Inutile girarci intorno.

Se trovare qualcosa di vagamente significativo da dire sulla scena rap italiana può risultare a volte complesso, ad Agosto diventa un’impresa quasi insormontabile. Di quelle che fanno sembrare il tuffo di Felix Baumgartner dalla stratosfera un semplice tuffo dal trampolino della piscina comunale. 

La musica scarseggia in generale e la musica buona latita a livelli tali che oggi, per i boss di Cosa Nostra, non si dirà più “è latitante” ma, bensì, “fa buona musica rap”. 

È ormai passato più di un mese dalla pubblicazione del Machete Mixtape. 

Seppure il disco mi abbia lasciato parzialmente soddisfatto, sensazione cara alle fidanzate dei rapper italiani, è da quel 5 Luglio che non trovo un motivo valido per schiacciare play su Spotify. 

Per fortuna, come sempre, è arrivato il salvatore indiscusso di 3/4 di tutta la produzione giornalistica italiana: il gossip. 

Solo lui poteva salvarci da questa impasse. Grazie a Dio due artisti italiani hanno scelto di battibeccare sui social come due estetiste di Rozzano. 

Come avrete sicuramente notato, Salmo e Luché hanno deciso di ricordare a tutti perché la scena musicale italiana sia, in termine di machismo, un passo indietro rispetto ad uno spogliatoio di danza classica femminile under 13. 

Per carità, lungi da me risvegliare il mito del maschio alpha e del “celodurismo”, ma la situazione “dissing” in Italia sta leggermente scappando di mano. 

Nel rap ci si è sempre presi il culo e, ancora di più, si è sempre rivendicato il fatto che tu fossi bravo mentre un altro rapper fosse una schiappa. È competizione. E’ come la boxe. È parte del pacchetto. 

Cosa è diventato imbarazzante quindi? Semplice, il modo di farlo. 

Una volta due rapper che si stavano sul cazzo si azzannavano a suon di rime. Se le rime non bastavano o si sparavano o si prendevano a schiaffi. Oggi? Si fanno i commentini su Instagram e delle storie monologo in cui fanno finta di fare i disinvolti, quando è palese che si sono allenati per 45 minuti davanti allo specchio del bagno. 

Uno triste spettacolo in cui si fa davvero fatica a trovare un vincitore.

È cominciato tutto diversi giorni fa quando Salmo, ormai palesemente malato del morbo di Fedez, si è lasciato ad andare alla solita discutibilissima proprietà commutativa secondo cui se vendi più degli altri, vuol dire che hai fatto una cosa più figa degli altri.

Una stronzata col botto che Il Salmo di qualche anno fa non credo avrebbe mai sottoscritto.

Non lo ricordo ai tempi di “Midnitefare i complimenti a Fedez per i dischi di platino, non lo ricordo dire che “Sig. Brainwash” era il disco più bello dell’anno perché aveva venduto più del suo. Tanto per dirne una. 

Anzi, ricordo tanti discorsi sul fare musica “bene”, fanculo i numeri i numeri e tutta quella menata antagonista da perfetto Robin Hood della discografia. 

Ovvio, quando sei al numero uno la voglia di dire a tutti “sucatemela” ci può anche stare, come ci può stare che qualcuno ti dica “cazzo dici”. 

Ecco, quel qualcuno si chiama Luché.

“Ah, quindi prendi le sue parti?”, No. 

In quanto a rosicare, Luché si è dimostrato più dominante di Mike Tyson negli anni ’90. Per carità, Salmo non è Gesù e qualche sua uscita in tempi recenti mi ha fatto alzare più di un sopracciglio, ma al “i tuoi beat sono un po’ bruttini” sono scoppiato a ridere. Mi ha ricordato il fenomeno del liceo che dopo un sonoro due di picche se ne usciva con “sì, ma tanto ha le caviglie grosse”. 

Punto primo: Quale persona over 11 anni userebbe la parola “bruttino”? 

Punto secondo: a Salmo gli puoi dire tante cose, ma che non sappia fare musica proprio no. È come dire a Tarantino che non sa fare i film. Magari non ti piacciono, ma li sa fare. 

La risposta di Salmo non si è quindi fatta attendere. Una serie infinita e insopportabile di storie Instagram con quel fare da finto disinvolto quando invece è chiaro che si è allenato più di CR7 a battere le punizioni. Due palle. 

Un pippone senza confini per arrivare alla solita conclusione, il mantra con cui Salmo risolve quasi tutte le valutazioni sul rap: tu non puoi parlare perché live fai cagare. 

Anche meno. 

Sia messo per iscritto: Salmo è il miglior performer italiano. Lo so io, lo sa lui, e lo sanno tutti quelli che lo hanno visto dal vivo. 

Per quello tende a spingere ogni querelle con qualsivoglia artista in quella direzione, sa benissimo che quello è un terreno su cui non conosce rivali. 

Basta questo a tappare la bocca a chiunque si permetta di criticarlo? No, perché se è pur vero che la performance dice molto sulla qualità di un artista, non è sicuramente l’unico elemento di valutazione. 

Lo scorso ottobre ho visto 50 cent dal vivo. Abbastanza imbarazzante. Secondo il teorema di Salmo potremmo quindi dire al buon Curtis che lui di rap non può parlare perché live ormai fa schifo. Ridicolo vero? 

Anche perché dall’altra parte c’è Luche, mica Trucebaldazzi. È stato abbastanza patetico vedere Salmo fare finta di non “ascoltare molto” l’artista partenopeo (quasi quanto sentire Luche dire la stessa cosa di Salmo).

L’ex membro dei Co-Sang è un patrimonio di tutta la musica urban italiana, e se davvero non hai ascoltato uno tra L1, L2 o Malammore, vuol semplicemente dire che di musica non capisci un cazzo. 

Quindi ricapitolando: tra Salmo e Luche, chi ha vinto?

Semplice, LA SFIGA. 

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