Achille Lauro - foto di Cosimo Buccolieri

È finalmente uscito il nuovo disco di Kanye West “Jesus is King”, un ritardo così estenuante che più che un disco sembrava si aspettassero le mestruazioni della fidanzata.

Il tutto a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione del nuovo singolo di Achille Lauro1990” che tanto sta facendo chiacchierare le riviste di musica. 

Coincidenze? Non credo, per dirla alla Adam Kadmon. 

Il punto è che c’è qualcosa che rende questi due personaggi, all’apparenza così distanti, molto simili: la continua ricerca di sé, intesa come costante e a tratti schizofrenica spinta creativa che li porta a mettersi in discussione come artisti, come provocatori, come esseri umani.

Mi ha fatto sorridere come le riviste musicali di mezzo mondo siano rimaste sbigottite d’innanzi alla svolta gospel di Kanye West. 

È tutta la carriera che l’artista di Chicago parla con e per conto di Dio nella sua musica. Era cominciato tutto con quella “Jesus Walk” che avrebbe per sempre cambiato le sorti del rap e della musica di tutto il mondo. 
“I want to talk to God, but I’m afraid because we ain’t spoke in so long, so long…

God show me the way because the devil trying to break me down (Jesus Walks with me, with me, with me) The only thing that I pray is that me feet don’t fail me now”

Kanye West, Jesus Walk

Ho provato lo stesso stupore nell’accorgermi che tre quarti dell’editoria musicale italiana si è sorpresa dell’ennesima mutazione di Achille Lauro. 

Un artista che dal giorno uno ha fatto di tutto tranne accontentarsi di essere l’ennesimo rapper italiano schiavo della propria nicchia di pubblico. 

È da “Ragazzi Madre”, in anticipo per sonorità e temi sul resto della scena, che l’artista sembra avere un indomabile allergia verso tutto ciò che è cliché e così tristemente “rap italiano”. 

1969 è stata la sua prima grande rivoluzione. Una svolta dettata dalla necessità impellente di emanciparsi da una miriade di artisti che nel frattempo si erano messi a fare le sue stesse cose, copiandone gesti, sonorità e linguaggi.

È stato un viaggio, un viaggio bellissimo di un disco che, a prescindere dai suoi celebratissimi singoli, acquisiva un valore ancora maggiore se ascoltato nella sua interezza. 

Un viaggio nostalgico, malinconico e opulento in un immaginario che, per forza di cose, ha influenzato la generazione di Achille Lauro. Una generazione a cui appartiene anche il sottoscritto.

Quella che non ha avuto il piacere di vedere Marilyn Monroe, Elvis, Hendrix o James Dean ma che, ciò nonostante, è riuscita a percepire le vibrazioni un qualcosa talmente potente da non potersi fermare d’innanzi a quisquilie come “la morte”.

Siamo tutti figli degli anni 70, anche se non li abbiamo visti. 

1990 mi sembra essere la degna prosecuzione del viaggio solo che, questa volta, noi c’eravamo.

Epicamente celebrata dall’omaggio a “Be My Lover” dei La Bouche, pezzo culto per i dancefloor  di mezzo mondo, il nuovo singolo di Achille Lauro sembra servirsi degli anni 90 come metafora della vita.

Una festa a cui abbiamo partecipato facendoci trascinare da brani che ancora oggi occupano un posto speciale nel nostro cuore. Una festa che è però finita e ci ha lasciato i cocci da provare a rimettere insieme, proprio come la storia d’amore raccontata nel testo. 

Ci sembra di essere tutti lì a guardare la pista lentamente svuotarsi. Ci sembra di vedere gli inservienti con gli occhi gonfi per le poche ore di sonno pronti a iniziare il turno e pulire la festa di qualcun altro. Ci sembra di essere lì quando accenderanno le luci, nella speranza che un cocktail o una pasticca ci facciano dimenticare di non essere più dei ragazzini. 

Aspettiamo curiosissimi i capitoli di questo nuovo viaggio, perfettamente consapevoli che questo, per Kanye come per Achille, è solo un stop del viaggio, non la stazione di arrivo. 

Quella neppure esiste. 

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