Il 16 dicembre 2009 usciva per Macro Beats Il Tempo Necessario, il secondo album ufficiale del rapper calabrese: siamo andati a rispolverarlo.

Qualche settimana fa Paola Zukar  ?  non proprio una qualsiasi  ?  in un’intervista ha detto: «Non possiamo definire “classico” un disco che è uscito oggi. È la prova del tempo che lo rende tale». Onestamente è difficile essere in disaccordo con una frase del genere, soprattutto in un periodo storico come questo, nel quale l’offerta musicale in ambito rap è aumentata a livelli vertiginosi.

Da fruitore, amante e modestissimo addetto ai lavori del settore, mi verrebbe da aggiungere una cosa: seppur la prova del tempo sia l’unico vero strumento per considerare un prodotto classico, siamo sicuri che in essa, il parere degli ascoltatori, dei media di settore (e non) siano un mezzo democratico a definire questi pilastri? O meglio, siamo sicuri che vi sia un giusto bilanciamento, una sorta di meritocrazia a riguardo?

Ad esempio è facile decidere quali siano stati i classici della golden age del rap italiano, in quanto all’epoca le uscite si contavano sulle dita di una mano; tuttavia con il boom del nuovo millennio e tutte le dinamiche che si sono succedute, è davvero così automatico pontificare su una determinata uscita rispetto a un’altra?

Traslando il discorso in ambito letterario mi viene in mente il caso di John Fante: sceneggiatore e scrittore americano, è stato riconosciuto come un grande autore solamente dopo la sua morte, grazie a Charles Bukowski, che lo citava spesso nei suoi libri, considerandolo la sua più grande ispirazione. In poco tempo i suoi scritti sono stati definiti dei veri e propri classici, eppure erano lì, sotto gli occhi di tutti, da tempo.

Ho voluto scrivere questa noiosa introduzione per mettere chiunque stia leggendo nelle condizioni di provare a capire perché ritengo Il tempo necessario un classico del rap italiano.

Ovviamente non sono il fenomeno di turno incoronato a decidere quale disco possa essere considerato importante e quale no, tuttavia rimango spesso colpito nell’ascoltare pareri su artisti più o meno nuovi considerati come innovatori del genere, quando talvolta basterebbe scavare su Spotify per rendersi conto che di innovazione c’è ben poco.

In altre parole, credo che in qualsiasi sfera artistica ci siano classici che aspettano solo di essere (ri)scoperti, come il suddetto.

Una cosa va detta: Il Tempo Necessario non è un disco di facilissimo ascolto, soprattutto se questo avviene ai giorni nostri. Parliamo infatti di un disco lungo (ben 18 tracce), pieno di sound diversi e praticamente senza possibili hit (nella accezione più radiofonica del termine). Cosa c’è ne Il tempo necessario quindi? Tanto, tantissimo rap. Ogni canzone ha un ruolo ben preciso nel disegno del disco e sembra voler inviare un messaggio ben nitido all’ascoltatore.

Pur essendoci tante rime di impatto ? «il grado di tolleranza qui cambia a seconda della tua razza/ mentre l’universo è soggetto ad esplorazione/ esistono ancora zone dove per mesi manca l’acqua/ la chiamate evoluzione» oppure «Le divise blu non mi fanno più paura/ saldato il mio debito la mia condotta è pura ma/ mi spaventa l’ignoranza di un volto sotto il berretto/ spaventato perchè gli ho risposto in italiano corretto» ? e pur essendo stato pubblicato in piena crisi economica, nel disco sembra trasparire tanta speranza.

Gravità, che fu uno dei brani più ascoltati dell’album, è un po’ la chiave di lettura di questo discorso, nonché di tutto il lavoro.

«Non rivoluzioni se non ti rivoluzioni» è la frase che il rapper ripete più volte nel brano, come fosse un motto da voler trasmettere a tutti i costi a chiunque ascolti. Un concetto semplice in teoria, ma non di facile applicazione, in qualsiasi ambito. In linea con questa idea c’è anche il ritornello di Metamorfosi nel quale Kiave rappa «Se cambio è solamente per evolvermi».

Ne Il tempo necessario c’è anche spazio per l’amore ? cantato in maniera mai banale, in Morfeo (con Mama Marjas), Time 4 Us e Da un po’ (con Ghemon e Hyst) ? o per la nostalgia di casa, nella splendida Fuori dal mondo (con Ghemon).

Non manca il rap nel suo lato più tecnico e sfacciato (come dimenticare le numerose battle di freestyle di Kiave) in brani come Il ritorno del microfono in fiamme con (Clementino, Negrè e Dj Jumbo), Quando rimo, Deja Vu (con Mecna e Dj Danko) e Momento cruciale (che non a caso è stato prodotto da una leggenda come Dj Lugi).

Una menzione particolare va fatta a quello che ritengo il migliore brano del disco, uno di quei pezzi emblema del percorso umano e musicale di un artista: Top Ten.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare leggendo il titolo, la canzone non ha a che fare con nessun tipo di hit: siamo di fronte a uno splendido storytelling ? se così possiamo definirlo ? nel quale il rapper analizza i momenti top della sua vita, in un modo davvero emozionante.

La verità è che non è facile parlare di un disco del genere: ci sarebbe da soffermarsi su ogni singola traccia, ma così facendo si perderebbe tutta la magia dell’ascolto.

Il tempo necessario è un disco pregno di contenuti, nel senso più nobile del termine. C’è spazio per tantissimi spunti, che sfido chiunque a ritrovare in molte altre uscite dell’epoca o anche dell’attualità.

«Se la major è il tuo punto d’arrivo, io punto ad arrivare a più persone/ che non vuol dire apparire in televisione/ “Non ci sono più i dischi di un tempo”: La mia opinione? prima si scriveva per ispirazione o per un dissidio interiore/ mo’ l’album si compone solo se hai trovato un contratto di produzione/ l’arte muore, artista scorpione/ punta verso se stesso il suo pungiglione»

C’è da dire che artisti come Massimo Pericolo (e tanti) stanno riportando una certa attenzione verso i contenuti, ma proprio per questo c’è bisogno di ricordare chi ha fatto un lavoro simile in anni in cui non esisteva nemmeno Instagram: noi nel nostro piccolo proviamo a farlo.

Vi lasciamo qui sotto lo streaming de Il tempo necessario, buon ascolto!

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