Mauràs ci ha raccontato il suo ultimo album intitolato Dico sempre la verità.

Mauro Sità a.k.a. Mauràs ha realizzato un album che, come da lui affermato, si discosta dai canoni tradizionali cui siamo oggi abituati. Per quanto mi auto definisca un “purista della materia”, concordo con lui quando dice che l’Italia è bloccata dalle continue etichette che vengono addossate per identificare qualsiasi fenomeno a noi estraneo sia esso di tipo culturale, musicale o via dicendo. Siamo un paese che ha paura di ciò in cui non è capace di riconoscersi (e accattare). E ciò è evidente tanto nella musica quanto nelle questioni di politica interna.

Siamo, inoltre, un popolo incredibilmente arretrato per quanto concerne talune dinamiche socio-culturali (leggi legalizzazione) come ho avuto modo di approfondire con Mauràs. Questi, aiutato dall’inconfondibile estro di Dj Bonnot, ha materializzato un progetto all’interno del quale vengono affrontate con disarmante leggerezza delle tematiche profonde e complicate. E una simile dote è estremamente rara per i tempi che corrono. In questo senso Dico sempre la verità sintetizza perfettamente contenuto, tecnica, forma e stile. L’ascolto è caldamente consigliato (sopratutto a chi porta le Balenciaga).

Qual è il tuo background artistico-musicale?
«Faccio parte della “seconda generazione” dell’Hip Hop italiano. Verso fine anni ’90 mi sono avvicinato a questa musica. Il mio primo progetto fu un mixtape sulle produzioni di Dj Premiere. Poi ho fatto parte della Funk Famiglia la quale faceva capo alla crew degli ATPC, la Suite Foundation. La mia attitudine è sempre stata quella da Dj, in seguito ho suonato anche in una band chiamata Poor Man Style. Poi ho fatto Una mole di mc (compilation per Torino) e un disco solista intitolato Jazz meets hip hop. Nel 2016 ho realizzato La vita è dura.

In tutti questi anni ho sempre suonato sotto il nome di Dj Koma. Mauràs era l’aka affibbiatomi dai miei amici. Una volta conosciuto Bonnot, anche su suo consiglio, ho deciso di tenere solamente l’aka. In Italia purtroppo se ti presenti come Dj il pubblico non immagina che tu, oltre a produrre, possa rappare su delle basi».

Come mai la scelta di questo titolo? Da dove nasce, inoltre, questo progetto e l’incontro con Bonnot?
«Bonnot l’ho conosciuto ad un’apertura agli Assalti Frontali nella quale occasione mi chiesero di suonare dato che “ci tenevano” e ci conoscevamo già bene. Bonnot per me è il miglior producer italiano. Mi è sempre piaciuta la poliedricità dei suoi progetti. A fine serata ricordo che gli lasciai una copia del mio disco La vita è dura. Sia lui che io avevamo intenzione di creare qualcosa di diverso. Abbiamo lavorato bene insieme, c’è stata fin da subito sinergia. Abbiamo sperimentato molto cosa che, come dicevo prima, è rischiosa in Italia dato le “categorizzazioni culturali e musicali” che vigono incontrastate.

Il titolo l’ha scelto Walter a prodotto finito. Bonnot l’ha suggerito perché secondo lui era ciò che mi personificava maggiormente e che sintetizzava di più l’intero disco. Posso considerarmi soddisfatto della scelta.

Sono una persona che si espone molto, talvolta rappresentando anche coloro che sono inibiti a parlare. Nel rap come nella vita. Odio adeguarmi, non seguo personaggi standard».

Ritengo che l’album sia incredibilmente sperimentale. In quale genere artistico ti inseriresti e faresti rientrare l’album?
«Me lo sono chiesto anche io (ride, ndr). Ultimamente ci sono un sacco di progetti sperimentali nella scena. All’estero verrebbe considerato semplicemente un disco rap, dato che non esistono tutte queste “etichette”.

Per quanto mi riguarda, non ho voluto seguire i canoni artistici della maggior parte della scena attuale. Secondo me siamo ad un livello estremo di saturazione musicale; io volevo portare qualcosa di nuovo. Abbiamo dunque deciso di utilizzare dei suoni caldi, senza curandoci troppo delle tendenze musicali attuali e scegliendo di perseguire i nostri soli interessi. Posso dire che l’obiettivo primario era far confluire in questo disco tutta la nostra storia personale, oltre che  l’amore verso la musica.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, si può dire che siano presenti tracce prettamente rap, altre crossover e alcune che possono avvicinarsi maggiormente a sonorità trap a livello di bpm o ambientazione. La mia intenzione era comunicare, trasmettere messaggi. A prescindere dalla forma utilizzata».

Passiamo a Capitalunedì. È inevitabile la domanda sul feat. con Willie ed Inoki.
«Willie Peyote lo conoscevo perché per un periodo abbiamo vissuto assieme, nella stessa palazzina, per circa un anno. In quel periodo ci siamo aiutati e parlati un sacco. Musicalmente poi ci siamo sempre intrecciati: nei suoi primi progetti molti scratch erano miei. Gli ho fatto da Dj alcune volte nei live prima che iniziasse ad esibirsi con la band. Gli ho inoltre prodotto due tracce di Educazione Sabauda (La scelta sbagliata e E Allora Ciao). Tifiamo entrambi Torino, andiamo ancora allo stadio insieme quando lui può.

Avere Inoki nell’album ha invece coronato un sogno che da tempo conservavo “nel cassetto”. Bonnot ci aveva già collaborato ed un giorno, mentre lo aveva in studio, gli ha proposto di comporre una strofa per Capitalunedì. Inizialmente invero la mia intenzione era quella di assegnarli un pezzo ad hoc. Sono favorevole alla creazione di nuovi prodotti musicalmente parlando; amo sperimentare».

SCRIVO SUI SOCIAL CHE I SOCIAL FANNO CAGARE. TIRO SU DEI LIKE, TIRO SU IL MORALE.

(Alibi, Mauràs)

Alibi mi ricorda troppo Il secondo secondo me di Caparezza. Un tuo giudizio su questa sindrome dei social? In particolare penso alla tua frase iniziale: “Passami il libro di Fabrizio Corona che lo citiamo”. È un discorso che ho affrontato anche in una recente intervista a Kiave…
«Non condivido questo “elevarsi dell’artista” rispetto alla plebaglia. A me piace vivere tra le persone. Cerco sempre di esprimere un concetto, in maniera semplice e diretta, nei testi delle mie canzoni: non dico cosa bisognerebbe fare, ma semplicemente fotografo delle situazioni e le riporto attraverso le parole.

La quotidianità è come i social. Quando scorri la home dei social network sei bombardato di informazioni riguardo le quali, in realtà, approfondisci pochissimo. Ho provato a riportare ciò che sto vedendo in questi anni. É un percorso iniziato con Berlusconi. I rapper di oggi sembrano tanti Fabrizio Corona. Riesci a differenziarti solo se cerchi di esporre i tuoi pensieri in maniera originale. Io voglio offrire un’alternativa ai ragazzi e a chi ascolta la mia musica».

Balenciaga è una critica ai trend moderni figli di un evidente sistema capitalistico?
«Il rap in Italia è sempre più “di sistema”. Ciò non significa comunque che si debba propinare una musicalità stile Public Enemy. In questo processo di omologazione nostrano il rap non è stato in grado di conservare una propria personalità. A noi non piace allinearci e “seguire una strada già segnata”. Io ho provato a fare qualcosa di diverso: solo lasciando un segno verrai ricordato dai posteri.

Per rispondere alla tua domanda: le Balenciaga vengono idolatriate dai rapper inseriti nel circuito mainstream; io ho deciso di ridicolizzarle. L’ispirazione per il pezzo mi è nata dopo un colloquio con una ragazza “pseudo alternativa” che mi criticava dato che, secondo lei, non riuscivo a comprendere il design del prodotto in questione. Non voleva essere il classico pezzo per coloro che non possono comprarle e allora le rinnegano. Al contrario, è un brano che potrebbe cantare anche chi porta il suddetto marchio di scarpe».

Un altra bella collaborazione è quella con Frank Sativa in Air BNB. Cosa volevi comunicare con questo pezzo?
«Air BNB è un pezzo introspettivo. Parlo di una vicenda personale, di un rapporto di coppia terminato. Devo comunque ammettere che trattare temi sull’amore non è mai stata una mia caratteristica. Tutto ciò che racconto è vero, non c’è niente di romanzato. Ho semplicemente seguito la stesura originale del beat.

E con I’ll Sleep When I Die?
«Si tratta di uno storytelling: ho parlato dei sacrifici che facciamo e di come speriamo che essi possano aiutarci a raggiungere l’obiettivo fantasticato. Magari ciò non accade, chi può saperlo. Tuttavia ritengo che il “cammino compiuto” e i sacrifici che ne sono conseguiti costituiscano un importante bagaglio per la propria vita.

É un brano che racchiude un po’ di sano disagio, e rabbia, per una situazione sociale disastrosa. Ho infatti affrontato tematiche non troppo piacevoli da ascoltare. Lo spunto me l’hanno data le spiacevoli vicende dei riders (categoria sfruttatissima) o le volte in cui mi sono alzato in piena notte per andare a lavorare».

Passiamo a Majorana. Sfrutto il calembour nel titolo per chiederti un parere personale sul macro argomento legalizzazione e sulla sentenza della Cassazione -condivisa gioiosamente da Matteo Salvini- circa la complessa questione Cannabis light…
«Ho tanti amici che hanno investito in questo campo. È una delle molte questioni paradossali del nostro paese sopratutto se si pensa che la cannabis è stata legalizzata perfino in Stati con governi di destra.

E’ sintomo di arretratezza culturale nei politici e nella popolazione italiana. Salvini si attacca a tali questioni “di pancia” per ottenere voti. Egli punta sul bigottismo italico, a dimostrazione di ciò il risultato ottenuto alle europee semplicemente mostrando un crocifisso. La cosa assurda, sulla quale riflettevo qualche giorno fa, è che il nostro ministro dell’interno quando affronta l’argomento “droga” si esprime solamente riguardo le canne. Chi lo vota infatti vede la droga nelle canne, non nella cocaina o nell’alcool.

La cannabis presenta incredibili privilegi anche dal punto di vista medico: personalmente mi ha aiutato in momenti di stress o di poco riposo. Il CBD di aiuta a dormire e rilassa i nervi. Hanno promulgato una sentenza che de facto non cambia nulla, ma aumenta il potere di questori, carabinieri e istituzioni varie».

Collegandomi all’ultima traccia, cosa manda Mauràs In confusione?
«Tante cose. Questo discorso della cannabis sicuramente. Mi destabilizza il fatto che molta gente non comprenda che, così come avviene per le merci, anche le persone possano circolare liberamente. Mi sconvolge che il popolo non veda più nel potere il nemico da combattere quanto piuttosto il povero per strada, l’immigrato o il vicino di casa. Mi scuotono infine le reazioni delle persone: ad esempio quelle delle ragazzine arrapate in prima fila dinnanzi ad uno che canta testi contenuti e viene acclamato fragorosamente.

Comunque, con quel brano, non volevo passasse un messaggio disfattista stile rap emo. D’altro canto, non volevo diventasse una canzone che illudesse. Come ho detto prima, si trattava di una semplice fotografia. Non voglio fare l’artista incompreso. Posso comunque ritenerlo il brano che più preferisco all’interno del disco».

Quale brano dell’album sceglieresti se dovessi presentarti ad uno sconosciuto?
«Forse In confusione anche se mi dispiacerebbe lasciar fuori quei pezzi amaramente ironici come Majorana».

Quali altri generi ascolta Mauràs?
«In generale, tutto ciò che ruota attorno alla black music: dunque il funk, il blues, il soul, il reggae e il jazz. Poi molto rock. Infine ascolto qualcosina di punk».

Sbaglio o nel disco, a tratti, ho notato approcci indie?
«In quanto Dj sono interessato a qualunque genere musicale. Tuttavia, l’indie proprio non mi piace. Mi interessano le cose che fa Willie. Ma l’indie, così come la trap, li vedo molto come “fenomeni del momento”. L’indie in particolare mi sembra un genere pieno di “cantautori” abbastanza superficiali e scarni nelle tematiche trattate. Trovo che non vi siano messaggi veicolati e reputo elementari gli arrangiamenti. Stesso discorso valido per la trap. Di questa non mi affascinano i ritmi lenti ed il modo di cantare svogliato di taluni artisti.

Facendo una piccola digressione; credo che il valore artistico della musica dovrebbe essere maggiormente valorizzato.
In Italia ci piace copiare male gli americani e continuare a farlo senza curarcene troppo. Non c’è identità nazionale, eccezion fatta per alcune piazze al sud come Napoli. Siamo un popolo eccessivamente diviso dai campanilismi. In Francia e Spagna si respira un altro clima. Qui siamo statici, non abbiamo il coraggio di alzare la voce e criticare. Ciò è estremamente pericoloso: rischiamo di adattarci e farci surclassare».

Hai in programma dei live?
«Sì, partiranno da Settembre e vedranno coinvolti Bonnot, il nostro chitarrista Ermanno Fabbri e il sottoscritto. Poi si spera di riuscire a portare anche il batterista ed eseguire live con la band».

Mauro Sità a.k.a. Mauràs ha realizzato un album che, come da lui affermato, si discosta dai canoni tradizionali cui siamo oggi abituati. Per quanto mi auto definisca un “purista della materia”, concordo con lui quando dice che l’Italia è bloccata dalle continue etichette che vengono addossate per identificare qualsiasi fenomeno a noi estraneo sia esso di tipo culturale, musicale o via dicendo. Siamo un paese che ha paura di ciò in cui non è capace di riconoscersi (e accattare). E ciò è evidente tanto nella musica quanto nelle questioni di politica interna.

Siamo, inoltre, un popolo incredibilmente arretrato per quanto concerne talune dinamiche socio-culturali (leggi legalizzazione) come ho avuto modo di approfondire con Mauràs. Questi, aiutato dall’inconfondibile estro di Dj Bonnot, ha materializzato un progetto all’interno del quale vengono affrontate con disarmante leggerezza delle tematiche profonde e complicate. E una simile dote è estremamente rara per i tempi che corrono. In questo senso Dico sempre la verità sintetizza perfettamente contenuto, tecnica, forma e stile. L’ascolto è caldamente consigliato (sopratutto a chi porta le Balenciaga).

Qual è il tuo background artistico-musicale?
«Faccio parte della “seconda generazione” dell’Hip Hop italiano. Verso fine anni ’90 mi sono avvicinato a questa musica. Il mio primo progetto fu un mixtape sulle produzioni di Dj Premiere. Poi ho fatto parte della Funk Famiglia la quale faceva capo alla crew degli ATPC, la Suite Foundation. La mia attitudine è sempre stata quella da Dj, in seguito ho suonato anche in una band chiamata Poor Man Style. Poi ho fatto Una mole di mc (compilation per Torino) e un disco solista intitolato Jazz meets hip hop. Nel 2016 ho realizzato La vita è dura.

In tutti questi anni ho sempre suonato sotto il nome di Dj Koma. Mauràs era l’aka affibbiatomi dai miei amici. Una volta conosciuto Bonnot, anche su suo consiglio, ho deciso di tenere solamente l’aka. In Italia purtroppo se ti presenti come Dj il pubblico non immagina che tu, oltre a produrre, possa rappare su delle basi».

Come mai la scelta di questo titolo? Da dove nasce, inoltre, questo progetto e l’incontro con Bonnot?
«Bonnot l’ho conosciuto ad un’apertura agli Assalti Frontali nella quale occasione mi chiesero di suonare dato che “ci tenevano” e ci conoscevamo già bene. Bonnot per me è il miglior producer italiano. Mi è sempre piaciuta la poliedricità dei suoi progetti. A fine serata ricordo che gli lasciai una copia del mio disco La vita è dura. Sia lui che io avevamo intenzione di creare qualcosa di diverso. Abbiamo lavorato bene insieme, c’è stata fin da subito sinergia. Abbiamo sperimentato molto cosa che, come dicevo prima, è rischiosa in Italia dato le “categorizzazioni culturali e musicali” che vigono incontrastate.

Il titolo l’ha scelto Walter a prodotto finito. Bonnot l’ha suggerito perché secondo lui era ciò che mi personificava maggiormente e che sintetizzava di più l’intero disco. Posso considerarmi soddisfatto della scelta.

Sono una persona che si espone molto, talvolta rappresentando anche coloro che sono inibiti a parlare. Nel rap come nella vita. Odio adeguarmi, non seguo personaggi standard».

Ritengo che l’album sia incredibilmente sperimentale. In quale genere artistico ti inseriresti e faresti rientrare l’album?
«Me lo sono chiesto anche io (ride, ndr). Ultimamente ci sono un sacco di progetti sperimentali nella scena. All’estero verrebbe considerato semplicemente un disco rap, dato che non esistono tutte queste “etichette”.

Per quanto mi riguarda, non ho voluto seguire i canoni artistici della maggior parte della scena attuale. Secondo me siamo ad un livello estremo di saturazione musicale; io volevo portare qualcosa di nuovo. Abbiamo dunque deciso di utilizzare dei suoni caldi, senza curandoci troppo delle tendenze musicali attuali e scegliendo di perseguire i nostri soli interessi. Posso dire che l’obiettivo primario era far confluire in questo disco tutta la nostra storia personale, oltre che  l’amore verso la musica.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, si può dire che siano presenti tracce prettamente rap, altre crossover e alcune che possono avvicinarsi maggiormente a sonorità trap a livello di bpm o ambientazione. La mia intenzione era comunicare, trasmettere messaggi. A prescindere dalla forma utilizzata».

Passiamo a Capitalunedì. È inevitabile la domanda sul feat. con Willie ed Inoki.
«Willie Peyote lo conoscevo perché per un periodo abbiamo vissuto assieme, nella stessa palazzina, per circa un anno. In quel periodo ci siamo aiutati e parlati un sacco. Musicalmente poi ci siamo sempre intrecciati: nei suoi primi progetti molti scratch erano miei. Gli ho fatto da Dj alcune volte nei live prima che iniziasse ad esibirsi con la band. Gli ho inoltre prodotto due tracce di Educazione Sabauda (La scelta sbagliata e E Allora Ciao). Tifiamo entrambi Torino, andiamo ancora allo stadio insieme quando lui può.

Avere Inoki nell’album ha invece coronato un sogno che da tempo conservavo “nel cassetto”. Bonnot ci aveva già collaborato ed un giorno, mentre lo aveva in studio, gli ha proposto di comporre una strofa per Capitalunedì. Inizialmente invero la mia intenzione era quella di assegnarli un pezzo ad hoc. Sono favorevole alla creazione di nuovi prodotti musicalmente parlando; amo sperimentare».

SCRIVO SUI SOCIAL CHE I SOCIAL FANNO CAGARE. TIRO SU DEI LIKE, TIRO SU IL MORALE.

(Alibi, Mauràs)

Alibi mi ricorda troppo Il secondo secondo me di Caparezza. Un tuo giudizio su questa sindrome dei social? In particolare penso alla tua frase iniziale: “Passami il libro di Fabrizio Corona che lo citiamo”. È un discorso che ho affrontato anche in una recente intervista a Kiave…
«Non condivido questo “elevarsi dell’artista” rispetto alla plebaglia. A me piace vivere tra le persone. Cerco sempre di esprimere un concetto, in maniera semplice e diretta, nei testi delle mie canzoni: non dico cosa bisognerebbe fare, ma semplicemente fotografo delle situazioni e le riporto attraverso le parole.

La quotidianità è come i social. Quando scorri la home dei social network sei bombardato di informazioni riguardo le quali, in realtà, approfondisci pochissimo. Ho provato a riportare ciò che sto vedendo in questi anni. É un percorso iniziato con Berlusconi. I rapper di oggi sembrano tanti Fabrizio Corona. Riesci a differenziarti solo se cerchi di esporre i tuoi pensieri in maniera originale. Io voglio offrire un’alternativa ai ragazzi e a chi ascolta la mia musica».

Balenciaga è una critica ai trend moderni figli di un evidente sistema capitalistico?
«Il rap in Italia è sempre più “di sistema”. Ciò non significa comunque che si debba propinare una musicalità stile Public Enemy. In questo processo di omologazione nostrano il rap non è stato in grado di conservare una propria personalità. A noi non piace allinearci e “seguire una strada già segnata”. Io ho provato a fare qualcosa di diverso: solo lasciando un segno verrai ricordato dai posteri.

Per rispondere alla tua domanda: le Balenciaga vengono idolatriate dai rapper inseriti nel circuito mainstream; io ho deciso di ridicolizzarle. L’ispirazione per il pezzo mi è nata dopo un colloquio con una ragazza “pseudo alternativa” che mi criticava dato che, secondo lei, non riuscivo a comprendere il design del prodotto in questione. Non voleva essere il classico pezzo per coloro che non possono comprarle e allora le rinnegano. Al contrario, è un brano che potrebbe cantare anche chi porta il suddetto marchio di scarpe».

Un altra bella collaborazione è quella con Frank Sativa in Air BNB. Cosa volevi comunicare con questo pezzo?
«Air BNB è un pezzo introspettivo. Parlo di una vicenda personale, di un rapporto di coppia terminato. Devo comunque ammettere che trattare temi sull’amore non è mai stata una mia caratteristica. Tutto ciò che racconto è vero, non c’è niente di romanzato. Ho semplicemente seguito la stesura originale del beat.

E con I’ll Sleep When I Die?
«Si tratta di uno storytelling: ho parlato dei sacrifici che facciamo e di come speriamo che essi possano aiutarci a raggiungere l’obiettivo fantasticato. Magari ciò non accade, chi può saperlo. Tuttavia ritengo che il “cammino compiuto” e i sacrifici che ne sono conseguiti costituiscano un importante bagaglio per la propria vita.

É un brano che racchiude un po’ di sano disagio, e rabbia, per una situazione sociale disastrosa. Ho infatti affrontato tematiche non troppo piacevoli da ascoltare. Lo spunto me l’hanno data le spiacevoli vicende dei riders (categoria sfruttatissima) o le volte in cui mi sono alzato in piena notte per andare a lavorare».

Passiamo a Majorana. Sfrutto il calembour nel titolo per chiederti un parere personale sul macro argomento legalizzazione e sulla sentenza della Cassazione -condivisa gioiosamente da Matteo Salvini- circa la complessa questione Cannabis light…
«Ho tanti amici che hanno investito in questo campo. È una delle molte questioni paradossali del nostro paese sopratutto se si pensa che la cannabis è stata legalizzata perfino in Stati con governi di destra.

E’ sintomo di arretratezza culturale nei politici e nella popolazione italiana. Salvini si attacca a tali questioni “di pancia” per ottenere voti. Egli punta sul bigottismo italico, a dimostrazione di ciò il risultato ottenuto alle europee semplicemente mostrando un crocifisso. La cosa assurda, sulla quale riflettevo qualche giorno fa, è che il nostro ministro dell’interno quando affronta l’argomento “droga” si esprime solamente riguardo le canne. Chi lo vota infatti vede la droga nelle canne, non nella cocaina o nell’alcool.

La cannabis presenta incredibili privilegi anche dal punto di vista medico: personalmente mi ha aiutato in momenti di stress o di poco riposo. Il CBD di aiuta a dormire e rilassa i nervi. Hanno promulgato una sentenza che de facto non cambia nulla, ma aumenta il potere di questori, carabinieri e istituzioni varie».

Collegandomi all’ultima traccia, cosa manda Mauràs In confusione?
«Tante cose. Questo discorso della cannabis sicuramente. Mi destabilizza il fatto che molta gente non comprenda che, così come avviene per le merci, anche le persone possano circolare liberamente. Mi sconvolge che il popolo non veda più nel potere il nemico da combattere quanto piuttosto il povero per strada, l’immigrato o il vicino di casa. Mi scuotono infine le reazioni delle persone: ad esempio quelle delle ragazzine arrapate in prima fila dinnanzi ad uno che canta testi contenuti e viene acclamato fragorosamente.

Comunque, con quel brano, non volevo passasse un messaggio disfattista stile rap emo. D’altro canto, non volevo diventasse una canzone che illudesse. Come ho detto prima, si trattava di una semplice fotografia. Non voglio fare l’artista incompreso. Posso comunque ritenerlo il brano che più preferisco all’interno del disco».

Quale brano dell’album sceglieresti se dovessi presentarti ad uno sconosciuto?
«Forse In confusione anche se mi dispiacerebbe lasciar fuori quei pezzi amaramente ironici come Majorana».

Quali altri generi ascolta Mauràs?
«In generale, tutto ciò che ruota attorno alla black music: dunque il funk, il blues, il soul, il reggae e il jazz. Poi molto rock. Infine ascolto qualcosina di punk».

Sbaglio o nel disco, a tratti, ho notato approcci indie?
«In quanto Dj sono interessato a qualunque genere musicale. Tuttavia, l’indie proprio non mi piace. Mi interessano le cose che fa Willie. Ma l’indie, così come la trap, li vedo molto come “fenomeni del momento”. L’indie in particolare mi sembra un genere pieno di “cantautori” abbastanza superficiali e scarni nelle tematiche trattate. Trovo che non vi siano messaggi veicolati e reputo elementari gli arrangiamenti. Stesso discorso valido per la trap. Di questa non mi affascinano i ritmi lenti ed il modo di cantare svogliato di taluni artisti.

Facendo una piccola digressione; credo che il valore artistico della musica dovrebbe essere maggiormente valorizzato.
In Italia ci piace copiare male gli americani e continuare a farlo senza curarcene troppo. Non c’è identità nazionale, eccezion fatta per alcune piazze al sud come Napoli. Siamo un popolo eccessivamente diviso dai campanilismi. In Francia e Spagna si respira un altro clima. Qui siamo statici, non abbiamo il coraggio di alzare la voce e criticare. Ciò è estremamente pericoloso: rischiamo di adattarci e farci surclassare».

Hai in programma dei live?
«Sì, partiranno da Settembre e vedranno coinvolti Bonnot, il nostro chitarrista Ermanno Fabbri e il sottoscritto. Poi si spera di riuscire a portare anche il batterista ed eseguire live con la band».

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