Raige, Alex, in uscita con affetto placebo, ci parla di musica, scelte coraggiose e cultura. Perché chi è cresciuto con l’hip hop sa bene quanto sia importante leggere, informarsi, non omologarsi.

Affetto Placebo. Nuovo album e nuova avventura.

Sì, Affetto Placebo è figlio di scelte coraggiose, la prima è quella di tornare indipendente e questa è stato il motore. Figlio di scelte coraggiose perché se guardi il cd davanti trovi un blister, dietro c’è un bicchiere d’acqua, non c’è neanche la tracklist, compri un messaggio prima ancora di comprare il disco. Per sapere quali pezzi ci sono all’interno devi poterlo aprire. Stavolta era molto importante che arrivasse il messaggio prima di ogni altra cosa.

Da OneMic a una carriera solista, con sonorità diverse. Cos’è l’evoluzione?

L’evoluzione è crescere come essere umano e di conseguenza cresci come artista, cambi idea, vedi le cose con un occhio diverso. Io mi porto la spada di Damocle di aver fatto Tora Ki sulla testa, che è un album riconosciuto come molto importante per il rap italiano in generale. C’è da dire che in quell’album io cantavo tutti i ritornelli. Secondo me era già molto sintomatico di quello che mi piace. Quando ho iniziato a scrivere io pensavo di essere un genio se riuscivo a esprimere un concetto mettendo tante parole, possibilmente parole di non utilizzo comune. Con il tempo ho capito che in realtà sei un genio se lo stesso concetto lo spieghi con quattro parole di utilizzo comune, riuscendo ad abbattere qualunque barriera di ceto sociale, di preparazione accademica e facendoti capire da Torino ad Agrigento.

Cosa ti ha dato l’esperienza coi OneMic?

Mi ha insegnato tantissimo. Non è stata solo un’esperienza musicale, è stata un’esperienza di vita. Gli anni della formazione io li ho passati coi OneMic, l’adolescenza. E tutto questo ha creato molto di ciò che sono. I primi successi, le prime cose che siamo riusciti a creare insieme, cose belle. Mi ricordo ad esempio questo aneddoto: io e mio fratello andavamo nella stessa scuola, l’anno in cui uscì Sotto la cintura spaccando tutto, noi suonavamo sempre, tutti i weekend; per questo l’istituto ci diede un permesso speciale per non andare a scuola il sabato perché eravamo in giro a suonare. Sono piccole cose che però sono state importanti.

Scrivere canzoni e scrivere pezzi rap è la stessa cosa?

No, assolutamente no. Un bel pezzo rap non ha bisogno secondo me di arrivare a un punto partendo da un altro, per scrivere una canzone è necessario. Si possono scrivere delle canzoni rap, quello sì. Cioè ci sono artisti rap che sanno scrivere le canzoni, quello sì.

La tua musica si contraddistingue da una grande sensibilità. Un’emozione che nel rap, spesso, viene messa da parte.

Per me la componente dello struggimento è fondamentale, importantissima. Io non sono un talebano, la musica può essere anche solo entertainment no? Quindi musica fuori dalla scatola che non ti deve spiegare niente e non ti deve insegnare niente. Perché per imparare qualcosa puoi anche prendere un libro e leggere. Però io nel fare le mie canzoni cerco di lasciarti qualcosa, quindi la componente dello struggle per me è veramente importante.

In Whisky dici che le idee migliori vengono sempre all’ultimo. Perché?

Perché quando sei all’ultimo hai già provato l’idea prima e ti sei reso conto che magari è una stronzata (ride).

Che Ensi sia tuo fratello, penso sia una notizia di dominio comune. Essere fratelli e musicisti serve a confrontarsi?

Sì all’inizio. Per quel che riguarda la mia esperienza. Poi dopo abbiamo preso due strade talmente tanto diverse che ci si confronta ma non può essere un confronto come lo era prima, perché è ovvio che appartenendo a due mondi musicali diversi sia difficile.

I titoli delle tue canzoni parlano di un immaginario da musica pop però convertito al 2.0. Solo un’impressione?

Boh, me lo stai dicendo tu, mi fa piacere che arrivi questa cosa. Partendo dal presupposto che in questo momento non c’è niente più pop del rap e della trap, penso che forse sia arrivato il momento di ridefinire il concetto di pop, se inteso come popular.
Nei titoli delle mie canzoni io cerco di metterci il succo del discorso, poi se tu mi dici che sembra così, mi piace.

Come vedi la scena italiana rap trap del momento?

Come al solito, c’è tanta roba bella e c’è tanta roba di me**a. Non apprezzo tanto la trap ma credo sia un mio problema, di tipo anagrafico, non riesco a capire di cosa parlino. L’altro giorno, con un mio amico, riflettevamo su questa cosa, mi sta un po’ sul ca**o la trap perché secondo me questa generazione doveva distruggere quello che la generazione prima aveva creato. Quindi se la generazione prima aveva creato il mito dei soldi e di vestirsi bene, loro avrebbero dovuto fare la cosa più punk e pop del mondo, avrebbero dovuto dire vaffanculo, tieniti i tuoi soldi di me**a, io voglio vestirmi come uno str**o, voglio spaccare tutto. E invece non è successo. I ragazzi di questa generazione, come dei moccoloni, si sono presi in bocca tutto quello che la generazione prima aveva creato. Secondo me è sbagliato, solo quello. Poi, la trap in realtà c’è chi la fa bene, per esempio penso a Post Malone. Quindi ti dico, in realtà non è tutto brutto, anzi io capisco il perché della grande forza che ha sulle nuove generazioni, queste melodie super catchy che hanno sono molto forti. Io, per una questione anagrafica, ma in generale chi ha un lavoro, chi ha viaggiato, non può essere attratto da quello che dice la trap.

O se ha letto più di due libri. (ride).

E allora ti chiedo. Tu leggi?

Tantissimo.

Quanti libri all’anno leggi?

Direi tre al mese, la media.

Il tuo film italiano preferito.

Non conosco il cinema italiano, devo essere sincero. Aspetta… Il marchese del Grillo.

Tre artisti italiani che suggeriresti.

Allora. Devo cercare di essere… ecco per dissacrare quello che ho detto prima sulle nuove generazioni dico Tedua, che secondo me è fortissimo, proprio questo per dire, c’è qualcuno che lo fa con cognizione di causa, con coscienza e conoscenza no? Non solo lui, però cito lui perché è quello che mi fa volare più di tutti. Poi, andando su altri generi, gli Zen Circus, lui scrive in maniera incredibile, fortissimo, un immaginario anni Novanta della gente che si spadava, bellissimo, cioè scrive in un modo potentissimo. E poi un altro italiano che mi piace, Daniele Silvestri.

Torniamo ad Affetto Placebo. Perché questo titolo?

Perché io sono un romantico, un sognatore e un ipocondriaco.
Ipocondriaco al punto tale che i miei amici mi chiamavano Codice Bianco perché fortunatamente finivo al pronto soccorso e mi mandavano a casa con quello che era un effetto placebo, una grande pacca sulla spalla e un bel bicchiere. Negli anni, ho capito che le persone sono state la mia migliore medicina. E da qui la capacità che ho avuto di creare dei legami e quindi degli affetti, non solo amorosi, ma anche di amicizia e familiari, hanno fatto la differenza per me, nel bene e nel male.

La vita è la più grande scuola di calcio che c’è. Cosa ti hanno dato i campionati che hai giocato fino adesso?

Non mi hanno dato ancora il pallone d’oro porca troia e me lo meriterei! Beh ho vinto sicuramente delle belle partite, ho portato a casa anche qualche bel premio, diciamo che, allora, non ho vinto la Champions, però un campionato l’ho vinto. Forse non era quello di A, era di B, era l’inizio. Poi sono entrato in A con le migliori intenzioni e ho fatto una stagione ni. Però c’è da dire una cosa, stavo giocando bendato e senza le scarpe. Adesso ho intenzione di togliermi la benda dagli occhi e mettermi le scarpe.

Dimentichi gli applausi e ricordi i fischi. Quanto servono le critiche costruttive? E quanto invece le semplici critiche?

Servono entrambe, cioè, haters gonna hate ed è giusto così. Le critiche costruttive servono tantissimo, non a me perché tanto non ascolto mai nessuno. Tendenzialmente ho la riprova che quello che abbiamo visto all’inizio in qualche modo si manifesta, quello che doveva essere. C’è da dire una cosa, la critica che mi si muoveva maggiormente riguardava il fatto che io avessi preso una strada tendenzialmente pop, niente di più lecito da dire.
Io ho abbandonato la major e l’etichetta e sono tornato total indie, che poi total indie non è, ma bello indipendente, proprio per poter fare quello che volevo. E questo disco è frutto di esigenze artistiche e non di contratti da rispettare. Quindi chi non l’ha sentito ascolti il disco che secondo me c’è meno da haterare.

Ogni tua canzone contiene un messaggio. Rarissimo al momento. Pensi che la musica abbia una funzione sociale?

Minchia, se non ce l’ha la musica. Certe canzoni hanno cambiato il mondo eh. Pensa agli anni Novanta, Ottanta, certe canzoni hanno cambiato il mondo, certi artisti hanno cambiato il mondo. E se non ha una valenza sociale la musica, cosa ce l’ha? La gente non legge più. Il mercato dell’editoria italiana, questo me l’ha detto il mio editore che mi ha pubblicato il romanzo, è tenuto in piedi dall’1% della popolazione. Vuol dire che la gente non legge più, non guarda più la tv o programmi di approfondimento. Rimane la musica, oltre alla scuola. A questo aggiungici che il nostro Paese non ha mai investito sull’istruzione. L’analfabetismo funzionale di Facebook è semplicemente la riprova di dieci, venti, trent’anni di mala istruzione. E quindi rimane la musica, che davvero ha una valenza sociale.

Qual è la dimensione migliore per scrivere, per te. Lo studio, il tour, la strada.

Dipende dalle volte. Io ho adottato una mia personalissima visione della vita e del lavoro, in quanto allo scrivere che è due giorni vivi e uno scrivi. Perché così hai tempo di fare esperienze importanti che mi servono per fare il bagaglio e avere qualcosa da dire. Secondo me se stai dentro camera tua o dentro allo studio, di che cosa mi parli. Se non butti il naso fuori? Io ho bisogno di una bella dose di vita vera in faccia per poter raccontare qualcosa.

Per concludere fatti una domanda e datti una risposta.

Alex cosa dovrei chiederti? E io che cazzo ne so?

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