Rocco Hunt (foto di Riccardo Ambrosio)

Un’estate napoletana, di corse, istinto e ultimi minuti. Un disco che riscopre la musica che amiamo. E poi l’odio di Kassovitz, lo streaming, la passione, i primi posti in classifica.
Intervista all’artista dell’album più fuori moda del momento. Rocco Hunt.

Andarsene via senza dire una parola. Una domanda che è un atto dovuto. Mossa di marketing, crisi di panico oppure cosa?

Beh, diciamo, non una crisi di panico però un mio tentativo disperato di smuovere un po’ una situazione che mi attanagliava da anni. Nel senso, questo è un album a cui ho cominciato a lavorare tre anni e mezzo fa e per vari motivi veniva sempre rinviato, si decideva di posticiparlo, era diventato quasi un dogma. E quindi, appena sotto l’estate, in un periodo di mio forte stress, di cose anche non dipendenti dalla musica, dopo che mi è stato proposto di rinviarlo per l’ennesima volta, ho visto tutti i miei sacrifici buttati all’aria e, diciamo, un po’ con immaturità, senza pensarci due volte, ho preso di getto il cellulare e mi sono sfogato su Instagram. Senza pensare che la cosa sarebbe stata riportata come una dichiarazione, un comunicato. Anche perché io, sì ero nervoso, però mai avrei lasciato la musica o fatto una cosa del genere. Sarebbe stato assurdo a questa età, per quello che ho fatto, per quanto ci ho messo a raggiungere questo obiettivo, lasciare tutto.

È stata una reazione d’istinto. Infatti subito dopo, quarantotto ore dopo, ho cancellato tutto, sono stato chiamato dal mondo intero che cercava di rincuorarmi, di farmi tornare sui miei passi, anche la mia famiglia comunque non l’ha vissuta benissimo.

La cosa importante, comunque, è che la data d’uscita dell’album sia rimasta quella del 30 agosto, che se fosse stata rinviata l’ennesima volta avremmo perso un altro treno, l’ennesimo per questo disco.

Beh, hai forse dimostrato di essere capace di andare oltre a tutto quanto.

Sì, la gente è sempre stata abituata a vedermi come un ragazzo positivo, uno che invia messaggi positivi ma, giustamente anche io, come i ragazzi della mia età, posso avere un momento di pazzia. Sicuramente, in futuro, prima di fare una cosa del genere ci rifletterò più volte. Perché, appunto, mi si accusa di averlo fatto per marketing, di essere stato immaturo, però queste sono le esperienze che poi ti fanno crescere e maturare nella vita.

Libertà. Cosa vuol dire per te?

Beh la libertà viene anche da questo discorso che ti ho appena fatto. L’album si chiamava Libertà anche prima di tutto questo casino, infatti c’è chi allude a una strategia, invece è stata una pura casualità. Però, adesso che si è creata la situazione, la mia vera libertà è stata quella di averlo pubblicato, questo album, di aver fatto quello che volevo, anche artisticamente.

Che comunque l’album rappresenta l’identità con le tracce in dialetto napoletano, il mio ritorno al rap, alla scena urban. E quindi per me è un disco della libertà, perché finalmente mi tolgo la cravatta che avevo messo in quello precedente tornando a essere me stesso.

Rocco Hunt - Libertà
Rocco Hunt – Libertà (Cover Album)

In questa industria, come ci si pone per sentirsi liberi?

Essendo se stessi. Uno si sente libero quando realmente esprime quello che ha dentro.

Sei uscito e sei arrivato subito primo. Perché questo album piace?

Secondo me piace perché ha qualcosa che mancava un po’. Il rap ormai sta diventando monotematico, anche i suoi sottogeneri parlano solo ed esclusivamente delle donne viste in una certa maniera, dell’amore visto in una certa maniera, dei soldi, dell’ostentare visto in una certa maniera, mentre il mio album è totalmente diverso, totalmente fuori moda. E, forse, essendo fuori moda, colpisce. Anche perché questa classifica non è stata solo una cosa dei primi giorni. L’album oggi ha streammato uguale a settimana scorsa. Se l’attenzione è ancora viva, mi viene da pensare che non sia solo una questione di marketing o di attesa ma di qualità dei brani. Stanno girando, sono molto felice. E poi anche perché, comunque, avendoci lavorato per quattro anni, dentro ci sono delle collaborazioni e delle produzioni abbastanza importanti. Secondo me è un album che crescerà col tempo e verrà apprezzato sempre di più.

Parlando di collaborazioni: Achille Lauro, Ax, Neffa tra gli altri. Con questo lavoro hai radunato la crème della scena italiana.

Sì, racchiude varie generazioni, partendo da quella di Neffa fino ad arrivare a J-Ax, fino ad arrivare ai nostri contemporanei come Clementino, Achille Lauro, fino ad arrivare ai newcomers, ai nuovi che stanno arrivando, alla new wave napoletana e partenopea. Diciamo che non ci siamo fatti mancare nulla, in questo album.

La tua canzone preferita di Libertà

Va a periodi, per alcuni mesi è stata una e per alcuni mesi un’altra. Poi quando è arrivata Buonanotte Amò, che forse è stata l’ultima che ho scritto, mi è entrata nel cuore perché è quella più napulegna, ecco.

Nell’album c’è Benvenuti in Italy. In questa Italia che non sogna più, qual è la tua ricetta per tornare a sorridere?

Beh, sicuramente, può sembrare scontato, ma la musica. E poi sicuramente guardare la vita in chiave positiva, sentirsi… la libertà. Essere liberi può essere la ricetta per essere felici.

Cosa ti piace del fare musica?

Beh io non sono ipocrita nel dirti che comunque mi piace tanto sentire che la gente ama la tua musica, che quando vai a cantare c’è gente che conosce le tue canzoni, che quando vai a firmare i dischi ci sono centinaia di ragazzi che ti aspettano. O quando ti fermano per strada per dirti che hanno ascoltato l’album, quando ti chiedono le foto per strada. Io devo dirti che ci tengo tanto al parere della gente. Quando la gente apprezza la tua musica penso che quello sia il bello. È importante soprattutto stare a posto con se stessi e piacersi, però quando quello che fai piace anche alla gente, raggiungi il gol, l’obiettivo finale no? pensi “tutto il tempo che ho investito per questa cosa viene apprezzato dalle persone, è importante per qualcuno”. E quando ti senti amato, è molto più bello. Io sono molto sensibile, per cui assorbo tanto le sensazioni esterne. E quindi quando queste sensazioni sono belle e sono positive, sono amorevoli, io poi lo riverso nella musica e più ricevo più do il triplo. Quindi ti direi che la mia benzina, il mio motore, è la gente.

Il rap napoletano ha avuto grandi protagonisti. E il napoletano ha una musicalità innegabile. Come interpreti il fatto di rappare nella lingua di casa?

Per tanti, giustamente, è un limite. In effetti siamo in Italia e qui si parla italiano. Però secondo me, se c’è una seconda lingua in Italia, quello è il napoletano. Ha qualcosa in più degli altri dialetti. Senza togliere nulla perché ogni dialetto è bello e rappresenta la nostra terra. Però secondo me il napoletano ha una marcia in più, vuoi per Gomorra, vuoi per Liberato, per tutti i cantanti che sono usciti nell’ultimo momento. Io sono stato uno dei fautori della lingua napoletana nelle canzoni. Per esempio a Sanremo del 2014, ho vinto nella Sezione Giovani con un brano in napoletano; era forse la prima volta che succedeva in Rai o a Sanremo che un brano in napoletano riuscisse a fare il primo posto. Credo che, dopo essere stato premiato per questo, sia diventato un po’ un baluardo di questa lingua e, di conseguenza, sento un obbligo morale nel fare.

Come autore, per altri, ho scritto delle canzoni, anche di notevole successo, in italiano; so quindi di riuscire a fare entrambe le cose. Però quando si tratta di esprimersi a livello autobiografico, non saprei scegliere altro che il napoletano. È la lingua con cui amo, la lingua che scrivo, con cui vivo e penso. Lo faccio in napoletano e poi lo riverso nella musica.

Per scrivere, leggi? Ti informi?

Sì, leggo comunque molto attualità, cronaca, cose così. E poi anche comunque la giusta dose di fantasy, horror, etc, che mi stimolano tanto l’immaginazione. Però devo dire che la mia ispirazione più grande sono sicuramente i settimanali di attualità e di cronaca.

Il tuo film preferito.

In questo momento è difficile, sicuramente se c’è un classico che mi ha ispirato anche in quello che faccio è stato L’Odio di Kassovitz. Di conseguenza quello è un film che porto sempre con me perché è stato il primo di cui campionavamo gli audio per metterli nelle intro delle tracce, il primo film che parlava di hip hop, della discriminazione razziale. E quindi di conseguenza quella cosa là è come se ce la fossimo cucita un po’ addosso. Siamo cresciuti sentendoci un po’ come i ragazzi, come i protagonisti di quel film.

Parlando di preferiti, con l’avvento delle serie, è davvero difficile dirti qual è la mia serie, il mio film preferito, ne escono davvero tanti ogni giorno. Però l’Odio è sicuramente quello che mi viene in mente per primo.

Cosa ne pensi dei podcast?

Se c’è qualità, se c’è arte, tutti i canali vanno bene. Con lo streaming c’è tutto un nuovo modo di interpretare la comunicazione, ma se c’è arte, c’è contenuto, se si fanno stare bene le persone, penso che non può che essere una cosa positiva.

Parlando di streaming, in questo momento anche la fruizione della musica è cambiata. Il tuo album è stato concepito tenendo in considerazione l’idea che di tutte le tracce un ascoltatore può decidere di ascoltarne solo un paio?

Diciamo che, da quando è uscito, del mio album stanno venendo fuori due o tre tracce a dispetto delle altre. È chiaro che poi è il pubblico a scegliere. Ci sono delle canzoni che piacciono per moda, solo perché piacciono ad altri… è chiaro che non sono geloso. Mi dispiace solo che ci siano dei pezzi che non riescono ad arrivare. Sto pensando ad alcune canzoni in dialetto che, vedevo dai dati, hanno ricevuto magari meno clamore rispetto a quella con Ax per dirti. A me mi spiace perché, giustamente, ogni canzone è come se fosse un figlio. Io faccio l’album già sapendo che magari c’è qualche chicca che può arrivare a più persone, ma come sempre, oltre alla punta dell’iceberg, c’è tutto un mondo dietro che va scoperto. Penso che i singoli servano ad attirare l’attenzione sul resto dell’album, magari, mi viene da pensare, un 30% di ascoltatori del singolo, per curiosità poi lo sente tutto.

Se dovessi incontrare un ragazzino che cammina per le strade nel tuo quartiere con la testa piena di domande, con sogni da realizzare e tutta la fatica di trovare un suo posto nel mondo, che canzone del tuo album gli faresti ascoltare?

Beh, dipende dallo stato d’animo del ragazzo. Se fosse incazzato gli farei ascoltare Nun è giusto, una canzone in cui parlo di tutte le ingiustizie che succedono nel mio quartiere e nella nostra società. È una canzone per la quale molti ragazzi mi stanno dicendo (è una canzone di nicchia ovviamente, per chi è napoletano) che rappresenta la nostra generazione. È un pezzo in cui dico tante verità, quindi sicuramente quello.

Quali sono i tuoi progetti per l’autunno.

Per me sarà una fase di stallo. Stiamo lavorando al tour che partirà d’inverno e proseguirà fino alla primavera dell’anno prossimo. L’autunno sarà di preparazione mentale, fisica, sicuramente una bella dieta, un po’ di palestra, una vita regolare che questa estate tra tour, firma copie e album, ho perso tanta energia e la devo un attimo recuperare.

Quindi per vederti live dobbiamo aspettare l’inverno.

Sì, perché comunque voglio preparare tutto bene. Io ho fatto il tour estivo che è finito adesso. Praticamente il 29 agosto ho fatto l’ultima data, il 30 agosto è uscito l’album. Ti lascio immaginare, non mi sono proprio fermato. Mio figlio quest’estate l’ho visto, tra agosto e settembre, cinque o sei volte. Quindi voglio riprendere un attimo le redini familiari e poi, con calma, gennaio e febbraio dell’anno prossimo, partire col tour. Non è solo dettato da motivi personali, è proprio perché, secondo me, la gente deve avere il tempo materiale per poter imparare le canzoni e io voglio preparare un club tour che spacchi.

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