Ebbene sì, l’afroitaliano per eccellenza si racconta in un libro autoironico, frizzante, intimo e critico. Ecco le mie impressioni personali su Ci rido sopra. Crescere con la pelle nera nell’Italia di Salvini, edito da Rizzoli! In questa calura estiva, vorrei offrirvi un approfondimento super fresh e sciallo. Ormai le scuole sono finite, gli esami di maturità impazzano togliendo energie e chi lavora cerca una buona motivazione per non darsi malato, ecco qualcosa capace di regalarci le good vibes di cui abbiamo bisogno: Ci rido sopra, l’autobiografia spigliata e variegata di Tommy Kuti!

È il racconto senza filtri di un giovane adulto di Castiglione delle Stiviere, nato in Nigeria, che da ragazzino grazie a suo cugino si è innamorato dalla cultura Hip Hop, così tanto da farne la sua professione e anche il suo mezzo personale di riscatto sociale. Nato in una famiglia di origine migrante, il mio coscritto racconta le difficoltà incontrate e fronteggiate da suo padre prima e sua madre poi per raggiungere delle condizioni di vita accettabili, non segnate dalla marginalità. Ogni capitolo si apre con una pagina di diario di Samuel, padre di Tommy. A partire da queste, il rapper bresciano sviluppa storytelling, ragionamenti e desideri! Il libro è disseminato di “eventi-confine” che segnano l’artista a livello profondo come esempio: il comprendere di essere l’essere nero, piuttosto che bianco; il non essere accettato a causa del colore della sua pelle; l’essere povero, anziché ricco; il vivere in un quartiere ghetto, piuttosto che in un paese di campagna; l’essere escluso sia dal contesto d’origine, sia da quello che in cui cresce; l’essere istruito, ma non per questo accolto nel mondo della cultura Urban… e così via. Tutti questi eventi portano l’artista violentemente a scoprire la sua diversità e rappresentano per lui dei veri e propri traumi.  Solo ora, dice il rapper, «riesco a trovare modi per riderci su» (p. 97).
Ci rido sopra segue un moto ondivago, gli ampi flashback biografici si legano a considerazioni  di attualità politica e sociale. Questo è chiarificato anche dal sotto titolo del libro, ovvero: Crescere con le pelle nera nell’Italia di Salvini.

Quando leggevo ad un certo punto mi sono venuti in mente questi versi di De Gregori in Omero Al Cantagiro (2013):

“lo sai che privato e politico
Si confondono spesso”

In questo libro, infatti, questi due poli della nostra esperienza si compenetrano a vicenda, alterandosi, generando da una parte frizioni personali e dall’altra tensioni sociali non sempre gestibili in dolore. Quindi, da semplice racconto scanzonato e divertito del proprio percorso di crescita, può assumere una connotazione politica, nel senso più alto del termine. Oltre a ciò, Ci rido sopra può essere anche un mezzo per empatizzare con e immedesimarsi nelle struggle personali di soggetti che hanno un’esperienza di vita molto differente dalla nostra.

In un contesto nazionale come il nostro, l’alterità, in qualsiasi forma in cui questa si declini, è molto spesso guardata con curiosità, ma anche non capita e spesso discriminata più o meno pesantemente. Tutto influenza le vite delle persone spesso in modo decisivo. Tommy a tal proposito scrive:

« Lo ribadisco: se la società da te si aspetta solamente che tu sia uno pronto a far volar le mani, se ti tengono distante e ti fanno sentire diverso e, soprattutto, se hanno paura di te, tutto ciò influisce negativamente sulla persona che diventerai. In inglese la chiamano Self fulfilling prophecy: la condizione per cui il tuo ambiente ti condanna come in una profezia. In quei caseggiati, tra i bambini e i ragazzi, c’erano atteggiamenti più violenti proprio perché il mondo non si aspettava altro da loro […]  Mi hanno escluso e umiliato ma, col senno di poi, sono arrivato alla conclusione che il vero bullo non fosse tanto il ragazzo più grande di me che si approfittava delle mie debolezze, ma la società» (pp. 164- 165)

Crescere in un contesto di vita così duro diventa un problema ed espone al disagio, quando anche non al disadattamento, perché il sistema socio-culturale in cui vivi è inospitale e ti ha già giudicato, shit! Occorre molto impegno, forza di volontà e sostegno sociale per riuscire ad opporsi e superare i cliché che la società impone su un certo soggetto. A tal proposito, il rapper anche in Cliché (Skit!) all’interno dell’album Italiano Vero (2018) racconta:

«Se i cliché su di me fossero veri,
in questo momento sarei
o in prigione

o starei prendendo il tuo ordine da McDonald’s
Invece sono qua in studio con Zangi
Sto registrando il mio primo disco per l’Universal
Che fantastica sensazione mandare a fanculo i cliché»

In una realtà complessa come la nostra, spesso è la semplificazione a essere usata come lente per comprendere un’esperienza umana, socio-culturale, economica com’è la condizione postmoderna. A volte è come se anziché fare di quello che non ci accomuna un punto d’inizio per uno scambio e arricchimento reciproco, si tenda a liquidare il tutto con stereotipi o frasi fatte: “è la sua cultura”, “loro sono così”. Senza lasciarci guidare da un mindset curioso o dubitativo, come scrive l’artista (p. 210), che mette davanti ad una domanda: è veramente così? È proprio come ce la raccontano, oppure c’è dell’altro? O che cos’è quell’altro? Per quest’impostazione, che alterna toni scialli ad altri più conscious, il rapper nella sua autobiografia, volere o no, si fa portavoce di uno sguardo che vuole essere complessificante circa la rappresentazione della popolazione migrante in Italia, così come di autoctona. In questo libro infatti, tra le tante cose che il rapper si propone di fare, c’è infatti il mettere in luce chi non è riportato nei fatti di cronaca più feroce e drammatica, come appunto, un migrante lungo residente: occupato in un’attività onesta per sostenere la propria famiglia. La sua esperienza di vita mette in discussione l’immagine stereotipata proposta dai media televisivi. Così come l’immagine della madre di Tommy, Florence, mostra una donna tenace, forte che sa coniugare l’essere madre, moglie e businesswoman, anche questa rompe molti cliché sulla donna straniera sottomessa, oppure dipendente da una figura maschile meschina e opprimente.

Sempre De Gregori canta:

“Servono piedi buoni per la salita, fortuna e talento
e calli sulla punta delle dita…”

Se partire svantaggiati può rallentare e alle volte anche impedire il raggiungimento dei propri sogni, per farli diventare degli obiettivi superati servono la “fame” (p.81) e la  costanza. Tommy scrive:

«Con il talento canti nel coro della tua chiesa; con l’impegno e la dedizione magari diventi Beyoncé, understand?» (p. 103).

Una volta realizzati i tuoi sogni potrai – evidenzia Tommy più volte – diventare ricco, senza per questo essere meno autentico; anzi l’aver vissuto situazioni di vita tra loro molto distanti, permette di imparare tanti insegnamenti diversi, come raccontava Marracash in una delle sue canzoni più splendide, Bastavano le briciole (2008):

«Se dai poveri ho imparato a fare i contanti
Dai ricchi, poi, a reinvestirli e farne altri
E dai poveri a parlare come mangi
Ma è dai ricchi che ho imparato a scegliere i ristoranti»

Per tutto questo che ho cercato di raccontarvi qui e tanto altro, vi invito a scoprire quest’autobiografia! Un “monumento d’onestà”, simpatia e lucidità che sicuramente potrà infastidire, sconvolgere ed emozionare!