I commenti sono tanti, diversi, tra chi è più arrabbiato e chi più indignato, chi si sente “toccato nel profondo” e chi tifa in modo distaccato per l’esclusione dall’evento. Insomma, le opinioni su Junior Cally nel caso mediatico scoppiato da pochissimo sulla sua partecipazione tra i BIG del Festival di Sanremo – ed eventuale esclusione – sono più o meno tutte dello stesso stampo: “è un sessista, misogino, violento”, “vergognoso”, “un tripudio di schifezze” e via dicendo.

Bene, amici, ma anche nemici, mi fa piacere che abbiate scoperto l’acqua calda.

Cosa pensavate esattamente di trovare nel background di un artista che appartiene al genere rap, genere che negli ultimi anni ha scalato le classifiche del nostro caro Bel Paese, che tutti ormai conoscete (più che altro, tutti massimi esperti, ora) e che di sicuro PROPRIO PERCHÉ È LA SUA NATURA non vanta un repertorio stilistico vicino a “sole, cuore, amore?”.

Se scavate un pochino nel passato, indovinate un po’, scoverete un giovane Eminem che calca il palco del Festival di Sanremo come superospite nel lontano 2001. Lui, che aveva da poco pubblicato un album che parlava di chiudere donne nel bagagliaio, strangolarle, ucciderle e via dicendo in modi che solo la fantasia più acuta può immaginare (tra gli altri, trovate prove nel brano Kim o ‘97 Bonnie & Clyde, Kill You e molti altri). Non era anche lui un sessista, violento, misogino pezzo di merda?

Però lo avete ben voluto, a Sanremo. Peraltro, lo ha presentato una donna, quell’anno. E che donna: Raffaella Carrà.
Ah già, scusate, in Italia c’è un tasso di ignoranza sulla lingua inglese che ci mette quasi all’ultimo posto dei paesi europei in cui si parla più di una lingua correntemente, quindi non è colpa di nessuno se non si è mai approfondito di cosa parlasse VERAMENTE un testo di rap americano, al di là del ritornello. E forse ci siamo dimenticati che la Carrà – tra le poche altre donne al Festival – avrebbe potuto indignarsi per prima, perché quei testi erano inaccettabili, misogini, “un’offesa dove si vuole portare equilibrio e parità fra i sessi” – obiettivo di questo Festival, manco fossimo nel 1912. Siamo troppo impegnati a pensare ad Amadeus che le costringe tutte a stare “un passo indietro”.

Allora, cambiamo esempio e restiamo in Italia. Che vi dicono i vostri Vasco, Masini e compagnia bella (che sono quelli che leggo citati di più, in questo dibattito)?

Certo, anche con loro non andiamo troppo lontani da:

“Si chiama Gioia ma beve e poi ingoia Balla mezza nuda e dopo te la dà Si chiama Gioia perché fa la troia

Sì, per la gioia di mamma e papà”

(il testo incriminato di Junior Cally, Strega)

Più che altro perché “Mi verrebbe di strapparti quei vestiti da puttana e tenerti a gambe aperte finché viene domattina” (Masini) era già stato usato.

Possiamo smetterla di gridare “al fuoco al fuoco” e farci un attimo 5 minuti di silenzio in contemplazione dello studio e dell’informazione?

Cercate su Wikipedia, o dovunque vi pare, quali sono le origini del sessismo e della misoginia nei testi rap.

Ad esempio: mai sentito parlare di una pratica conosciuta come The Dozens?

Cerco di spiegarvela in breve: è un gioco di parole, ma non nel senso che conosciamo, è proprio un gioco che si fa tra due concorrenti. È molto comune nella società afroamericana, si gioca insultando l’avversario e vince chi si arrende per ultimo. Il gioco non presuppone alcun limite, si possono chiamare in causa familiari dell’avversario (evolvendo il gioco nei celebri “Yo Mama” Jokes, cercate nel web, che prendono di mira soprattutto la madre del soggetto) ed è fatto apposta per aumentarne la sensibilità e farlo arrendere più facilmente. Vincono gli insulti più efficaci.

Questa pratica è evoluta, nel tempo, passando al contesto musicale, per cui in molti brani hip hop degli albori troverete rime simili alla struttura di questo gioco. Le stesse battle di freestyle o i dissing sono pensati in questa modalità. Ripeto, è una peculiarità del vernacular talk, il dialetto afroamericano, una cultura complessa ma che è tranquillamente disponibile per ogni vostro dubbio su tutto il world wide web. Non serve che specifichi che l’hip hop è una cultura nata in seno alla società afroamericana, vero? Perché lo do per scontato.

Stando a questi presupposti, il rap italiano ha poi da sempre ricalcato tutto quello che l’America ha proposto. All’inizio, scimmiottando i rapper col cappellino girato all’indietro; oggi, il rap italiano è diventato una cosa a sé, ma che in un modo o nell’altro mantiene le caratteristiche iniziali – il machismo, l’ego trip, l’insulto, l’ostentazione delle ricchezze, il possesso di armi e in questo specifico caso, la violenza sulle donne (di qualsiasi natura, verbale o fisica). Chiaramente in seconda battuta ci sono anche tantissime altre cose positive di cui parlare, da non dimenticare.

Certo, oggi tanta musica è volta a sensibilizzare in favore della lotta a questo tipo di problematiche – ad esempio il problema dell’abuso di violenza armata è nell’ultimo video di Eminem, tanto per cambiare – lo stesso che inneggiava all’omicidio, pensate un po’.
Ma perché indignarsi tanto, se per anni tutto questo è esistito? Avevate le orecchie foderate di prosciutto?

Non voglio dilungarmi ulteriormente, però ragazzi, diamoci una calmata.

Junior Cally, per concludere, non ha fatto nulla di diverso dai suoi colleghi (chi più chi meno). Prendetemene uno delle nuove o vecchie generazioni che non abbia mai pronunciato una frase sessista, violenta, denigratoria, insomma brutta e scomoda. Ecco che scomparirebbero 3/4 dei brani delle vostre playlist. Dai, su, cerchiamo di non offenderci troppo.

E inoltre, smettetela di paragonare l’artista a un mostro perché la sua canzone fa schifo. Sarebbe la stessa cosa se accusaste, non so, Dante di aver scritto cose troppo macabre, o Picasso perché ha sfigurato i corpi femminili in forme geometriche. Magari le parole, la musica, le rime, i versi vi arrivano prima di altre forme d’arte perché sono la forma più accessibile, ma accusare un artista per quello che dice senza un minimo di distinzione tra persona e personaggio, opera creativa e pensiero personale mi pare un po’ troppo.

E i rapper che fanno videoclip in cui sembrano dei mega papponi-mega gangster-mega drogati-mega tutto non dovrebbero stare al fresco? “Oddio, nel video ha la pistola senza porto d’armi, ha rapinato una banca, ha ucciso un tizio mentre era strafatto”. Ah, già, quella è finzione. Quando si parla di bamba e pistole tanto so’ finte, è un artista, sta raccontando una storia, tipo un film violento alla Tarantino. Però Tarantino e le sue scene sanguinolente, mai escluso da nessun evento di cinema mondano, giusto?

Cally, invece, mi sa di sì. È uno scandalo, “eticamente” parlando.

Certo, i rapper si ispirano alle proprie vite, pompando di parecchio i fatti e gli eventi accaduti, a volte inventando metafore e parlando della musica come se fosse una donna, e tante altre trovate retoriche per rendere originali le proprie rime. Però su, bisogna arrivarci. Poi se non vi piace il rap fatto in questo modo, potete sempre ascoltare altro – o non invitare i rapper al Festival di Sanremo. O fare dietrofront come Salmo, che chiaramente, si sentiva “a disagio” a presenziare come superospite. Chiaro sia che preferisco un altro tipo di rap rispetto a quello di Cally – per puro gusto personale – ma così come lui, posso citarne tanti altri che non mi convincono.

Eppure una cosa la devo dire: sembra veramente che vi siate tolti i tappi dalle orecchie solo ora che il tanto amato rap delle classifiche va a Sanremo. E comunque era già successo in passato, solo che non ve ne siete accorti, perché non avete guardato oltre il vostro naso.