Già dalle sue prime apparizioni ci siamo chiesti: “…e lui chi è? Mi sembra bravo!”.
Perché si sa, nell’ambiente ci si conosce tutti e sicuramente prima che un rapper arrivi al grande schermo passa per quella che è la “piazzetta virtuale”, ovvero noi siti di settore.
Per Anastasio, reduce dalla pubblicazione del suo primo album Atto Zero per Sony Music Italy, non è stato proprio così. Lanciato da un talent, quasi uscito fuori dal nulla, una cosa che difficilmente, o forse mai, è capitata nella storia del rap italiano.

Un outsider? Sicuramente sì, e non deve essere un difetto.

Prima di Atto Zero avevo pubblicato un po’ di cose, però avevo anche fatto X-Factor, dove per otto puntate ho scritto 10 pezzi, quindi è stato quasi come aver già fatto un album. Come cantava Caparezza: “Il secondo album è sempre il più difficile” nella carriera di un artista. Per me, il primo album è stato come scriverne un secondo, perché dovevo dimostrare qualcosa, quindi mi sono preso un bel po’ di tempo. Un anno, anzi più. Però è stato anche molto e bello stimolante, anche perché per la prima volta ho lavorato con i miei tempi e con persone davvero formidabili come Stabber e Slait.

Featuring zero, a parte quello con i Bowland. Dalla scena rap, da una parte sono stato mezzo rifiutato, dall’altra ho voluto affrancarmi, perché a me non è che ha stufato il rap, mi ha stufato l’estetica del rap, è quella da cui mi voglio allontanare. Con lo strumento del rap si possono fare tante cose, poi per quanto riguarda i featuring la verità non è che non ne faccio perché voglia staccarmi dalla scena o perché rifiutato dalla scena. In realtà non ci sono, perché per fare un feat c’è bisogno non solo di un rapporto umano, ma di una sintonia artistica notevole con l’artista con cui lo si fa. Molto spesso il featuring nel rap è “politico”, della serie “senti qua, c’ho sto beat fortissimo, mi fai una strofa così mettiamo insieme due fanbase”. Nel mio caso questa roba nemmeno funzionerebbe, perché difficilmente le mie canzoni sono esercizi di stile su un beat, poi è chiaro che ci sono anche beat tematici e cose così, ma quelli sono appunto quei feat che necessitano una sintonia artistica.

Io non mi sento messo da parte, la verità è che io praticamente della scena non conosco nessuno. Mi hanno presentato un po’ di gente, ma non è che sono in contatto con qualcuno, sì, li ho beccati in delle situazioni ma niente di più. Io sono arrivato dove sono con una strada molto diversa, anche per questo non ho frequentato certi ambienti e non ho queste conoscenze che poi ti portano a fare il feat, ma non è una tragedia. Penso anzi di aver dimostrato con questo progetto che un disco solista regge, e non c’è bisogno di fare i featuring che spesso servono ad allungare il brodo, come ho detto, quelli politici che uniscono le fanbase.

È come se all’improvviso si fosse “scetat”, ovvero, “svegliato” Sanremo, e si fosse reso conto che stava tenendo fuori dal più grande macchinone della musica italiana il genere che muove più numeri nel mercato, ovvero il rap, quindi era naturale che venisse incluso. Io e Rancore va bene che siamo rapper, però rappresentiamo un certo stile di rap, direi alternativo, un rap che pone quasi completamente al centro un testo molto elaborato, non il classico rap che si ciba della sua estetica e delle punchline. Secondo me io e Rancore rappresentiamo il “testo”, l’importanza del testo, quindi non siamo neanche i classici rapper. Proprio per questo possiamo anche affrancarci da quel pregiudizio che dice “sei andato in televisione a fare il mainstream”, cioè Tarek ha portato un pezzo difficilissimo, la cosa bella è quando entri un contenitore come Sanremo e ci porti la roba che ti viene da te.

Mi sono stati presentati, a Slait è stata affidata la direzione artistica e lui mi ha portato Stabber, centrando in pieno il produttore. Alla fine, se tu ascolti l’album noti che il sound varia da pezzo a pezzo, c’è un’identità, però credo di fare io da filo conduttore. Ci sono un po’ di pezzi sulla stessa linea, però spazio tanto, quindi come disco si può dire che suona omogeneo, pur mettendo dentro tantissimi stili diversi. Questa era forse la vera sfida, perché corri il rischio di fare un minestrone, di fare una roba che non suona come un disco, invece questo è stato scongiurato, fortunatamente.

Penso che la risposta sia semplice, se ascolti l’album noti che la maggior parte dei pezzi parlano della mia vita, ma tanti invece sono ad esempio come Il fattaccio der vicolo der Moro che è uno storytelling che parla di un fatto di cronaca, oppure Quando tutto questo finirà è un pezzo che parla dell’apocalisse, non parla di me. Atto Zero si unisce a questi titoli. Io racconto quello che mi arriva, molto spesso parlo di me, perché è la roba più spontanea che mi viene. In ogni mia canzone ci metto qualcosa di mio, ma è chiaro che ogni sensazione che io trasmetto devo averla prima provata. Poi la posso mettere in un’altra veste, le mie sensazioni le regalo a qualche personaggio, però – per trasmetterle – devo provarle certe emozioni.

Io suono con la band, anche il tour scorso l’ho fatto con la band ed è uscita una vera bomba. Mi porto tre musicisti: batteria, basso e un polistrumentista che passa da piano e chitarra. Tre mostri incredibili, lo show ne risulta davvero pompato, è bellissimo e anch’io devo dire che quando sento lo strumento vero sul palco mi arriva una vibe che altrimenti non mi arriva, e ne guadagno anche io di interpretazione. È abbastanza scenico, la band, oltre a essere “buona”, è bella. Il tour girerà tutta Italia, da Napoli fino a Trento.