Il 31 ottobre poco prima del suo live al Pala Dean Martin di Montesilvano (PE) abbiamo realizzato un’intervista a Il Tre, uno dei protagonisti della ‘Next Generation’.

Probabilmente per molti di voi, me compreso, c’è stato quel periodo dell’infanzia in cui si credeva che il segreto del rap game si celasse dietro al parlare più velocemente possibile. Fingevo di essere capace di sputare versi ad una velocità più che modesta cercando di emulare quei pochissimi rapper che passavano in radio, con ovvi risultati scadenti.

Di certo non tutti sono in grado di sparare a raffica a ritmo di Rap God, tanto per citare uno dei brani simbolo di quella tecnica che prende il nome di extrabeat. Come moltissimi sapranno è una modalità di rap utilizzata per cantare quasi al doppio della velocità del beat stesso. In poche parole, consente all’artista di esprimere una marea di vocaboli in più, rispetto a chi fa uso delle metriche classiche. Un vero colpo ad effetto, specialmente in ottica live.

Su questo e molto altro ci siamo soffermati in un’intervista con Il Tre, in occasione della sua data al Pala Dean di Montesilvano (PE), ospiti di Tom Beaver che lo ha preceduto con un live set e degli amici del Ninety Group. Il rapper romano, al secolo Guido Senia (classe 97?) mi verrebbe da dire che sia, a tutti gli effetti, un artista appartenente alla ‘generazione peggiore’ (se siete nerd di One Piece come il sottoscritto apprezzerete la metafora). Parafrasando: uno dei giovani di prospettiva della nostra scena, che fa dell’extrabeat una delle sue armi vincenti.

In una situazione abbastanza confortevole, qualche ora prima del live, lontani dal caos di un Halloween divertente ma caotico, ci siamo potuti confrontare anche su diversi aspetti della sua futura carriera, che spero possiate apprezzare nella seguente intervista.

Ciao Guido, è un piacere averti qui con noi. Ti abbiamo seguito parecchio su You Tube quest’anno e ci sono anche diversi articoli che ti definiscono una delle promesse rap della nuova generazione. Dunque, ti andrebbe di parlarci del tuo 2019 fino ad oggi?
«Ciao a tutti, piacere mio. Beh sicuramente c’è stato un passo avanti per quello che riguarda la mia carriera. Non che prima di quest’anno me la passassi male facendo musica, ma sicuramente c’è da dire che da questo 2019 abbiamo allargato il bacino d’utenza. Da Real Talk in poi, mi sono oggettivamente affermato. L’ho dichiarato anche nella puntata stessa. Bene o male adesso la gente mi conosce, grazie anche a questa bella vetrina. Questo è ufficialmente l’anno in cui mi hanno scoperto».

Quindi sono circa sei mesi che pubblichi singoli sia su digital store che in versione clip su You Tube. Concordi con me se ti dicessi che potrebbe essere arrivato il momento di provare a portare a termine un progetto intero come un disco o non sei di questa idea?
«Gli addetti ai lavori, come anche i miei fan, da me si aspettano sicuramente un album. So bene che ad oggi esistono anche artisti che puntano solo ad uscite singole, quindi con dei pezzi singoli. Ma ad essere sincero nella mia testa c’è l’idea di poter uscire con un album, non te lo nascondo. Sogno di poter tirare fuori il mio primo progetto ufficiale. Fino ora ho prodotto due mixtape, perciò di roba mia in giro ce n’è. Ma per quanto mi riguarda, è ben poca. Su questo ho una visione ancora abbastanza classica: per me il rap è comporre anche e soprattutto un album intero. Un artista rap nasce con un album, nonostante i tempi siano cambiati e l’industria musicale si sia evoluta per quanto riguarda l’uscita dei singoli. Ragione per la quale mi auguro che possa capitarmi quanto prima».

L’arma decisamente vincente dei tuoi brani è questo extrabeat tagliente pieno di frecciatine, punchline e prese di posizione forti. Credi che sia un mezzo ancora valido per mostrare un buon livello di rap?
«L’extrabeat se fatto bene, è decisamente un mezzo ancora valido. In realtà è un po’ un arma a doppio taglio. Se lo si sa fare correttamente si acquisisce tanta credibilità e rispetto dal pubblico. Mentre se tenti e poi ti riveli tecnicamente incapace, fa l’effetto inverso. Posso confermartelo poiché osservo ogni volta l’effetto che ha sul pubblico: rimangono molto colpiti. Attualmente mi reputo uno dei pochi capaci in Italia. Ma allo stesso tempo, prima di me, ci sono comunque degli artisti da cui ho preso ispirazione per allenarlo, tra cui anche alcuni miei preferiti.

Se penso al rap, io penso all’extrabeat. Il genere l’ho scoperto così. Per me è come arrivare in ferrari ad una festa. È sinonimo di tecnica, ti da un’aggiunta creativa. Anche se molti artisti o quasi tutti adesso non sfondano con questa tecnica. Perché allo stesso modo l’extrabeat non è sinonimo di successo, questo lo so bene».

Quanto pensi possa essere applicabile ad un concetto di disco?
«Un disco pieno di strofe in extrabeat sinceramente sarebbe troppo. Immaginalo un po’ come un colpo di scena. Ed ora, immagina un film solo contenente colpi di scena. Sarebbe noioso e monotono, non ti pare? Quindi parlando in un ipotetico disco, credo che non ci saranno strofe in extrabeat per ogni traccia, te lo posso confermare tranquillamente».

Una tua caratteristica che mi ha colpito molto è come, spesso e volentieri, lo riesci a sfruttare come mezzo per descrivere tematiche personali.
«Sai con l’extrabeat è facile confondersi dal punto di vista dei contenuti. Probabilmente se dicessi parole a caso, otterrei lo stesso risultato. Risulterebbe scenicamente comunque figo agli occhi del pubblico. Se invece aggiungi anche un contenuto, riesci ad apportare un upgrade importante, specie se parli di un qualcosa di tuo».

L’esperienza Real Talk è sicuramente quella che ha generato più curiosità sia per gli addetti ai lavori che per il pubblico. Ti va di raccontarla dal tuo punto di vista?
«È sicuramente stata una delle esperienze più belle che ho vissuto fin ora. Quando mi è arrivata la notizia che sarei stato il prossimo ospite di Real Talk, ho avuto un attimo di euforia e subito dopo un momento di sconforto. Perché tendo spesso a svalutarmi, a non sentirmi all’altezza della situazione. Ma questa volta sapevo bene che sarebbe stata un’enorme vetrina per me. Perciò il mio obiettivo era proprio quello di far girare le persone. Provare a farsi notare da tutti, pubblico e gente del settore. Perché fino a quel momento facevo pezzi fighi, che a me piacciono ancora, però mi affacciavo su una vetrina molto più piccola. Era la mia occasione e non potevo assolutamente sprecarla, come recita anche la mia prima barra nel video. Quando mi sono messo a scrivere per quella puntata, non sapevo proprio come iniziare. Quindi sono andato semplicemente di getto nel descrivere quello che sentivo in quello stesso momento. Fortunatamente, oggi posso dire di non averla buttata. Ho cercato di mettere ogni mia possibile caratteristica nei pezzi presentati, a cominciare dall’extrabeat, poi incastri e rime. Perché è da quello che parto e che mi piace fare. Poi ho messo anche una parte di me, della mia famiglia ed esperienze che vivo tutti i giorni. Il messaggio che pian piano e con fatica tento di far passare è che tutto ciò può essere un mezzo per potersi esprimere a pieno».

Da quando sei in major le tue uscite musicali sono sempre contraddistinte da tre episodi diversi ma conseguenti. C’è una storia dietro alle tue triadi oppure è solo una strategia manageriale?
«Le uscite musicali o meglio le mie saghe da tre episodi sono state abbastanza casuali. Magari nel caso dei vari 33%, 66% e 99% un po’ di meno, anzi diciamo che è stato voluto abbastanza. Ma ad esempio pensando a Cracovia, non mi sarei aspettato con certezza l’uscita degli altri episodi. Ah, tengo a precisare che non ci sono mai stato, ma ci andrò ben presto (ride, ndr)».

Quindi effettivamente si nasconde qualcosa dietro il tuo pseudonimo.
«Ti dico che effettivamente c’è una piccola storia dietro questo numero. E so che la gente pensa che sia chissà quale incastro di avvenimenti, ma in realtà è più che banale. Il tre è semplicemente un numero che considero importante a livello personale. A cominciare dal fatto che sono nato il 3 settembre (nono mese, tra l’altro) e siamo sempre stati in tre in famiglia. Sai, Cracovia Pt. 3 è anche uscito il giorno del mio compleanno! È stato particolare, come anche il video stesso, nato in un casone abbandonato e poi montato da un mio caro amico, un videomaker davvero in gamba. Quindi si ci sono vari collegamenti, ma sono più semplici di quello che si crede».

Scavando nel tuo recentissimo passato ho notato solo una posse track ma pochissime altre collaborazioni. Con chi ti piacerebbe lavorare nel futuro?
«Allora ti dirò, i feat sono sempre una specie di taboo, per quanto riguarda il mio progetto musicale. Ad esempio nei miei mixtape ho un feat con Nayt, che è sicuramente uno di quelli che ascolto da sempre. Infatti quando sono più o meno entrato nel giro, l’ho cercato immediatamente per fare qualcosa insieme. Magari più in là, ci sarà l’opportunità di poter tirare fuori qualcos’altro con lui, poiché siamo effettivamente molto simili. A me farebbe davvero piacere! Mi piacerebbe molto lavorare anche con alcuni nomi, che però considero da sempre enormi e inarrivabili, ad esempio Gemitaiz e MadMan. Sono cresciuto con le loro discografie, specialmente quella di Gemitaiz. Per me è davvero un’icona, a cui mi ispiro anche e con cui sono cresciuto tutti i giorni fino ad oggi».

Forse ti senti anche un po’ legato alla scena rap della tua città, no?
«Non direi. Nonostante io venga da quelle zone, non mi sento particolarmente legato a nessuna realtà identificabile come ‘scena romana’».

Cosa ascolta nel tempo libero Il Tre?
«Ultimamente ascolto NF un artista americano, secondo me, molto forte. Anche Machine Gun Kelly e Post Malone. Ascolto un sacco di rap sempre in ambito internazionale, invece in ambito italiano mi sposto su generi diversi. Adoro particolarmente i pezzi di Zucchero o di Vasco Rossi».

So che sarai in giro per diverse città d’Italia in questo periodo. Come procede il tour? Come vivi questo aspetto della carriera da artista?
«Il tour diciamo che è partito con Roma un po’ di tempo fa, ma in maniera ufficiale direi da oggi, qui a Pescara. Poi sarò fuori, in giro per l’Italia ogni fine settimana circa. Da qui a Natale diciamo che siamo belli pieni. Ovviamente il live è uno dei miei momenti preferiti, se non il più bello. Anche se l’attesa del live stesso la vivo abbastanza male. Da circa 2 o 3 ore prima poi comincio ad innervosirmi, per poi buttare tutto fuori nel live stesso, dove invece mi diverto un sacco e naturalmente anche dopo!»

 

L'articolo «L’extrabeat, se fatto bene, è un mezzo ancora valido» – Intervista a Il Tre proviene da Rapologia.it.