Nel marasma della scena rap americana è davvero facile perdersi. Il numero di nuovi artisti sotto le luci della ribalta per qualche settimana e poi completamente spariti dai radar è incalcolabile.

Poi c’è Danny Brownvoce unica, punchline che viaggiano nell’assurdo e assolutamente fuori dagli schemi dal punto di vista estetico (anche se ha detto addio al suo famoso tooth gap). Una leggenda del rap game che il 4 ottobre 2019 ha deciso di regalare al mondo uknowwhatimsayin¿. Sarebbe stato un peccato rovinare una discografia pressoché immacolata – solo progetti vincenti da The Hybrid a Atrocity Exhibition – e quindi anche quest’ultimo album si è dimostrato una dichiarazione di superiorità non indifferente. La supervisione artistica di Q-Tip ha aiutato a restare nei canoni di un boom-bap psichedelico che non ci fa sentire il peso di essere nel 2019.

L’approccio all’ascolto di un artista come Danny Brown deve essere il più rilassato possibile: si deve essere pronti a punchline devastanti e estremamente concrete, accompagnate da un tono di voce “high pitched”, spesso causa di aspri dibattiti. Anche in uknowwhatimsayin¿ troviamo queste principali caratteristiche, ogni brano ha un suo certo filo conduttore interno e si rivolge a target diversi volta per volta. Malgrado i suoi 38 anni, Danny evita quasi del tutto discorsi catechizzanti e da persona matura, il ragazzo fuori dagli schemi che è sempre stato regna sovrano.

It’s quite simple, I’m mental, all over instrumentals Detrimental to health, lyrics is quintessential (Style) Fuck around and— ayy (Ayy), make the— make money (‘Ney)

I’ll whip your head, they gotta wrap it up like you was hit (I’ll whip your head, boy)

I Run The Jewels, ospiti d’eccellenza del singolo 3 Tearz, mantengono il livello di schiettezza verso standard incredibilmente alti. Killer Mike in particolare si dimostra ben conscio di poter ancora fare molto di più di, seppur interessanti, documentari su Netflix. Notevole anche Shine, in cui Blood Orange aggiunge quel tono di mistero e inquietudine che riporta in mente Atrocity Exhibition.

Siamo nel 2019 e dopo aver sentito quest’album possiamo accorgercene solo dando un occhio al calendario. Le produzioni e l’atmosfera generale di uknowwhatimsayin¿ sono qualcosa di fuori da ogni contesto temporale e che si muovono in direzione diversa rispetto ai precedenti lavori. Uno sguardo certo al passato e alla qualità dei campioni (Mobb Deep e Yoko Ono tra i tanti), ma in una chiave completamente folle e slegata dal presente. La direzione artistica di Q-Tip risulta una garanzia e le varie collaborazioni inserite di JPEGMAFIA e Paul White danno quel tocco di inaspettato che tiene l’ascoltatore attaccato alle cuffiette.

La grande capacità di tutto il progetto di amalgamarsi alla perfezione con la voce del rapper di Detroit è la forza più grande: poter sfruttare la voce di Danny come strumento è un grande valore aggiunto.

Anche lontano kilometri potrei tranquillamente riconoscere un prodotto marchiato Danny Brown. La forza di essere se stesso senza compromessi è sicuramente una delle carte vincenti che gli ha permesso di conquistare il successo, anche in tarda età (30 anni), e di guadagnare considerazione e rispetto anno per anno. Tutto il pacchetto Danny Brown è qualcosa di unico e che funziona benissimo a tutto tondo.

La forza un progetto del genere sta tutta nell’attitudine di chi ne partecipa. 11 tracce, 33 minuti, una decina di ospiti e un intrattenitore nato. Poteva essere un disco fallimentare, magari l’avremmo accettato senza tante remore: il buon vecchio Danny Brown ci ha provato, ma questa volta non ce l’ha fatta. E invece no, uknowwhatimsayin¿ è la conferma di una leggenda che potrà anche avere assunto le sembianze di una persona normale, ma che in infondo non lo sarà mai.