Il 7 settembre del 2018 ci lasciava Mac Miller, all’anagrafe Malcolm James McCormick, a soli 26 anni. A portarlo via un’overdose da cocaina, alcol e farmaci.

Era un ragazzo come tanti, la cui immagine non coincideva affatto con quella del gangsta rapper di strada: un ragazzo carino, dal viso pulito, insomma, un ragazzo “normale”. Tuttavia, una personalità tormentata.

A più di un anno dalla sua scomparsa siamo qui per dare un ascolto a Circles, primo album postumo dell’artista pubblicato sempre per Warner Records, realizzato grazie all’aiuto del produttore Jon Brion, lo stesso che realizzò Swimming, album “gemello” rispetto a Circles, pubblicato poco prima della sua morte.

La prima cosa che salta all’orecchio è la commistione variegata di generi, tra cui l’elettronica, il jazz (come nella title – track Circles), il rock (Hand Me Downs), forse generi musicali tanto cari all’artista. L’hip hop e il rap, sebbene serviti a tavola, non costituiscono portata principale. A predominare atmosfere sospese (come in Woods), rese ancor più pungenti da una voce stanca, piena di sofferenza.

Voto: 7/10

Parola dopo parola, brano dopo brano, i testi si specchiano nel dolore di un uomo che non trova consolazione né pace. La vita diventa un tunnel da attraversare senza alcuna prospettiva, che al suo termine ha solo il buio, l’oblio che inghiotte corpo e anima. Esempio lampante è Good News, singolo (accompagnato dal video ufficiale) che ha anticipato l’uscita dell’album, un chiaro grido di disperazione di un uomo cosciente di essere vicino alla morte. La struttura dei brani nel complesso risulta irregolare: troviamo pezzi con più strofe, a volte una sola strofa, a volte una strofa è formata da soli quattro versi. Non c’è forzatura, nessuna volontà di dare un inizio e una fine precisa ai pezzi… semplicemente, è quello che è: la voce di Malcolm. Nessun feat, nessuna collaborazione.

Voto: 7/10

Un disco sicuramente coerente stilisticamente rispetto al precedente Swimming, forse proprio per riprenderne le atmosfere e “chiudere il cerchio” di un’opera incompiuta: infatti, riusciamo a sentire forte e chiaro il bisogno umano di realizzare questo album, con l’intento di tenere viva la memoria dell’artista del suo mondo interiore, dei suoi gusti musicali.

Voto: 7/10

Dodici tracce che si prestano perfettamente a diventare l’ultimo regalo dell’artista alla musica. Lo accogliamo con riservatezza, con il rispetto che merita, soprattutto per il lavoro svolto da Brion nel voler mantenere l’opera il più aderente possibile al momento della carriera dell’artista in cui sarebbe dovuto uscire, e in cui poi è uscito. La musica che rimane per sempre una volta partorita dalla mente del proprio autore, e che sfida l’unica cosa certa ed eterna della nostra vita, e cioè la morte.