In occasione del live sul palco di Festa di Radio Onda d’Urto di Brescia abbiamo avuto il piacere e l’onore di realizzare un’intervista a Danno e Masito dei Colle Der Fomento.

Si sa, in un modo o nell’altro ognuno di noi è costretto a dover combattere contro avversità che la vita di ogni giorno ti sbatte gentilmente in faccia. Dal lavoro alla vita privata ci sono diversi pretesti perché esse si verificano, spetta a noi decidere come affrontarle, se stare passivi e subire o invece reagire e sconfiggerle, o quantomeno aver provato il possibile per farlo.

Danno e Masito, entrambi nati a metà degli anni Settanta, di avversità ne hanno dovute affrontare parecchie, anche all’interno del loro habitat (più che) naturale, quel rap game al cui interno sembravano non far più ritorno assieme al fedele Dj Baro sotto il nome Colle Der Fomento. Lo scorso autunno, invece, come un fulmine a ciel sereno è stato annunciato Adversus, il loro attesissimo quarto album ufficiale pubblicato solo poche settimane dopo, il 16 novembre 2018.

Adversus, appunto. E lo si capisce subito come i CDF hanno deciso di affrontare ciò che è avverso, ossia combattendo, proprio come facevano quei guerrieri giapponesi mascherati fino al XIX secolo e a cui si sono ispirati per la copertina del disco (oltre che per la traccia Mempo, termine che dà nome a tale maschera). Il loro campo di battaglia è il palco e da più di vent’anni ne escono vittoriosi, grazie ad una dedizione verso questa cultura da cui bisognerebbe soltanto imparare e che sono riusciti a portare avanti alla grande nonostante ben undici anni di attesa.

Mercoledì 7 agosto i Colle Der Fomento sono tornati sul palco di Festa di Radio Onda D’urto e noi abbiamo avuto il piacere – e l’onore – di realizzare un’intervista proprio con la voce di questi guerrieri, Danno e Masito dei Colle Der Fomento.

Siamo qui a Brescia e state per aprire la ventottesima edizione di Festa Radio. Dopo più di vent’anni di carriera e di palchi calcati, quali sensazioni ed emozioni avete prima di un live?
Masito: «In passato eravamo più spensierati, non pensavo a come sarebbe andato, se ci sarebbe stata gente… ce ne fregavamo abbastanza, c’era una natura più selvaggia. Adesso c’è l’entusiasmo come prima perché ci diverte stare sul palco, però qualche pensiero in più su come andrà la serata c’è. Non perché vanno male ma semplicemente perché abbiamo una maggiore consapevolezza e quindi teniamo in considerazione tutti gli aspetti di un live. L’energia però è rimasta la stessa: abbiamo sempre voglia di divertirci tanto, a differenza di tanti altri gruppi che non amano più molto fare i live e c’è pure infatti chi suona con le voci interamente sopra. Secondo me il live è uno degli aspetti più divertenti del rap: vai dal vivo con le tue skills e c’è un rapporto diretto con il pubblico. Noi ci siamo fatti proprio la gavetta sopra il palco, concerto dopo concerto, e se anche all’inizio a volte suonavamo davanti a venti persone, per forza di cosa ogni volta abbiamo imparato e migliorato quello che tutt’ora facciamo.»

Hai già toccato un tema che avrei affrontato più avanti ma va bene lo stesso, partiamo col botto. Secondo voi, perché siamo arrivati a questo punto? Cosa ha portato tanti vostri colleghi a salire sul palco per fare esibirsi in playback? 
Danno: «Secondo me una nuova generazione sia di artisti che di pubblico. A questa generazione non interessa che un artista sia bravo a fare quello che fa, sembra più un pubblico che preferisce vedere il suo idolo piuttosto che ascoltarlo. È un po’ l’effetto che ci facevano a noi ai tempi i tronisti che andavamo in discoteca. Ci domandavano: che ci vanno a fare questi in discoteca? Sanno ballare? Sanno cantare? Sanno fare qualcosa? No. Sei semplicemente un personaggio noto, un “idolo”. Ecco, la gente oggi vuole vedere l’idolo, fotografare l’idolo e farsi la foto con l’idolo. Noi veniamo da un periodo in cui il rap non era di successo, quindi se ti ci avvicinavi era perché ti piaceva quella musica e cercavi qualcuno che la facesse bene. La prima cosa era dimostrare di essere bravo a fare ciò che stavi facendo, solo dopo venivano i conteggi, i numeri, il successo, le vendite. Oggi il pubblico non cerca un artista bravo, bensì l’idolo dei media.

Sicuramente noi facciamo rap per chi vuole sentire rap, questa categoria di artisti fa qualcos’altro, è una forma di intrattenimento diversa che ha meno a che fare con la musica e più con l’apparire. Noi perseveriamo e portiamo la sostanza: possiamo anche avere cinquemila persone sotto il palco ma se non siamo soddisfatti di come è andata, torniamo in camera d’hotel delusi di noi stessi. A volte ci è capitato di suonare davanti cinquanta/cento persone ma siamo andati a dormire soddisfatti perché abbiamo suonato bene. Questi di oggi, invece, si danno altre priorità…»

Sì sono quindi adeguati al pubblico?
D
: «O il pubblico si è adeguato a questa offerta. Io dico sempre che c’è gente per cui la musica è semplicemente quella cosa da mettere quando sei in macchina, per noi è qualcosa per cui uscire di casa, fare chilometri, andare a cercare quel disco che trovavi solo lì. Siamo appassionati di questa roba, altri sono appassionati della notorietà…»

M: «Non voglio usare la parola moda però devo dire che è anche quello, a volte si seguono delle cose solo perché vanno seguite. Ai tempi nostri era figo se c’erano artisti che ascoltavi solo te, oggi invece ci si omologa molto di più, non ci sono gusti personali. Se c’era un buco, perché l’impianto saltava, negli anni Novanta la gente urlava e faceva un casino, oggi invece capita che se accade ciò la gente sta spesso immobile, proprio perché c’è una mentalità diversa.»

A proposito di diversità: a settembre sarete a Londra, dove se non erro avete già suonato nel 2016. Come avete trovato il pubblico all’estero? E, seconda domanda, avete notato differenze evidenti tra i live all’estero e quelli italiani?
M
: «Noi abbiamo fatto parecchie date all’estero, quella a Londra però è stata molto particolare nel senso che il posto era pieno e c’era un’energia indescrivibile. Per me è stata indubbiamente una delle serate più indimenticabili di vent’anni e passa di live nostri, proprio a livello di carica ed entusiasmo. Gioca pure molto il fatto che uno all’estero c’ha la nostargia del proprio Paese e sentire un live nella propria lingua gli dà un gusto maggiore rispetto ad un concerto che qua può beccare tutti i giorni.

D: «Anche Barcellona, Amsterdam, Berlino… sempre bellissime esperienze! Noi le abbiamo abbracciate sempre con un po’ di timore e invece ogni volta è stato come se il live fosse in Italia.»

M: «Per quanto riguarda la seconda domanda ti posso dire che in media sono organizzati meglio. Alle 21 c’è il locale pieno, la gente sa che per massimo le 22 inizia il concerto e si organizza per venire direttamente dopo il lavoro, alle 23 il concerto è finito e questo fatto, per noi che siamo più grandi d’età, è una bella cosa perché suoni prima, c’hai più energie, finito il live non sono le 4 di notte che non c’è più niente in giro ma c’è ancora una città che vive. È più sano e sarebbe bello che pure in Italia – tranne i palazzetti e i posti grossi – si suonasse un po’ prima perché un live non è una discoteca.»

E all’estero avete ricevuto feedback anche da gente non italiana?
D: «Sì, qualcuno di appassionato c’è, pochi ma ci sono stati. Per esempio qualche anno fa abbiamo fatto un live in Austria con Akhenaton e tanti gruppi europei: era palese che noi fossimo il gruppo meno conosciuto, eravamo anche gli unici italiani in mezzo a gruppi provenienti dal Belgio, dall’Olanda, dalla Tunisia e non solo. Il pubblico era solo austriaco e lo vedevi che non capiva quello che dicevamo, però non se ne è andato nessuno, sono rimasti tutti e ci hanno applaudito a fine di ogni pezzo. Qualcuno poi alla fine è venuto da noi e ci ha detto “bel flow”, “bel sound” e ci fa veramente piacere.»

Beh avere un buon feedback da chi non capisce la tua lingua ma apprezza comunque suono e flow credo sia un aspetto più che positivo…
M: «Sì sì, l’unica cosa che limita è proprio la lingua. Infatti tanti altri gruppi rappavano in inglese, gli unici in italiano eravamo noi e abbiamo sentito molto questo limite: la gente voleva capirci ma non poteva…»

Passiamo ora ad Adversus: nel novembre dell’anno scorso siete tornati con un album fin da subito colmo di riferimenti alla guerra, dal titolo alla copertina, passando per brani come Storia di una lunga guerra e Mempo. A distanza di quasi un anno, come sta andando questa vostra personale guerra all’interno del rap italiano?
D: «La stiamo continuando a combattere, è un continuo combattimento, non molliamo!»

M: «Dai ora siamo un po’ più tranquilli, più rilassati dopo che è passata sta tensione del disco che doveva uscire e ritardava. Continua però la guerra nostra quotidiana, nella vita di tutti i giorni, ma siamo pure contenti che quello che abbiamo fatto è arrivato e in ogni città dove andiamo incontriamo amici nostri e un sacco di gente presa bene. Siamo molto soddisfatti.»

Come siete riusciti a gestire questa attesa attorno al vostro nuovo album ufficiale?
D: «L’abbiamo subita (ride, ndr). È stato difficile gestire un’attesa del genere, siamo stati con i nervi tesisssimi fino a che non abbiamo cominciato ad andare in giro con il tour.»

M: «Sono stati tutti degli step, già l’annuncio è stato un sollievo. Non appena uscito i feedback sono stati positivi, anche da amici nostri addetti ai lavori e così, piano piano, ci siamo tranquillizzati anche se non riesci mai a farlo al completo: tutto attorno a noi è cambiato e non è facile essere noi (ride, ndr).»

Come è avvenuta la realizzazione di Adversus? Sono solo brani recenti o è stato un processo lungo anni?
D: «No, è stato un misto. Alcuni pezzi erano in lavorazione ma li abbiamo cambiati in corsa quando è entrato Craim come produttore e direttore artistico della parte musicale. Abbiamo deciso di rifare pezzi di cui avevamo magari solo idee o parte di testo e poi da Sergio Leone in poi è stato un aumentare sempre di più la velocità e a un certo punto ci siamo resi conto che avevamo in mano il disco che volevamo fare, come lo segnavamo noi.»

Noi abbiamo apprezzato un sacco il vostro ritorno, sentire un album rap ricco di barre e concetti nel 2019 non è più così scontato. Secondo voi, dopo tutta questa ondata della trap e dell’indie rap, è veramente possibile un ritorno alle barre, all’hip-hop vero?
M: «Sì sta roba che va ora è legata al rap ma è tutto un altro genere: l’indie è musica pop e la trap, seppur sia una branca del rap nata però dopo, ha molte differenze con quello che facciamo. Noi però vediamo che il rap underground in America ce ne è un sacco, così come nel resto del mondo, e continua ad esserci. Ok, non siamo primi nelle tendenze ma meglio così: sono strade separate e il rap c’ha ancora un sacco di strada da fare. Non è che una cosa scaccia l’altra, nella realtà tutto procede in parallelo…»

D: «È un po’ come quando è arrivato il punk, non è che subito dopo il rock, quello classico, è scomparso. Sembrava che il punk dovesse distruggere tutto con la sua energia ed è stata una grandissima rivoluzione, però dopo vai a vedere e i Rolling Stones suonano sempre, i Deep Purple pure: non ha scalfito quella roba lì. Questo discorso vale anche per il jazz: ci sono tante derive sotto di lui, dal free jazz al cool jazz, però lui va avanti perché dopo un po’ qualcosa diventa lo standard di quel genere musicale.

Il rap come lo abbiamo conosciuto noi è lo standard della musica rap: un beat e uno che ci fa le rime sopra. Da qui possono partire mille varianti, però non puoi annullare il cuore di un genere, la base è quella, tant’è che ci sono dei nuovi artisti che magari sul disco si presentano in maniera più moderna, però quando li invitano in quelle radio dove fanno freestyle e gli mettono un beat vecchio alcuni di questi sanno fare del rap: sono quelli veramente bravi che hanno capito che si parte da lì e poi puoi arrivare dove ti pare, tenendo bene a mente che quella è la base. È la differenza con chi questa cosa non l’ha capita e se gli cambi il beat non sa più che fare mentre per noi era quasi un gioco: dopo aver scritto una strofa, la mettevamo su una strumentale a 100 BPM prima e a 70 dopo; siamo cresciuti provando una strofa su cento beat diversi, imparando una versatilità e a sapercela cavare sempre, anche quando va giù l’impianto, come ha detto prima Masito.»

M: «La trap, per come si intende oggi, è appena nata e magari avrà un exploit enorme: potrebbe dimostrare un sacco però ad oggi non l’ha fatto secondo me. Al momento ha fatto molto successo a livello mediatico, però, poi di fatto non è che c’è un gruppo che ha un palco con strumenti, coriste e ti fa un live di due ore: quando succederà questo sarà sicuramente uno step che porterà ad altro ma al momento non è successo. Il rap ha quarant’anni e di strada comunque se n’è fatta, non starei a fare una gara tra le due cose…»

Chiaro, però c’è sempre più attenzione dei media e delle major verso questi “sottogeneri del rap”. Tra l’altro ora sta prendendo piede il pseudo reggaeton rap…
M: «Non c’è mai fine al male…»

D: «Quello è proprio la rovina della musica mondiale…»

M: «Se tu all’età nostra facevi rap, era una scelta precisa che avevi fatto e che facevano in pochi. Agli altri non interessava o semplicemente non sapevano neanche cosa fosse: oggi invece la musica trap e un certo tipo di musica rap ha portato un pubblico molto più generico e che ascolta tutto dalla trap a Calcutta, passando per Jovanotti, Gigi D’Alessio…»

D: «La roba reggaeton è proprio schiacciasassi, nel senso che è musica da acqua gym, da ballo di gruppo in spiaggia, capito? La spiaggia non è un posto dove si dovrebbe ballare, è scomodo, lì bisognerebbe rilassarsi e invece vogliono far festa con questo suono. Sul reggaeton non ho proprio pietà, mentre la trap capisco che nasce dal south del rap e che ha fatto un suo percorso legato a una certa area geografica diversa da New York: questi vengono da città più terra terra e anche la loro musica lo è, perché non hanno avuto un percorso musicale come quello che ha avuto una città comunque fighetta come NYC. Il reggaeton è invece quel genere che non vorrei ascoltare mai, però magari un giorno arriva un sudamericano, me lo spiega e io allora mi tolgo il cappello davanti a lui.»

M: «Comunque sta roba nuova che arriva non riguarda solo la musica, ma anche la società stessa che è cambiata rispetto un tempo. Vent’anni fa con una foto non ci facevi nulla, oggi invece è quasi tutto, durante le serate ci sono dei veri e proprio cacciatori di foto: sembra che ora conti solo l’immagine…»

D: «No, c’è un problema con la società di oggi che poi si riflette nel percorso che fa la musica. Ora i bambini con in mano gli smartphone generano tendenze di mercato e quindi il mercato è costretto a seguire i loro gusti che, tra l’altro, li cambiano ogni anno. Il bambino è un ascoltatore frivolo: quello che io mi ascoltavo a undici/dodici anni m’ha fatto schifo quando ne avevo sedici e a diciotto ho rinnegato pure quello che ascoltavo due anni prima. Oggi però i bambini fanno fare i numeri a determinati cantanti e perciò l’industria musicale dice “attenzione, questo sta andando forte!“. Si ma tra chi? Tra i bambini che non si comprano neanche da soli i dischi. Come ha detto qualcuno, c’è una grossa differenza tra l’avere un fan di quindici anni e un fan di trenta: il primo per comprare il disco chiede i soldi ai genitori e non ne percepisce il vero valore e magari il giorno dopo non ti ascolta neanche più perché cambia genere preferito; il secondo invece, lavora, magari c’ha un figlio, e se si leva 20€ per un vinile o viene ad un live lo fa perché gli piace ciò che fai, perché ti apprezza. Avere fan di una certa età vuol dire che, se non fai c*zzate, rimarrà sempre con te, i fan bambini invece sono imprevedibili, non puoi sapere quale moda del momento seguiranno…»

M: «Anche perché la trap è la prima musica che ascoltano…»

D: «Occhio a puntare tutto su un pubblico giovane perché magari oggi ti vede come l’idolo ma a diciott’anni potrebbe sputare sul fatto che ascoltava uno come te. Loro però stanno settando le tendenze del mercato, mentre prima non aveva proprio voce in capitolo. Noi abbiamo sempre pensato che se c’hai un pubblico di soli bambini c’è qualcosa che non va: perché tu di trent’anni ti trovi con un pubblico di undici, dodici?»

M: «Secondo me la cosa che è maggiormente cambiata è che da un po’ di anni a questa parte chi fa musica, che sia rap o trap, fa dei brani a seconda del pubblico: guardano i numeri ed è una cosa che noi non abbiamo mai fatto. Chiaro, a tutti piace il posto grande con tanta gente, è divertente, però se ci arrivi step by step è una cosa ed è più solido quello che hai imparato, mentre se tutto succede velocemente, altrettanto velocemente potrebbe passare.»

E in questa società di cui stiamo parlando, troverà più spazio il freestyle? 
D: «Il freestyle è quasi diventato un’altra scena, anche in America dove ci fanno dei campionati con i soldi in palio e strutturati quasi per league differenti. È un mondo a sé, sicuramente legato alla nostra musica, però è differente e ne abbiamo poi la prova con il fatto che tanta gente che sa fare freestyle non è altrettanto brava a fare un disco e viceversa.»

M: «E poi cosa curiosa è che in Italia durante le gare di freestyle c’è sempre il rap come basi nonostante in questi tempi potrebbero usare strumentali trap e sarei curioso di vedere come fanno con quelle scansioni e pause a fare una gara e sfidarsi, sarebbe divertente.»

C’è qualche freestyler italiano che ritenete veramente forte?
M: «Morbo.»

D: «Sì, tutto quel giro delle Marche e dell’Abruzzo dove ci sono un sacco di bei freestyler. Poi c’è Blnkay che è bravissimo. Però devi sapere che io ho fatto il giudice al Fight Night, che era l’ultima sfida del Fight Club, e ho notato tanta bravura ma anche dei limiti all’interno delle gare di freestyle: si sono tutti un po’ settati verso uno standard che li rende uguali. Aprono con una rima in A, poi fanno due rime a caso e chiudono la quarta in A con la battutona finale con la pausa per far fare l’applauso.»

M: «La punchline una volta era una roba tecnica, in cui avevi incastrato quattro/sei parole con un significato e cadeva a carambola, faceva strike. Oggi è una battuta, una freddura, spesso brutta…»

D: «Che poi non è difficile se tu ci pensi: fai la prima in A, poi fai le altre due a caso e c’hai tutto il tempo di trovarti una bella rima con la A. Prima il freestyle era più bello, nonostante fosse fatto peggio. Io mi ricordo quelli di Deda e Neffa, quando non c’erano le sfide il freestyle era un viaggione, era l’equivalente del free jazz dove un sassofonista libero suonava.»

M: «Neffa che faceva freestyle era qualcosa di unico, mi dispiace per chi non l’ha visto. Poteva andare avanti venti minuti e ti descriveva tutto quello che vedeva intorno e quello che aveva fatto quel giorno, senza gare e senza niente, era solo un uomo che parlava a tempo e ti faceva quasi dubitare sul fatto che l’avesse scritta talmente era bravo.»

D: «Ora c’è un’estrema bravura nel fare sempre fare quel trick della battuta finale e, infatti, in quella serata che ti ho detto prima abbiamo fatto vincere Debbit che è un tipo molto particolare, eclettico:  ci è sembrato quello più originale, abbiamo voluto privilegiare lui proprio perché non usava questa forma della battuta ma puntava piuttosto su una teatralità maggiore e una forma di intrattenimento diversa. Almeno lui e un altro paio erano diversi, tutti gli altri bravissimi però nel fare quella stessa identica cosa. Mi piacerebbe davvero una serata di freestyle libero dove chiamiamo dieci freestyle e a giro ci si alterna cambiando beat, per vedere come se la cavano senza dover dimostrare di far vedere di essere il più bravo. Secondo me alcuni di loro, lasciati in libertà, farebbero dei freestyle incredibili!»

Passiamo alla vostra Roma: come vedete la scena capitolina? 
M: «Ci sta un rap underground che c’è sempre stato ed è forte, sul resto non parlo, è lontano da noi anche perché poi la scena di Roma è molto varia. Ti potrei citare per esempio La Batteria o Il Muro Del Canto e parlare di altre cose piuttosto che delle novità rap e trap che sono uscite in questi anni e di cui, sinceramente, non sono proprio fierissimo.»

D: «Noi abbiamo una nostra scena e lo vedi chi ci fa parte, come Suarez, Lucci, Chef Ragoo. A Roma però ce ne sono diverse…»

M: «C’è per esempio la Do Your Thang ed è una realtà molto rara: fanno nella maniera giusta tanti stili e, in un periodo in cui sono tutti singoli, loro ti arrivano in dieci sopra il palco con un livello molto alto. Se questa è la partenza, sono curioso di vedere cosa fanno nei prossimi anni perché anche se non fanno robe da classifica loro tecnicamente sono i più bravi.»

Ora vi lascio andare a prepararvi per il live, però prima una domanda è d’obbligo: avremo prossimamente tra le mani nuovo materiale targato Colle Der Fomento?
D: «Chiaro che ci sarà un altro album dopo Adversus, ‘a voja. Abbiamo anche idee su tour un po’ diversi che però ora non possiamo svelare. Teneteci nei vostri radar (ride, ndr).»

Colle Der Fomento

Avrei voluto parlare ancora un po’ con Danno e Masito, le domande e gli spunti nati dalla chiacchierata erano molti, il tempo a nostra disposizione invece no, causa live imminente a cui avrebbero preso parte anche gli amici Kaos One, Dj Craim e Alien Dee. Così li ho lasciati andare in hotel a prepararsi per salire sul palco di Festa di Radio Onda d’Urto dove, oltretutto, un paio d’ore dopo hanno dovuto combattere contro un’altra avversità: la pioggia torrenziale. Esito dello scontro? Good Old Boys 1, pioggia 0. Pubblico da applausi.

L’hip-hop vive anche grazie ad artisti, serate ed esperienze come queste. Grazie a tutti!

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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