A una data del tour di Acquario abbiamo parlato con CoCo del suo disco, della musica urban e di appropriazione culturale.

Quella dell’acquario è una delle metafore più efficaci sul rap italiano. È un microcosmo, un mondo in scala, in cui si muovono pesci più grossi e pesci più piccoli, alcuni tra loro molto simili, altri diversi, particolari, che spiccano per i loro colori e le loro forme. Con Acquario, appunto, CoCo ha dimostrato di avere poco a che fare col resto della scena rap italiana, di essere qualcosa a parte per narrazioni e scelte musicali. Il live del disco conferma completamente questa cosa.

Il locale è strapieno di ragazzi e ragazze in fila fuori già da un paio d’ore prima dell’inizio e CoCo controlla il palco, è il suo habitat naturale, non un acquario, appunto. Anche la formazione colpisce, con un dj e una band al completo, alla quale si aggiungono gli interventi di D-Ross e Startuffo, due musicisti fondamentali per la carriera di CoCo e dietro a molte delle sue produzioni. Dopo un’ora e mezza di concerto riusciamo a scambiare due chiacchiere con lui in una conversazione in cui si oscilla tra l’artista e la persona, tra CoCo e Corrado – lui, non io – e che traccia un bilancio sul passato e le certezze da cui partire per il futuro.

Dato che ora sono sei mesi che è uscito Acquario, che idea ti sei fatto su come è stato recepito, su come sta maturando il disco, ora che lo stai portando anche live?
«Io sono positivo, questo è il mio primo vero e proprio disco e la reazione della gente è stata più che positiva. Naturalmente è un album che non è facilissimo per tutti, non è un disco difficile, però comunque va un po’ controcorrente rispetto a quello che si sente in giro nel mio genere, nel mio mondo. Anzi, sono quasi sorpreso dalla reazione. Poi, naturalmente, è tutto da costruire, però penso che le basi ci siano per fare bene.»

Se proprio dobbiamo metterne una come genere, c’è questa grande etichetta che ormai si usa per un sacco di cose tra loro diversissime che è quella dell’urban, che è un tipo di musica che in Italia sta iniziando a muoversi anche grazie ad artisti come te. Come vedi questa scena, magari non solo strettamente rap, che sta venendo fuori?
«Sinceramente io vedo poche cose del genere, nel senso che è sempre tutto molto settoriale, non c’è nulla che abbracci varie dimensioni, vari mondi, al momento. Adesso c’è la trap o c’è il pop o c’è l’indie. Vedo pochi casi di crossover, di artisti poco definibili. Però penso sia un momento positivo per l’urban in Italia, la percezione delle persone sta cambiando. Naturalmente i trend la faranno sempre da padrona, ma poi, anche per esperienza personale, nel mio piccolo noto che poi le cose che sono destinate a rimanere sono quelle che hanno uno stile proprio, un mondo proprio. Quando sei legato a un trend, i trend finiscono; quando invece tu riesci a portare qualcosa di unico che fai solo tu, magari il percorso è un po’ più lento, ma le persone che prendi le prendi realmente. Io questo percepisco da fuori. Ma anche gli artisti mainstream italiani che sono rimasti nel mio genere sono comunque quelli che, nel bene o nel male, hanno creato un proprio sound. Lo stesso Salmo, Marracash adesso che è tornato che ha un’identità ben precisa. Secondo me l’identità è la cosa più importante in assoluto.»

Quando uscì il disco io dissi che Acquario vinceva perché metteva l’autenticità al centro, diceva “Questo sono io e questa è la mia musica”, che secondo me è la scelta vincente, perché il pubblico si sente legato a questa cosa. Però poi mi faccio anche una domanda, che rivolgo a te, di cosa comporta per un artista parlare di sé in maniera così personale? Hai la sensazione di perderle un po’ le cose dopo averle pubblicate?
«No, io a questa cosa non penso più di tanto, proprio perché la mia musica è molto istintiva e quando scrivo qualcosa lo faccio di getto, perché sento la voglia e l’esigenza di dire una determinata cosa, quindi non ci penso più di tanto. Io poi faccio fatica, in realtà, a parlare di cose che non facciano parte del mio mondo. C’ho provato anche, in passato, a essere un po’ più cronista, però non ci riesco più di tanto. Questo può essere un po’ un limite a volte, perché comunque quando parli tanto di te è più difficile, perché devi trovare quelli che ti capiscono, quelli che stanno vivendo in un determinato periodo della loro vita le stesse emozioni, sensazioni e stati d’animo e la sentono questa cosa. Magari altri persone non c’arrivano o c’arrivano più tardi.»

Però quando c’arrivano si legano di più perché si legano proprio a te.
«Esatto, io credo sia quella la chiave per durare, cioè colpire le persone e far sì che le persone aspettino i tuoi prossimi lavori perché vogliono emozionarsi in un determinato modo e quel modo lo possono trovare solo in te, nella tua musica. Quella determinata emozione la trovano da me. È importante se tu riesci a identificare bene il tuo modo di esprimerti e di arrivare alle persone.»

Che poi è quello che dici in Mio sostanzialmente. Invece, allargando un po’ lo sguardo sul disco e confrontandolo coi lavori precedenti, possiamo dire che La vita giusta per me rappresenta la tua permanenza a Londra, l’EP in mezzo è un tentativo di cercare un posto e Acquario è, invece, il ritorno a Napoli. Quanto ha inciso Napoli come città, come scena, che è sempre stata particolare e quasi a sé stante? Anche per il senso di insoddisfazione che un po’ si sente, hai mai pensato che se non fossi stato a Napoli, ma a Milano, avresti avuto un riconoscimento diverso?
«Forse un po’ è così, semplicemente perché Napoli è un mondo a parte, ha le proprie influenze, i propri gusti musicali. È una città che ti dà tanto, perché se ti premia lo fa veramente, all’ennesima potenza, non a metà. Allo stesso tempo è una città che un po’ ti chiude, perché comunque ti fa rimanere in questo nucleo, è un po’ un’arma a doppio taglio perché ti può anche chiudere, proprio perché ha delle regole interne. Ora c’è il reggaeton, come prima c’era il neomelodico ora c’è questa trap-neomelodica – perché alla fine è il nuovo neomelodico, perché il pubblico che lo ascolta è lo stesso che ascoltava Pino Giordano. Quindi è un po’ più difficile quando fai qualcosa di diverso farti capire. Però ti dà anche le soddisfazioni: magari noi artisti napoletani suoniamo molto di più solo nella provincia rispetto a un artista milanese in tutta Italia.»

Da un punto di vista più strettamente musicale nei vari pezzi si sentono tante anime diverse: ci sono i pezzi più da club, quelli più acustici come Forse no, o Colpisci con una batteria molto anni ’80, insomma tante cose “strane” messe assieme. E, allora, mi chiedo: i tuoi riferimenti musicali quali sono?
«Quando ho fatto questo disco sentivo l’esigenza di metterci tutte le cose che mi piacevano, e questo un po’ mi spaventava perché pensavo “Magari diventa un’insalata mista”. Però alla fine non riuscivo a fare altrimenti, perché a me veramente piacciono tante cose diverse, ascolto  davvero tutto, ci sono tutte le mie influenze. Anche il brit pop l’ho vissuto molto a Londra, mi ha preso molto anche quando ero piccolo. All’inizio il disco aveva una direzione, poi a un certo punto mi sono rotto il cazzo e mi sono detto “Voglio fare tutto quello che mi piace, a mio rischio e pericolo, perché poi magari non capiscono, però ci devo mettere tutto”. E alla fine ho notato comunque che le persone, se hai un’identità e riesci a colpirle, non se ne fottono più di tanto, vanno per l’artista e per quello che hai da dire.»

Anche tu ora rispondendomi hai citato Londra, che peso ha avuto quella città? Quanto ha inciso il suo slancio internazionale sul disco?
«Sicuramente tanto, ho conosciuto tante persone e, soprattutto, ho conosciuto un approccio diverso alla musica che magari, stando a Napoli, non avevo ancora vissuto. Poi sono stato a Londra otto anni e quando conosci persone che vengono da un mondo completamente diverso dal tuo, con interessi diversi dai tuoi, gusti musicali diversi dai tuoi e capisci che comunque ci sono delle cose in comune, cerchi di prendere tutto quello che puoi e farlo tuo. Londra è stata proprio fondamentale.»

Una cosa che mi ha incuriosito da subito è ciò di cui parli in Mio. Lì tu dici “Non ti rispetto se sei bianco, ma porti le trecce. Non ti rispetto se usi la parola con la enne”, che è un discorso che ora finalmente si sta iniziando a porre sull’appropriazione culturale, che magari in Italia viene vissuto pochino ancora perché siamo culturalmente chiusi.
«Io resto sconvolto da questa cosa, mi fa girare proprio le palle, perché vivendo a Londra per otto anni capisci che non è possibile che in Italia ci sia ancora quest’ignoranza, questa superficialità. Qui capisco che nonostante i numeri, le classifiche e quello che sembra dall’esterno, poi alla fine questa cultura urban non è arrivata per un cazzo in Italia, perché non hanno capito niente, è arrivata solo la treccina con lo sciroppo. Quindi è veramente una cosa su cui sbatto la testa. A me è capitato pure che a Napoli la gente ti commenti la foto scrivendoti “Sei un ni**a”, come se per loro fosse dire “Sei forte”. Miei amici di Londra che leggevano questi commenti dicevano “Ma com’è possibile?”. A Brixton se dici una cosa del genere ti uccidono, non lo puoi fare perché c’è un peso, una storia, una cultura dietro queste parole e invece, in Italia, loro si chiamano così tra amici di Bassano Del Grappa e questa cosa è assurda, io non riesco proprio a spiegarmela.»

Ora, tra dischi ed EP, hai già tre lavori fuori, quindi un bel po’ di materiale c’è e bilanci ne abbiamo anche fatti. Invece, ti senti di fare delle previsioni su come ti vedi anche magari nel lungo periodo nella musica?
«Più che previsioni ho delle speranze, in primis con me stesso. Spero di riuscire a lasciarmi andare sempre di più, facendo musica divertendomi e facendomela piacere e riuscendo ad essere sempre me stesso, questo spero. Perché comunque, a volte, certe cose ti influenzano, ti condizionano. Per esempio, adesso, dopo Acquario – questa è una cosa che valutavo ultimamente lavorando a cose nuove – la cosa che non mi piace è che a volte sto pensando troppo se un pezzo può piacere, o che se scrivo una determinata cosa può piacere. Questo vorrei evitarlo, mi piacerebbe che non succedesse, perché ci sta essere furbi, perché nella musica bisogna conoscere la propria fan base, guardarsi attorno ed essere concreti. Però non vorrei mai che si finisse che non faccio più musica che piace a me, ma la faccio in base a quello che può piacere agli altri, questo è quello che spero più di tutto. Spero di aver trovato la mia dimensione, la mia identità, e quindi voglio riuscire a non perdere mai di vista questa cosa e continuare a farla con quella voglia.»

Una cosa mi è venuta in mente quando cantavi quando hai detto “Chi è che ci segue dall’inizio con La vita giusta per me” e ascoltandoti mi sono detto tra me e me che l’inizio è ancora prima, cioè So Frisc (Gucci Prada e Fendi). E mi ricordo che quando uscì il pezzo ci fu una sorta di polverone…
«Sì, il delirio, il mio inizio è stato proprio dei migliori: mi hanno distrutto!»

Mi ricordo che c’era gente che vi (CoCo e Luché ndr) attaccava per aver chiamato un pezzo con nomi di marche invece di aver difeso l’hip hop e la sacra doppia. Invece oggi è la prassi. A parte che per me non è un caso che una cosa così avanti sia venuta da Napoli, proprio come mondo a parte, tu come ti senti rispetto a questa cosa?
«Diciamo che io e Luca siamo sempre stati proiettati all’estero. Quando abbiamo fatto Gucci Prada e Fendi Luca già prima di me viveva a Londra da cinque anni. Noi avevamo quasi un rifiuto per il rap italiano, ascoltavamo solo quella roba lì, venivamo dai Dipset, Juelz Santana, eravamo proprio fanatici, come magari lo sono adesso i ragazzi che la fanno e che sono fanatici di quel mondo di Lil Baby, Gunna.»

Anche se, secondo me, in Italia sono più fanatici di quello che qui copia Lil Baby e Gunna…
Esatto. In Italia sono fanatici del sensazionalismo, dei fenomeni. Arriva l’outfit, il modo di porsi e poi la musica. Per noi che venivamo da quella roba là fu proprio una cosa fatta con naturalezza, invece non fu capita e ci distrussero.»

Ora, invece, il pubblico italiano spesso vede artisti come te, Ernia, Mecna, come quelli che “parlano di sentimenti”, invece tu sei tante altre cose. La vedi un po’ come un’etichetta che a volte ti viene messa addosso mentre tu vorresti anche fare altro?
«La vedo come una cosa positiva quella di avere varie sfumature, perché ci sono artisti che si chiudono troppo in una cosa e poi ne restano intrappolati. Io fortunatamente da sempre ho abituato i miei fan al fatto che io fossi tante cose, anche con l’EP, che poi è stato anche coraggioso perché fatto senza nessun tipo di aspettativa e infatti non è stato capito da tutti. Però, nonostante non abbia avuto un grande riscontro, nel senso che a chi è piaciuto è piaciuto tantissimo e chi non l’ha capito non ci ritorna, penso quello sia stato uno step molto importante della mia carriera, perché mi ha dato la possibilità di testare sia me stesso che il pubblico e di far capire che io comunque sono tante cose. Non sono solo il “trapsoul” come dicevano quando feci La vita giusta per me

Anche perché quello era il periodo di Bryson Tiller…
«Esatto. Quindi no non la vedo come una costrizione, anzi. Al pubblico disattento, di passaggio, che mi interessa relativamente, piace la canzone e si diverte. Il pubblico vero, quello che resta, penso che ad oggi abbia capito tutte le mie sfumature e le apprezza.»

Che poi è quello che abbiamo detto prima dicendo che è l’autenticità che porta a durare, che vuol dire anche mi allaccio le Raf Simons, per citarti.

CoCo

In un momento in cui i numeri sembrano essere l’unico strumento utile per misurare il valore di un artista, CoCo ha giustamente saputo puntare il dito altrove, sull’identità, sull’autenticità. Avere le proprie caratteristiche precise e le proprie sfumature, che permettono di conservare se stessi pur evolvendosi e di non chiudersi in un acquario, ma di riuscire a muoversi in tutto l’oceano.

L'articolo «L’identità è la cosa più importante in assoluto» – Intervista a CoCo proviene da Rapologia.it.