È pieno di entusiasmo Wabi Sabi, esordio discografico di Luvaq, progetto musicale che nasce dall’incontro di Manu PHL, rapper e producer, il chitarrista Naima e il bassista Anoir Ben Hadj Amara. Il disco esce per l’etichetta La Grande Onda. Nove tracce che ritraggono senza mezzi termini i disagi e la voglia di rivincita di un’Italia giovane e disperata… ho provato a raccontarvelo:

I testi rappresentano un grido malinconico di una giovane generazione già stanca, che si sgretola, anzi, ha veramente voglia di distruggere se stessa, sospesa tra droghe, social media, ansie e incertezze, ma che possiede sempre e comunque l’accesa speranza di trovare l’amore e una sicurezza in uno sguardo “amico” (come in Anni Dieci). Il tempo che passa è sicuramente il tema centrale del progetto, come viene chiaramente spiegato nella titletrack Wabi Sabi che chiude il disco: tutto trascorre, il tempo è amico e tiranno, crea ansie ma porta con sé la scia del profumo dei ricordi, che odorano sempre di primavera.

Il sound dell’album ha decisamente un’attitudine che strizza l’occhio un po’ all’hip hop, un po’ all’indie: a tratti acustico, a tratti fatto di suoni campionati, difficile farlo rientrare in una precisa “etichetta”. Proprio questa eterogeneità nel suono regala al disco una nota di fresca originalità, sempre orecchiabile e mai pesante all’ascolto. Strumentali decisamente al passo con i tempi.

È un album che suona molto pop, ma riesce a dipingere in modo estremamente pungente ed intelligente lo scenario di un mondo decadente (penso a Sessanta Metri Quadri), pieno di rovine, ma che è bello guardare proprio perché “sta bruciando”, mentre diciamo compiaciuti “ecco, dove siamo arrivati”, come se lo avessimo sempre saputo. Se volessimo paragonarlo ad una corrente letteraria, apparterrebbe certamente all’epoca degli scapigliati, schierato contro la morale, l’ottimismo di plastica che esce dagli schermi delle televisioni catturando e abbindolando chi guarda e ascolta (come in Bicchiere Mezzo Pieno), e che inevitabilmente porta ad uno stile di vita veloce, autodistruttivo.

Questo disco è “leggero” all’ascolto, ma allo stesso tempo trasuda l’odio che appartiene a questo momento storico e alle persone che lo vivono. Per essere un disco d’esordio è decisamente maturo, ha un’attitudine per certi versi punk, che non ha paura di mettersi e mettere in discussione. Un album figlio dell’epoca in cui viviamo.