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Abbiamo intervistato Davide Shorty in occasione della pubblicazione del nuovo disco con i Funk Shui Project, La soluzione. Un disco pieno di funk, soul e rap che suona fresco e potente. Davide e i Funk Shui porteranno live questo loro nuovo progetto in giro per l’Italia con una formazione ambiziosa, insieme anche a Johnny Marsiglia. Ci siamo quindi fatti raccontare da lui aneddoti, retroscena e curiosità su questo disco, sul suo percorso artistico e sulla nuova avventura live che lo attende insieme ai suoi compagni di viaggio.

RB: L’ultima volta che ti ho intervistato ti stavi lasciando alle spalle un periodo complicato e ti stavi curando con la musica. Quindi, innanzitutto ti chiedo come stai ora e in che periodo artistico e personale ti trovi?

Sto benone. Personalmente in questi ultimi anni la mia grande conquista è stata il capire che per poter dare amore alle persone che ci circondano, vicine e lontane, bisogna prima di tutto volersi bene. Mi sono lasciato alle spalle varie insicurezze ed incertezze, però ne conservo le lezioni, che sono importanti per andare avanti. Sono contento di dove sono ora.
Artisticamente ci sono state due grandi soddisfazioni, che ritengo essere state fondamentali: sono stato il primo rapper italiano a calcare il palco del Ronnie Scott di Londra (storico jazz club di fama mondiale, ndr) suonando con Derrick Hodge e ho suonato al Blue Note di New York (altro celebre e iconico locale jazz, ndr) insieme a Robert Glasper. Questi momenti mi hanno dato una carica di energia incredibile e mi ha fatto capire che la lingua non è una barriera e che se l’energia è al posto giusto la musica può toccare qualsiasi anima.

RB: Questa energia l’hai usata ultimamente anche per collaborare con altri artisti. Ad esempio, stai lavorando con la cantante emergente Sans Soucis: che ruolo hai nel progetto e com’è lavorare per un altro artista?

Lei è un artista italiana con origini congolesi, con lei sto curando la co-produzione dei suoi brani. Lei di base produce tutto da sé, ma ama circondarsi di collaboratori. Io l’ho aiutata a trovare un suono adatto a lei nei brani e la seguo nella produzione del suono dal vivo come sound engineer.
Lavorare per un altro artista è un bell’ego-check. Devi essere strumento della visione di qualcun altro, non puoi eclissare le sue idee, devi avere un ruolo di facilitatore: l’obiettivo è far emergere la sua visione, mettendo a disposizione la propria esperienza e le proprie capacità. Capire un punto di vista diverso dal tuo del resto arricchisce anche te e ti aiuta a crescere. Entrare in contatto con l’energia che sprigiona Sans Soucis è stato emozionante. Sentire il cuore che ci mette nelle liriche e nel modo in cui canta ti dà nuova ispirazione, perchè puoi solo imparare dall’impegno che altri artisti mettono nella loro musica. Lei sta avendo un ottimo riscontro, quasi più all’estero che in Italia. Ha aperto alcuni concerti di Ashley Henry e ha registrato l’interesse anche di alcune etichette per la sua musica. Se lo merita.

RB: Un anno fa invece sei partito in tour con i Funk Shui Project per presentare Terapia Di Gruppo e in queste settimane avete pubblicato un nuovo disco, La Soluzione. Visto che eravate sempre in giro a suonare, come avete realizzato questo nuovo disco?

Durante quest’anno non ci siamo fermati e l’album è stato concepito in tour. A fine aprile Natty Dub ci ha mandato una cartella di beat che abbiamo ascoltato insieme in tour. La prima traccia che è nata è stata “Cosa Resterà di noi”, da lì, più andavamo avanti, più utilizzavo i giorni di day-off per scrivere nuovi brani. Avevo bisogno di esprimere alcune situazioni della mia vita e dire la mia sulla situazione sociopolitica italiana che mi aveva mosso alcune emozioni che volevo esternare. L’approccio del precedente disco è dunque rimasto: per me la musica è terapia e la uso per canalizzare tutte le energie negative ed essere invece una persona migliore.
Questa volta la parte musicale è stata curata interamente dai Funk Shui: Natty Dub ha fatto i beat, Jeremy le linee di basso e Daniele Fiaschi ha aggiunto le sue chitarre. Solo il brano con Johnny Marsiglia e l’intro hanno avuto un processo creativo diverso. “Solo Con Me” è stato realizzato a Palermo, mentre, “Intro (Musica Senza Tempo” originariamente doveva essere il brano iniziale di Terapia Di Gruppo, ma non mi convinceva, Natty me l’ha riproposto, mi sono preso bene e ho riscritto il testo.
Ho finito di registrare a inizio settembre e poi abbiamo finito mix e master. E’ successo tutto velocemente, ma non perché avevamo fretta, piuttosto perché il processo creativo è stato naturale e automatico.

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RB: Il primo album con i Funk Shui Project ce lo avevi raccontato come una sorta di seduta terapeutica per annientare demoni e paure. La Soluzione invece da che presupposti nasce?

La differenza è che i temi di La Soluzione sono più a fuoco. Per realizzare Terapia di Gruppo ci siamo presi del tempo per farlo perché parlava di esperienze molto personali e c’erano molti miei flussi di coscienza. In brani come “Confusi” o “In un abbraccio” ho messo dentro davvero tanto di me.
Questa volta i temi erano più definiti ed è stato tutto molto più immediato. Poi mi sono sfidato con il rap. Molte volte non mi considerano come un rapper, dicendomi che devo dedicarmi solo cantare. Ma io faccio quello che voglio e decido io quando usare il rap piuttosto che il cantato. E questa volta il rap era uno strumento che si prestava di più. Tecnicamente ci tenevo che tutto rimasse con tutto. Ho scritto barre con la consapevolezza che le persone per impararle avrebbero dovuto impegnarsi. Tante volte si lavora per rendere tutto più facile ed orecchiabile, io ho fatto esattamente il contrario. Senza però diventare eccessivamente ossessivo. Comunque, sia “Asociale” che “Insonnia” hanno schemi metrici davvero serrati. L’ho fatto da fan dell’Hiphop, da uno che si perdeva nello scoprire gli schemi metrici analizzati su Genius. È stata quindi una sorta di omaggio alle mie radici.

RB: Dentro il disco come dicevi ci sono diverse riflessioni sulla società e sulla politica. Ha senso oggi vivere ancora la musica come impegno sociale, per dare un messaggio e stimolare idee e riflessioni nel pubblico?

Noi l’abbiamo fatto perché ci sentivamo di farlo. Non viviamo un momento storico facile, l’Italia purtroppo un Paese largamente razzista, xenofobo e omofobo. Le discriminazioni sono quotidiane e le persone sono bombardate di fake news e stordite dai social, il che le rende chiuse in sé stesse.
Credo che sia fondamentale per un artista che ha una voce e un seguito raccontare determinare cose e stimolare la riflessione in chi lo ascolta. Certo, non è popolare parlare di queste cose in modo così diretto, ma il nostro punto di partenza non è essere popolari. La nostra musica si basa sul self-improvement: migliorare noi stessi e chi ci circonda con la musica, ispirare ed ispirarci a vicenda.

RB: Come vedi invece il panorama musicale italiano?

Mi infastidisce che lo spessore dei testi mediamente sia basso. Mi spiace perché abbiamo delle ottime penne e potenzialità artistiche non sfruttate. Un esempio di disco fatto molto bene invece è quello di Marracash (Persona, ndr). Musicalmente è distante dalle mie influenze, ma ci vedo l’ispirazione, lo studio, la forza del suo percorso di rivalsa, la denuncia sociopolitica, la sua maturità artistica. Anche Tha Supreme mi ha colpito, non ha lo spessore dei cantautori e tra i suoi temi non c’è la denuncia sociale, ma è la voce della sua generazione e sa raccontarne i problemi e le contraddizioni del mondo di oggi con gli occhi dei suoi coetanei.
Comunque, la situazione della musica in Italia alla fine è lo specchio della società. Una società che si nutre di slogan e che, a discapito della sua tradizione di cultura e arte, vive di superficialità e non approfondisce più.

RB: Nel disco poi si parla anche di amore e di relazioni finite. Come hai scritto questi brani?

Sono un’evoluzione di quanto avevo scritto in Terapia Di Gruppo. Lì il tema centrale era come le relazioni avevano influenzato la mia vita e quella dei Funk Shui Project, visto che avevamo trovato nei nostri vissuti molte dinamiche simili. Questa volta invece questi brani sono nati dal bisogno di mettere nero su bianco alcune sensazioni. In “Cosa resterà di noi” ho esternato come una relazione mi stesse tenendo fermo. Nonostante sia stato doloroso scriverlo e quindi ammetterlo, sapevo che era necessario farlo e che ciò avrebbe giovato a me e alla mia controparte. “Amare me, amare te” invece racconta di come sia fondamentale volersi bene per amare l’altro. Ho scoperto il concetto di amore incondizionato, trovare amore senza alcun tipo di ego, difendendo la propria libertà come quella della persona che si ama. Poi, ogni giorno è una scoperta e nessuno ha tutte le risposte per le domande che ci troviamo davanti. La scrittura per me resta la miglior analisi personale possibile e mi aiuta ad analizzare me stesso e quello che mi succede.

RB: Uno dei brani più incisivi del disco è quello con Johnny Marsiglia. Che rapporto vi lega e come lo avete coinvolto?

Io e Johnny siamo legati da Palermo e dal fatto che ascoltiamo tanta musica simile. All’inizio eravamo in crew rivali e gli stavo antipatico perché, essendo un ragazzino insicuro, mettevo su una sorta di maschera che mi faceva risultare spocchioso. Da piccoli non avevamo quindi un’amicizia, anche se per me lui era un punto di riferimento, lo consideravo uno dei più forti del gioco e volevo batterlo.
Poi, mi sono trasferito a Londra e più avanti mi ha scritto perché gli era piaciuto un mio brano in inglese. Da lì abbiamo iniziato a sentirci e a intraprendere un rapporto di amicizia, accorgendoci di essere più simili di quello che pensavamo. Io ho preso di lui tanto nel rap e lui ha preso molte mie influenze negli ascolti. Il rapporto si è consolidato ed è stato suggellato in Memory (album di Johnny Marsiglia con Big Joe, ndr). Mi ha fatto capire quanto gli interessasse fare delle cose insieme dopo che ne avevamo parlato per tempo, condividendo anche qualche palco, perché io lo invitavo quando suonavo in Italia o a Palermo con il mio gruppo Retrospective For Love. È stato quindi naturale fare Solo Con me. Il brano è nato in un pomeriggio in studio. Abbiamo scritto del bisogno di stare con sé stessi per trarre le fila di un momento complesso. Perché a volte è controproducente mettersi sempre in gioco se non si hanno le idee chiare, per me e Johnny è meglio prendersi del tempo per capirsi e ripartire, una forma di amor proprio. Il nostro rapporto ora quindi è solido e sono fiero della sua evoluzione artistica. Infatti, lo considero tra i miei rapper preferiti di Italia, insieme a Madbuddy, Ghemon e Tormento.

RB: Tra l’altro anche in questo disco ritorna ancora una volta Palermo in uno dei tuoi primi storytelling. Com’è ritornare nella tua città e che emozioni ti dà?

Palermo è odio e amore. La storia che racconto viene da un momento scuro, accaduto ancor prima di scrivere Straniero. Ero tornato a Palermo per qualche giorno ed ero in piena depressione. Non riuscivo a dormire così sono uscito e mi sono ubriacato. Tornando a casa, sono passato in via Candelai ed era deserta, lì mi ha preso un po’ lo sconforto per quello che stava diventando Palermo come città.
Poi per me Palermo è una sorta di fantasma: rappresenta lo spauracchio delle mie insicurezze, è il mostro che non sono riuscito a sconfiggere, mi ricordar la difficoltà che ho vissuto nella mia infanzia. Però poi c’è la mia famiglia e sto bene, quindi è comunque fonte di ispirazione. Ci torno volentieri ogni tanto, ma non ci tornerei più a vivere.

Recentemente con i Funk Shui avete aperto il concerto di un artista importante come Daniel Ceasar a Milano. Ci racconti com’è andata e che emozioni avete vissuto?

È stata la prima volta dopo tanto tempo in cui ho avuto l’ansia di esibirmi. Avevo davvero il cuore in gola. Ho sentito tanta energia e ho visto anche le prime file di spettatori stranieri che apprezzavano il rap in italiano e questo ci ha fatto prendere bene. Forse quello che facciamo può avere anche una risonanza all’estero, se si fa in modo intelligente potrebbero essere interessante. Sdoganare la musica italiana fuori dall’Italia comunque non è facile. Anche se ci sono stati esempi positivi, come i Nu Guinea che hanno fatto un disco molto funk in napoletano e hanno ricevuto molti riconoscimenti a livello internazionale.

RB: Adesso comincia il tour che vi porterà in giro per l’Italia e venerdì prossimo, 20 dicembre, suonerete al Circolo Ohibò di Milano, il tutto spesso in full band e insieme a Johnny Marsiglia. Vista la vostra predisposizione per la dimensione live, cosa ci dobbiamo aspettare di vedere e come coinvolgerete Johnny Marsiglia nel vostro live?

Vi dovete aspettare il fuoco (ride, ndr). Ho voglia di spaccare il mondo e di dare tutta la nostra energia al pubblico dimostrando che abbiamo uno dei live più fighi d’Italia. Sono cosciente delle aspettative alte che ha il pubblico e voglio rispettarle. Per l’impegno e l’amore che ci mettiamo, io sono convinto che la nostra musica possa arrivare a un gran numero di persone, perché se lo merita. Inoltre, per come concepiamo la musica, sono sicuro che chi ci ascolta può trarne beneficio: ispirandosi e ispirando anche noi, in uno scambio di esperienze come si diceva all’inizio. La formazione comunque sarà composta, in full band, da Natty al Mpc, Jeremy al basso, Daniele Fiaschi alla chitarra, e il nuovo acquisto Joe Allotta alle batterie. Con Johnny mischieremo i repertori, ma per vedere cosa succederà dovrete per forza venire a vederci live.

Appuntamento quindi a venerdì 20 dicembre al Circolo Ohibò per chi è a Milano, mentre sui canali social di Davide Shorty e dei Funk Shui Project potete trovare poi l’elenco completo delle altre date del tour.

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