precedenti, abbiamo deciso di mettere questo skit.»

Infatti la mia prossima domanda si collega proprio a questo: lo skit di cui abbiamo appena parlato e i momenti studio che si sentono, rendono questo lavoro molto più spontaneo. Pensi sia stata la tua crescita personale a portare più naturalezza nel tuo lavoro?
«Io sento la necessità di crescere come artista ogni giorno e per fare questo devo prima lavorare sulla mia persona. Sento la mia ispirazione che mi porta sempre più lontano, ma per raggiungere quel livello devo crescere anche come persona; non posso rimanere chiuso in casa e fare le cose che faccio ogni giorno. Ho dovuto fare un lavoro su me stesso che mi ha portato a raggiungere un certo livello di sicurezza che mi fa essere anche più tranquillo e spontaneo. Quando sei sicuro sei in automatico più tranquillo.»

Anche in questo disco c’è una traccia ironica, Un po’ depresso, ed una più soft, La città, entrambe sfaccettature che possiamo dire ti appartengano da sempre ma rimangono un po’ in ombra rispetto all’immaginario più brutale a cui ti si riconduce abitualmente. Quando fai questi tipi di pezzi percepisci mai lo smarrimento di chi ti ascolta perché magari non riesce ad andare oltre lo scenario  abituale?
«Ovviamente non è una cosa a cui non penso, però forse è proprio il motivo per il quale poi arrivo a fare questi brani. Ho scelto La città come primo singolo proprio perché sono pienamente consapevole che la gente da me si aspettava altro, un singolo più potente, più aggressivo, mentre io ho un progetto più ambizioso: non voglio che sia il pubblico a precedermi, ma far sì che quando esco con un singolo io appaia lontano rispetto a dove la gente pensava che fossi. Se andassi dove vuole la gente sono sicuro che sparirebbe quel rapporto che c’è tra un artista e il suo pubblico. Devo essere io a proporre qualcosa ed è per questo che sono sempre un po’ solo nelle mie scelte artistiche. Non voglio mai andare a botta sicura.»

Quello che ho potuto notare, seguendoti praticamente dagli inizi, è che c’è una parte del tuo passato che sembra essere rimasta sempre piuttosto presente e faccio riferimento alla partecipazione artistica ai tuoi lavori di Nick Sick e Yoshimitsu. Quindi vorrei chiederti se pensi mai di includere maggiormente delle parentesi “Ill Movement”, come in Still Ill.
«Guarda, come Ill Movement alla fine, dopo Tre Stronzi Mixtape, risulta solo Still Ill fatta anni dopo, perché io non credo molto nelle reunion e soprattutto voglio mantenere quel progetto pulito, intatto, leggendario. Con Still Ill era il momento perfetto perché eravamo tornati in sintonia per poter rifare un brano. Non credo però sarà una cosa che capiterà spesso, tanto per farla, perché per me Ill Movement è una cosa importantissima e non mi va di intaccarla, è una cosa mia personale volerla mantenerla così com’è.»

Alla fine di Fuck life ti sentiamo dire che si pensa subito al volume 3. Dobbiamo quindi aspettarci un nuovo The Illest Mixtape per quest’anno?
«Boh non lo so (ride,ndr), cioè ho già un po’ di roba pronta. Sai cosa, quella parte lì era super real, uno di quei momenti studio che era giusto fermare e quindi è stato inserito ingenuamente, senza pensarci, e adesso ho un milione di persone che mi fanno: “allora il volume 3 quando esce?”. Però si, è quella la direzione, ho già dei pezzi pronti, non usciremo domani ovviamente, con un minimo di calma.»

Ringraziamo Mostro per il tempo che ci ha concesso e vi ricordiamo che potrete vederlo live durante il suo The Warriors Tour che partirà il 19 aprile da Milano.

L'articolo «In questo disco volevo raccontare il presente» – Intervista a Mostro proviene da Rapologia.it.