“Se non hai la mente aperta, tieni chiusa anche la bocca”
(Sue Grafton)

La citazione in questione ha un obiettivo critico ben definito, quale quello di sfatare che la musica del 2019 sia uno stantio cliché ripetuto. Sentiamo ormai comunemente frasi come “la musica di oggi è priva di senso!”, “non ci sono più i testi con un significato!”…

Il problema, però, non è la musica, ma l’ascoltatore medio incapace di ascoltare e ricercare.
Il disco Tarantelle di Clemente Maccaro (a.k.a Clementino/Iena White) quest’anno si è imposto a pieno titolo come l’album più dogmatico e profondo portandoci nel suo animo e nella sua pazzia, un costante paradox di tensione musicale che nei testi lascia trasparire sentimenti contrastanti.

In questo approfondimento cerchiamo di svelare i lati nascosti di un disco in cui si cela il simbolismo più fine, cercando di domandarci cosa possa accomunare dunque Clementino alla tradizione napoletana, a Ovidio, Sofocle, Van Gogh, Fincher, Nolan…

La traccia Un palmo dal cielo rappresenta più di tutte lo slancio ancestrale della Iena White in questo momento: il riferimento è al mithòs di Morfeo, raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio.
I versi di apertura di questo brano, che costituiranno il ritornello, suonano in questo modo:

“E mentre dormi tra le braccia di Morfeo, ti porterò ad un palmo dal cielo, e adesso tutto intorno sembra più leggero,

sogni che disegno nello stereo.”

Figlio di Ipno e Notte, Morfeo rappresenta nella mitologia classica il dio del sonno, il cui potere consta nel poter accedere ai sogni altrui, assieme ai fratelli Fobetore e Fantaso che, rispettivamente, possono procurare incubi generando nella mente bestie tremende o ricreare posti meravigliosi suscitando piacevoli emozioni.

Clementino, in questo brano, è autore e spettatore della propria vita, è il dormiente per mano di Morfeo ed al contempo lo stesso Morfeo: questa “magia”, come dice il cantante napoletano, è proprio possibile mediante la musica. Morfeo, nel mito, è in grado di far addormentare le persone attraverso un mazzo di papaveri, il rapper campano lo fa con la musica ed è qui la soluzione al rapporto Morfeo/Clementino: Morfeo addormenta il cantante per mezzo della musica, ma i sogni che sono espressi nella musica sono scritti dallo stesso Clemente.

È già palese l’aria onirica che si afferma prepotentemente in tutto il testo, che si contrapporrà a quelle che sono le immagini concretissime che l’autore ci descrive: è proprio quella lotta che ci porta allo scontro di conscio ed inconscio che David Fincher ci descrive nel titolo Fight Club.
La canzone, però, ha in questo caso una forza straordinaria: quella di creare un rapporto diretto tra ascoltatore e cantante. Siamo tutti Edward Norton, narratore protagonista in Fight Club appunto, e ci troviamo a confrontarci con il nostro Tyler Durden, rappresentato da Clementino in questo caso.

La nostra insicurezza viene descritta e portata in primo piano dal beat della canzone che, già dai primi suoni, sembra volerci suscitare uno stato di tensione: sul palcoscenico delle emozioni viene rappresentata una situazione di precarietà e di instabilità, viene ritratto un ascoltatore che sembra iniziare un viaggio di cui non conosce la destinazione finale.
Questo scenario viene meno proprio quando Iena White inizia a cantare! Rappresenta il nostro Tyler Durden proprio perché esplicita dove andremo: è quella sicurezza che noi non riusciamo a concederci. Con questa canzone il cantante ci mette di fronte ad uno specchio e ci obbliga a guardarci dentro: spesso tendiamo ad evitare il confronto con l’altro o a mostrare solo una determinata parte di noi, perché ossessionati dall’idea di piacere; la canzone invece ci obbliga in modo irruento a scagliarci con tutto ciò che non abbiamo mai voluto accettare di noi stessi.

Solo dopo che si è compreso quanto la canzone non sia altro che la scoperta del singolo intendendola come il “conosci te stesso”, si può andare oltre e notare il capovolgimento radicale, esattamente come in Edipo Re di Sofocle, in cui Edipo appunto, risulta essere vittima e carnefice dell’intera narrazione. Allo stesso modo, Clemente lascia sì spazio al pubblico di entrare in questo immaginario, tanto che vi è una perfetta identificazione tra narratore ed ascoltatore ma, alla fine della canzone, ci rendiamo conto che non siamo noi ad essere rappresentati, piuttosto siamo sempre stati parte del suo essere artista: esattamente come Edward Norton e Tyler Durden in Fight Club.

Potrebbe sembrare priva di senso l’apertura del testo, ma quando Clemente ci dice:

“Vedi che strano quando si chiudono gli occhi e tu stanco

cerchi nel grano”

fa un’allusione squisita, magari non voluta, ad un quadro del maestro fiammingo Vincent Van Gogh, precisamente al Mezzogiorno – Riposo dal lavoro, che ritrae due braccianti appisolati su balle di fieno. Il pensiero che però ci viene posto davanti è ben oltre il semplice “realismo” descrittivo: con questa immagine riesce ad esprime l’alienazione totale dell’artista che isola se stesso in un sonno profondo,
alla ricerca del sogno che in senso mistificatorio, contraddicendo la natura stessa della fantasticheria, porta tranquillità e pace.

Il sogno è proprio la musica che figura la vetta della montagna del Purgatorio, è il paradiso terrestre del cantante: la musica rappresenta la salvezza, la forma mediante il quale l’uomo lascia la prova tangibile della sua esistenza! Tutto questo è detto dal cantante in un singolo verso in cui dice di aver sognato Pino Daniele vivo “con la musica dentro” : la musica dentro di lui sembra essere lo spirito che tutto anima e che permette al cantautore di rinsavire.

In questi anni dove la musica è puro egocentrismo, il rapper campano ci porta davanti una storia personale fatta di errori, di emozioni e ricordi (per fortuna ci sono ancora degli MCs nella scena). La prima strofa potrebbe essere tranquillamente intesa come un cortometraggio in due parti: il sogno e la realtà. Il verso che indica la rottura e il totale cambiamento è il verso:

“Una macchina in viaggio e non c’era nessuno
una donna col velo.”

Tutta questa immagine Iena White la conosce bene ed è piena di simbolismo. Se di prima impressione sembrerebbe un semplice story-telling, è chiaro già dal secondo ascolto che bisogna indagare maggiormente: nella cultura napoletana la macchina in viaggio (nel sogno) rappresenta l’intraprendere una vita nuova e regolata, la donna col velo la voglia di ottenere fama e di ottenere il riconoscimento per il lavoro fatto, il terzo elemento decifrabile, ma sicuramente non asseribile come vero, è quello che seguendo uno stile di vita totalmente diverso da quello del primo periodo ha perso molte persone che stavano insieme a lui.
La bellezza di questo verso è data proprio dall’estrema quotidianità dell’immagine che ci presenta e che “rappresenta” nei sottotoni del verso.

Esattamente come Nolan in Inception, Clementino riesce in questo modo ad inserirci nella condizione di essere desti pur rimanendo legati al sogno: il sogno si palesa come unica ed autentica realtà abbattendo i limiti fra reale ed onirico, l’autore si trova dunque nella condizione impossibile (il sogno) che si impone come possibile (realtà).

“Ho sognato di essere una grande rap-star
La mia vita di adesso.”