Mentre in America Jay-Z mette sotto contratto atleti di ogni sport e Snopp Dogg pubblica un libro di cucina, in Italia si fa ancora molta fatica ad accettare che i rapper lavorino per un talent show. Figuriamoci se un ragazzo esploso grazie ai gameplay su YouTube inizia a fare rap e, addirittura, pubblica un disco. Ecco che ogni forma di pregiudizio si fa avanti.
Zoda, ex youtuber fuori il 21 giugno con Ufo, il suo album di debutto per Jive Records (Sony Music Italy), lo sa bene. Ma sa bene anche quello che vuole ed è convinto che questa tendenza stia cambiando. Nella conferenza stampa che ha anticipato l’uscita del disco, il rapper ci ha infatti raccontato di vedere maggior apertura da questo punto di vista. Inoltre, ciò che davvero ritiene importante è il parere degli addetti ai lavori, dalla maggior parte dei quali sostiene di ricevere feedback positivi.
Quella della musica è sempre stata una passione: dai dischi di Lucio Dalla e De André dei genitori, fino al rap italiano e americano, passando per un periodo dedicato al pianoforte.

La sperimentazione è infatti ciò che caratterizza maggiormente Ufo: il rapper romano ha spiegato che in ogni traccia ha cercato di esprimere i tanti input ricevuti nell’ultimo anno, attribuendo ad ognuna un colore diverso.
Per fare ciò e per creare un’immaginario all’altezza del titolo, ha voluto che l’artwork fosse curato in ogni dettaglio. Il mondo extraterrestre di Zoda è percepibile sin dalla copertina, in cui l’artista è rappresentato in una versione aliena e diviso in 7 parti.
7 come le canzoni di Ufo, lasciando intendere di aver lasciato una parte di sé in ognuna di essa.

È sicuramente da apprezzare la scelta di concentrarsi su se stesso e sulle proprie emozioni, tralasciando i cliché molto in voga nel rap di oggi. All’interno del suo videogioco, come racconta nella prima traccia dell’album, GTA, non c’è spazio per “Gucci e Stussy”, distanziandosi dal sodalizio rap-moda. Paura, disagio e voglia di dimostrare sono ciò che traspare maggiormente dall’album.
Ma se da una parte è positiva la volontà di raccontarsi, dall’altra la scrittura risulta poco incisiva. Sono infatti pochi i momenti all’interno del disco in cui Zoda riesce a fare entrare l’ascoltatore nel proprio mondo.
Senza concentrarsi sulla mancanza di tecnicismi e punchline degne di nota, l’aver vissuto il disco da “spettatore” è ciò che mi ha lasciato più perplessità.

I primi due singoli Black Widow e Comete, usciti tra gennaio e marzo, sono prodotti da Sick Luke. Una volta trasferitosi a Milano, Zoda rompe il binomio col produttore romano, ma continua ad essere accompagnato da nomi importanti. Due beat sono affidati al sempreverde Big Fish, mentre i rimanenti a Nko, Andry The Hitmaker e Low Kidd.
I nomi sono tanti, soprattutto considerato il numero limitato di brani. Le 7 canzoni non impediscono però una grande varietà in quanto a sonorità.
Sebbene distanti tra loro, le produzioni seguono un filo conduttore e permettono a Zoda di mettersi a nudo, rimanendo se stesso e raccontando le sue emozioni da punti di vista differenti.
Ad esempio, l’utilizzo del pianoforte da parte di Andry The Hitmaker e il mood cupo di Sick Luke in Black Widow ci regalano uno Zoda cauto e riflessivo. La cassa dritta di Big Fish e l’impronta metal di Nko permettono invece al rapper di urlare tutto il suo disagio.
Le strumentali, oltre ad essere di ottima qualità, sembrano cucite addosso all’artista.

Il problema non è cosa dici, ma come lo dici. Un rapper può dire le stesse cose per anni, ma se lo fa con stile continuerà ad essere apprezzato. L’emblema di questa teoria è sicuramente Guè: il “ragazzo d’oro”, nonostante si sia più volte ripetuto in quanto a contenuti nell’arco della sua carriera, è indubbiamente uno dei capi della scena italiana.
A Zoda è sicuramente mancata questa capacità. Dal punto di vista stilistico Ufo risulta essere abbastanza piatto. L’immaginario alieno, seppur ben strutturato, non basta per coinvolgere e catturare completamente l’ascoltatore. Inoltre, il timbro e i flow poco originali conferiscono all’album poca musicalità, nonostante la schiera di super produttori presenti.

Nonostante l’obiettivo di abbattere i pregiudizi creati intorno al passato di Zoda, non sono rimasto particolarmente soddisfatto dell’album. Ufo non mi ha mai coinvolto completamente e mi ha lasciato poco anche dopo diversi ascolti. Seppur il disco possa essere definibile “rap” più di molti altri che vengono classificati come tali recentemente, risulta privo di un’identità stilistica. Le produzioni arricchiscono un lavoro appena sufficiente del rapper romano. Un disco molto più terrestre che “alieno”.