Abbiamo provato a raccontarvi i tormenti e le speranze di Barracano analizzando una traccia de Il Figlio di Scar, Portorico.

Credo che non ci sia azzardo più grosso che debuttare con un primo disco alla mezzanotte che appartiene a Personail progetto più atteso dell’anno. Credo però che sia ancora peggio esser convinti che basti parlare di strada, di droga e di criminalità per svoltare con il rap: ormai di artisti che limitano la loro poetica alle strade nelle quali sono cresciuti ce ne sono fin troppi.  

Ma nonostante tutto a Barracano non è importato poi troppo di questi concetti, non si è neanche preoccupato di far sistemare il titolo della prima traccia, che era Dio del Casertano e non “nel”. Eppure quell’errore così goffo sembra essere lungimirante a due settimane di distanza dalla nascita del progetto: Il Figlio di Scar è un disco nato contro tutti i favori del pronostico, metafora essenziale di quella che sembra essere la vita di Rafilù. 

Raffaele De Sieno, classe ‘91, sceglie il nome d’arte di Barracano in onore di una commedia storica scritta da Eduardo De FIlippo intitolata Il Sindaco del Rione Sanità, nella quale le sorti di Don Antonio Barracano – una sorta di camorrista capofamiglia – sono legate a quelle del personaggio di Rafiluccio, presente anch’esso nell’opera. Purtroppo questo è uno di quei casi dove la finzione sembra stare allo stesso piano della realtà, motivo per cui la storia di Barracano – pregna di un contesto violento che allo stesso tempo educa – sembra ricalcare fedelmente quella della Commedia che gli ha dato un nome.  

Il resto della storia di Barracano è inutile spiegarla perché sta tutta dentro il disco, dalla prima all’ultima traccia. Magari in molti si risentiranno nel leggere di un tipo che sembra uscito dal nulla, se non grazie al sostegno importante di artisti che stanno vivendo un boom esponenziale come Massimo Pericolo e Speranza. Lo pensavo anche io fino a quando non ho messo in play il disco.

Barracano esiste già da prima de Il Figlio di Scar, come testimoniano brani dal sapore agrodolce quali Ho Pochi Minuti e Malboro Morbide (entrambe prodotte da Simoo, talentuosissimo producer che ha curato l’intera direzione artistica del progetto ad eccezione di Vodka, prodotto da Croockers e Nic Sarno). Uno dei motivi che mi ha convinto a dargli una seria opportunità è stata proprio l’assenza dei featuring di Massimo Pericolo e Speranza, che senza dubbio lo avrebbero aiutato a rendere più rilevante il suo debutto a livello mediatico. Una scelta coraggiosa che lasciava intendere un bisogno di esprimersi molto forte, nonostante la presenza del Chicoria e del conterraneo Masamasa. 

Nei brani che non sono presenti nel disco è molto chiara l’influenza dell’immaginario e del rap francese, caratteristica che lo accomuna molto a Speranza. 

Non mi resta quindi che riportarvi le motivazioni che più mi hanno colpito dopo diversi ascolti, per provare a spiegarvi perché dovreste considerare Barracano come una delle cose più interessanti capitate in questo 2019 del rap italiano. Per farlo ci soffermeremo esclusivamente su Portorico, la seconda traccia, che riassume fedelmente il disco ed il personaggio in questione. 

Portorico si apre con una melodia che sta a metà tra lo struggente ed il malinconico, che indirizzerà da lì a poco le crude barre d’apertura di Barracano. A discapito del titolo, che potrebbe sviare, non è un brano latineggiante né dal ritornello catchy ma qualcosa di molto diverso: 

“Ricco, voglio diventare ricco
Portarti a?Portorico
Una?casa sul mare,?solo birre nel frigo
Sentire il vento?sulla schiena mentre ficco
La testa vuota, fingo che il male non sia mai esistito” 

Eccole le rime di cui parlavo, un cocktail letale in bilico tra sogno e disperazione, sostenuto da un lessico grezzo e vivido allo stesso tempo: parole che aprono uno spiraglio dentro il quale si nasconde un malessere da cacciare fuori ad ogni costo. 

 “Io l’odio l’ho estinto
Mami, ma non mi ha tinto la pelle
Ora che non ho stelle da guardare
Né terra da camminare
Tu sai che faccio il bene
Ma Rafa vuole il male perché Rafale è cresciuto così
Ho una pistola, figlio di p*ttana, devono dirmi di sì” 

Inizia proprio in queste barre il racconto autobiografico di Barracano (che ricordiamo essere un classe ‘91) che si presenta ai suoi ascoltatori senza alcun filtro: quella legge non scritta secondo la quale il rap dovrebbe abbattere ogni tipo di muro piuttosto che abbellirlo. Inoltre, viene introdotto il tema del doppio, con Rafa e Rafale che rappresentano la stessa persona, nonostante la prima coltivi il bene mentre la seconda rimane annichilita dal male che ha subito. 

 “E tu mi hai dato un cuore dolce come un Grisbì
Ma questi stronzi io li spezzo come grissini
So che mi ami davvero, perché quando lo hai detto non tossivi
Ah, mi piace come sei (ehi)
Mi fa paura come vivi (uh)
Mi fa paura come vivi

In queste barre Rafa si riferisce inizialmente alla madre (alla cui importanza ha anche dedicato un brano nel disco) per poi rivolgersi alla ragazza con la quale ha avuto un rapporto molto turbolento, come scoprirete lungo il disco, fatto di dolore e violenza. La ripetizione dell’ultima frase ha il compito di soffermarsi sulla frattura inguaribile che si è creata tra la sua visione del mondo e quello della sua partner, che appare distante più che mai. 

 “Sono ricco
Come Ace, come Mitch, come Rico
Ti metto un anello al dito
Io ti amo e tu lo sai
Anche se non te lo dico
Sono ricco
Come Ace, come Mitch, come Rico
Ti metto un anello al dito
Io ti amo e tu lo sai
Anche se non te lo dico sono (ricco)” 

Nel ritornello fatto di doppie e di sporche, Barracano riesce a fondere la strada con i suoi sentimenti, paragonando la sua ricchezza interiore (che aspira ad essere anche materiale) con quella dei tre protagonisti del film culto Paid in Full, anch’esso ispirato ad una storia vera. Troviamo anche la voglia velata dell’artista di sposare la ragazza, promettendole una vita migliore come spiega nelle barre d’apertura. 

 “Preso da me, preso dal rap, ti ho preso a botte
Per questo non ti voglio vicino e vado a mignotte
E per passarci insieme tutta la notte pago troppo
Ma se non lo faccio non dormo” 

Queste sono a mio parere le barre più crude e rappresentative del pezzo, dentro le quali scorgiamo il male che prende il sopravvento sulle buone intenzioni di Barracano. Non ce ne vogliano le femministe, ma il dolore di queste rime ci aiuta a comprendere il potere salvifico del rap, attraverso il quale l’artista confessa dei momenti che altrimenti avrebbe tenuto dentro come un macigno. Non promuoviamo la violenza, ma fa parte della realtà e in quanto tale bisogna prenderne atto. 

 “Io ce l’ho sempre duro e queste mi vogliono morbido
In strada inventano leggende sui soldi che ho
E scordando quelli che do
E quanto ho sudato per 5 euro a piedi fino all’ultimo piano
Nemmeno a banconote, solo monete in mano
Mentre ti amavo, tornavi in auto da Caivano
Con 10 chili di sh*t nel bagagliaio” 

Qui Barracano tira in ballo un altro aspetto della vita di strada, che riguarda il rispetto o la sua mancanza. Nel caso specifico il tema che non può mancare è quello dei soldi, che unisce e divide a seconda delle situazioni. Le barre spiegano come l’aver svoltato un po’ di soldi – per via presumibilmente dello spaccio – non può cancellare i sacrifici e la dedizione che Barracano ha mostrato verso la sua gente, accontentandosi davvero della miseria: “nemmeno banconote, solo monete in mano”. 

 “Non sono c*zzate da rapper
Sanno tutti che sono il figlio di Scar
Il figlio di Peppe, il figlio del niente
Ora che ti ho solo nella mente
Prima ti avevo sul cuscino, con la .38 sparo al soffitto
Amore mio, sto cercando il paradiso” 

L’atmosfera di tensione creata nel brano sfocia così nelle ultime, viscerali, barre di Barracano che ci tiene a sottolineare come il suo racconto sia figlio di un’esperienza diretta, quanto sia difficile in certi contesti “essere il figlio di” ma non solo: è significativa la disperazione nei confronti di un amore che sembra essere finito senza alcuna possibilità di ritorno, ma che piuttosto lo lascia egoisticamente nella sua solitudine.  

Questo brano, o meglio questo disco, sicuramente non cambierà la storia del rap italiano, probabilmente non verrà neanche ricordato a dovere. Ma è necessario ribadire come questo genere sia lo strumento principe per la trasmissione della realtà, sia essa di disagio, sia essa di benessere. In quanto tale, senza eccessi di morale o di saccenza riguardo a delle lacune tecniche, dovrebbe essere considerato Il Figlio di Scar. 

 

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