Droga e rap: analisi di un discusso binomio, in un periodo storico in cui il rap e il numero di tossicodipendenti continuano a crescere.

Vi sarà capitato senz’altro di imbattervi in articoli, servizi in televisione o semplicemente in conversazioni con persone lontane dal rap nelle quali in maniera molto semplicistica si parlava di droga e rap come due facce della stessa medaglia, accusando il genere di essere il colpevole principale dell’uso di droghe tra i più giovani. Successivamente ai tristi fatti di Corinaldo, ad esempio, i giornali – anche i più quotati -puntavano il dito contro Sfera Ebbasta, non solo ignorando il vero centro argomentativo della questione (che doveva ricadere sulla pericolosità della struttura e non su chi era lì a cantare) ma altresì incolpando il rapper di portare sulla cattiva strada le centinaia di migliaia di ascoltatori.

Pensare e scrivere una cosa del genere a mio avviso testimonia una scarsa onestà intellettuale o, peggio ancora, una sorta di furbizia autoriale atta ad attirare l’attenzione sul giornale o sito per il quale si scrive. In altre parole, dicendo che il rap avvicina i ragazzi alla droga, si sottintende che senza il successo di questo genere, quegli stessi ragazzi non ne avrebbero fatto uso: mi sembra un po’ esagerato.

Volendo venire incontro a chi condivide argomentazioni di questo tipo potremmo dire che un certo tipo di rap può essere una concausa, ma non la causa principale dell’avvicinamento al mondo delle sostanze stupefacenti da parte dei ragazzi. Il punto è che, esattamente come per altri numerosi argomenti, l’opinione pubblica italiana tende sempre a semplificare la realtà dei fatti, ma per nostra fortuna in questo caso non c’è tanto spazio all’immaginazione.

Infatti il mondo scientifico ci dice che:

“Alcuni individui hanno maggiore probabilità di diventare dipendente rispetto ad altre. Il fatto è che la tossicodipendenza è una malattia molto complessa, il che significa che il rischio generale di diventare dipendente -una volta iniziato ad usare una droga – si compone di un gran numero di possibili fattori di rischio sul piano sia biologico che ambientale. Questi comprendono i geni ereditati, le circostanze dello sviluppo prenatale, le esperienze della prima infanzia, lo stile di educazione familiare, la qualità della vita all?interno della scuola e del quartiere, il livello di stress a cui si è esposti ed ogni altra vulnerabilità come la coesistenza di altri disturbi mentali; tutto ciò per dirne alcuni.”

Non va tuttavia negato che negli ultimi anni nel nostro Paese l’uso di droghe da parte dei più giovani è cresciuto notevolmente, ma per i motivi succitati, sarebbe semplicistico etichettare come capro espiatorio un genere musicale. Ironia della sorte, il rap è uno dei pochi generi a parlare apertamente degli effetti negativi delle dipendenze, ma come è facile immaginare tali brani non hanno raccolto gli stessi numeri delle numerose tracce nelle quali si loda l’utilizzo di sostanze.

Cosa significa questo? Molto semplicemente che in quanto specchio della società, anche nel rap attira di più ciò che è proibito (e di conseguenza fa parlare di sé) rispetto a ciò che è lecito. Una dinamica studiata da tempo – avente a che fare soprattutto con la dopamina – spesso ignorata pur di puntare il dito contro l’artista del momento.

Fortunatamente nei mesi passati qualche giornale ha dato spazio a Clementino e al suo splendido disco nei mesi passati, album nel quale l’artista campano ha parlato apertamente dei problemi avuti con la droga e della sua esperienza in comunità, in un modo spontaneo e non ipocrita.

Purtroppo però parliamo di un’eccezione, laddove la regola è continuare a lapidare un genere forte come il rap anziché dare spazio a messaggi positivi che il genere offre sul tema.

“Fumo solo erba tutto il resto manda in miseria,
Sei fuori di testa se pensi che non sia un problema,
Tu quanto sei bella dimmi cosa fai stasera,
Con la droga non si scherza,
Ho basato su una storia vera”

(Quentin40 feat. Fabri Fibra – Se ne va)

Come magra consolazione potremmo dire che anche negli Stati Uniti la situazione è pressoché la stessa, salvo un maggiore spazio mediatico concesso a rapper impegnati a parlare di patologie mentali, come nel caso di Logic. La soluzione quindi qual è? La censura? Direi di no. Tale misura non ha mai funzionato nella storia (soprattutto sul lungo periodo) né in senso stretto relativamente alla repressione di forme artistiche e letterarie, né a livello di proibizionismo con le droghe.

Quindi come si può combattere questa piaga sociale? La risposta non la troverete di certo in un portale che parla di rap, quello di cui sono certo però è che cominciare a mettersi nei panni dei più giovani può essere un primo passo, cercando di comprendere anche la musica che questi ragazzi ascoltano (anziché accusarla), nella missione più grande di portare alla luce i disagi che, nella maggior parte dei casi (come praticamente tutta la psicologia e la psichiatria convengono nel dire) sono la scintilla che fa avvicinare alle dipendenze peggiori, molte delle quali hanno un solo finale, come purtroppo le tragiche storie di Mac Miller e Lil Peep ci hanno insegnato.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

 

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