Black culture tra BET Awards, libri e serie tv.

Lo scorso 23 giugno, a Los Angeles, sono andati in scena i BET Awards del 2019. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, si tratta di un evento organizzato dalla Black Entertainment Television durante il quale vengono premiati i migliori artisti della comunità afroamericana. Funzionano esattamente come i Grammy: vengono scelti i vincitori per ogni categoria – Album of the Year, Artist of the Year ecc -, si mette in piedi una serata ricca di esibizioni e si conferiscono i premi. Degli awards come tanti altri insomma? Non proprio. Alla base del tutto c’è un senso di appartenenza e di unità sociale forte, ribadito con premi non legati direttamente alla produzione artistica, ma assegnati per l’impegno civile e umanitario. È uno dei modi che ha la comunità nera per affermare la propria energia e vitalità, guardando allo showbiz per creare modelli positivi e un intrattenimento non plasmato su un’audience bianca.

Ma torniamo alla serata. C’è stata un’esibizione in particolare a colpire più di altre, un brano soprattutto: Lord is coming. L’ha fatto perché ha dimostrato come nonostante i riflettori puntati, il legame con un retroterra culturale più profondo rimane, perché le radici sono abbastanza spesse da riuscire a trarre il loro nutrimento dalla terra più nera. Più black. Sul palco c’è H.E.R., una delle voci migliori dell’r’n’b globale, in lizza quella sera per un premio che poi verrà vinto da sua maestà Beyoncé. Eppure all’inizio non canta. Si presenta con un copricapo, una giacca di pelle e degli occhiali da sole che a primo impatto non possono non ricordare l’abbigliamento tipico delle Black Panthers. È evidente il richiamo all’abbigliamento col quale siamo abituati a vedere, in vecchie foto in bianco e nero, Bobby Seale e Huey Newton. All’inizio non canta ma parla; lo fa un po’ in rima un po’ tenendo il ritmo, come in uno spoken word. Il contenuto è ancora più interessante della forma: è un invito generazionale a non farsi travolgere dal mito distorto dell’American dream. I toni sono quasi quelli del gospel.

Dopo il ritornello sale sul palco YBN Cordae, classe ’97 del North Carolina, da poco fuori con un brano con Chance The Rapper. La sua strofa è sorprendente per la maturità e capacità lirica ed è uno dei momenti più intensi di tutti i BET Awards. Non ci sono slogan facili, è un concentrato di consapevolezza di cosa vuol dire essere un afroamericano. Una frase in particolare, però, mi fa scattare un collegamento, un link, come direbbero loro.

“Man, we ain’t even safe, they wanna deport us or rather keep us boxed in on the street corners.”

We ain’t even safe. Non siamo neanche al sicuro. Questa frase mi rimanda inevitabilmente a una lettura recente. Si tratta di Between the World and Me di Ta-Nehisi Coates, pubblicato nel 2015 ed edito in Italia l’anno successivo da Codice Edizioni. Coates è un giornalista e scrittore afroamericano di Baltimora, è lui la penna dietro – manco a farlo apposta – i fumetti di Black Panther usciti dal 2016 in poi. Il libro non è nient’altro che una lunga lettera al suo figlio adolescente in cui, quasi per avviarlo all’età adulta, cerca di fargli capire cosa vuol dire essere un nero in America, in una società che ha modellato il suo “sogno” intorno alla popolazione bianca. Il concetto che ritorna di più è quello di paura, una sensazione fisica, sottopelle, la paura per la propria incolumità. Ma anche una paura sociale, del non riuscire ad occupare il posto che si meriterebbe. Dice Coates che anche le catene d’oro e brillanti portate da tanti afroamericani – quelle che associamo a tanti rapper – sono solo un modo di reagire alla paura.

Ta-Nehisi Coates: c'è un legame tra il suo libro e BET Awards - Rapologia.it

Coates ripercorre tutta la sua vita, la sua formazione, le sue esperienze, riuscendo ad analizzare ogni evento secondo questa prospettiva. Cosa vuol dire essere un nero nel sistema-America? Vuol dire reggere sulla propria schiena e sul proprio sangue – non si risparmia affatto con le parole, perciò ha un impatto così forte – il sogno americano, che in realtà è il sogno bianco americano. Vuol dire trovarsi in una situazione di minorità e discriminazione – seppur non giuridica – all’interno di un contesto, non necessariamente per razzismo da parte delle persone, ma proprio per come è costruita la società. Nel libro viene meglio articolata quella che non è nient’altro che la stessa frustrazione delle barre di YBN Cordae, che con i suoi 22 anni non sarà arrivato allo stesso livello di consapevolezza di Coates, ma è riuscito a esprimere delle sensazioni probabilmente comuni a tanti altri giovani afroamericani. L’ha fatto, soprattutto, sfruttando la potenza comunicativa di una delle forme d’arte più d’impatto del nostro tempo, ossia il rap, all’interno di una celebrazione della sua comunità.

Gli stessi concetti di Between the World and Me, le stesse prese di posizione, ce le ritroviamo, questa volta in formato video, nella serie targata Netflix When they see us. La vicenda riportata è ripresa in maniera fedele dalla realtà. Siamo davanti a ciò che accadde a New York nel 1989 quando cinque ragazzini (dei quali quattro afroamericani e uno ispanico) vennero accusati di essere stupro e tentato omicidio ai danni di una jogger a Central Park. Prove a sostegno dell’accusa non ce n’erano e le confessioni furono ottenute in maniera forzata, ma sta di fatto che i cinque ragazzini hanno tutti passato anni in carcere, chi più e chi meno. Lì dentro sono diventati uomini. Solo nel 2014 i cinque sono riusciti ad ottenere dallo stato di New York i risarcimenti che spettavano loro per quanto passato.

Dalla serie viene fuori esattamente quello che scrive Coates nel libro, forse in maniera addirittura più marcata. Non c’è realmente un sistema discriminatorio, non ci sono leggi ad hoc per tenere questo stato di cose – cosa che avveniva con la segregazione, ad esempio -, ma si ha di fatto una differenza di trattamento e di percezione da parte della società e dell’opinione pubblica. Gli sguardi spaventati di Korey Wise sono gli stessi descritti da Ta-Nehisi Coates al figlio, nati dalla stessa paura di chi sa che ha qualcosa da temere innanzitutto per ciò che è, poi per ciò che fa. La stessa che ha fatto venir fuori Lord is coming ai BET Awards.

Qualcuno, per comodità o per nascondere la testa sotto la sabbia, potrebbe dire che ne è passato di tempo e che le cose sono cambiate per il meglio, che questi ragionamenti sono vecchi e superati. Ebbene, all’interno della serie, nelle scene che riguardano il processo, sono inseriti anche dei frammenti non di fiction, ma di filmati dell’epoca. Ce ne è uno in particolare che è interessante: c’è un ben più giovane Donald Trump – il cui parere pare che ora negli USA effettivamente conti qualcosa – che condanna i ragazzi e chiede la reintroduzione della pena di morte nello stato di New York per quel caso specifico. Addirittura, ai tempi, arrivò a comprare pagine dei giornali per rendere pubblica la sua richiesta. Lo stesso Donald Trump, prima nel 2014 e poi nel 2016, ha ribadito le sue convinzioni sulla colpevolezza dei ragazzi – in barba a tutte le evidenze processuali e scientifiche, mosso esclusivamente dal razzismo – e si è opposto all’accordo di risarcimento. Ecco, se ora, oggi, il presidente dello stato più potente del mondo giudica dei ragazzini colpevoli solo per il colore della loro pelle, vuol dire che il problema non appartiene così tanto al passato.

I BET Awards hanno ancora più importanza nell'America di Trump - Rapologia.it
La pagina di giornale comprata da Trump ai tempi del processo.

L’esibizione di YBN Cordae e H.E.R. ai BET Awards non ha cambiato il mondo, non ha ribaltato la società americana né ha avviato una rivoluzione, ha descritto però una situazione complessa. L’ha fatto certamente servendosi anche di semplificazioni alle quale a volte l’arte deve ricorrere per essere maggiormente comunicativa, ma così facendo è riuscita ad essere più di impatto e più efficace, riprendendo la matrice più black – nel senso stretto del termine – di questa musica. When They See Us, Between the World and Me e Lord is coming. Nella corsa allo slogan su Twitter di Trumpiano approccio, tre forme d’arte così diverse ci riportano la forza affascinante, evocativa e vitale della cultura afroamericana, figlia di contraddizioni e di genio messo in campo per superarle.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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