The Leftovers. 1978. Satriale. Tutto in meno di un anno.

La vita spesso è fatta di riprese e ritorni. O semplicemente di entusiasmo che si riaccende. O forse solo di follia.

Ape rappresenta un po’ tutte queste cose. È la strana vita dei rapper brianzoli, che si fermano senza apparente motivo e poi tornano più veloci di prima. Con tutte le cose da dire che si erano persi negli anni. Dalla Brianza alcolica dei primi 2000 a un panorama imballato di autotune, intervista all’mc più prolifico del momento.

D’altronde essere brianzoli è un’attitudine.

Nell’ultimo anno non smetti di fare uscire cose. Perché?

Perché sono stato fermo tanto, ma principalmente non è per compensare quello. Ci sono le condizioni giuste per farlo: la voglia di scrivere, quella di raccontare, un po’ di serenità a trecentosessanta gradi su altre cose, che prima non erano così lineari.

Satriale. Tre pezzi prima dell’estate. È un ep, una promessa, un progetto indipendente? C’è un concept?

Vincere il Festivalbar 2019 (ride). Allora, Satriale era il nome di un mixtape uscito nel 2006 con Kamo, subito dopo Generazione di Sconvolti. Ai tempi il mixtape era un progetto in cui mettevi dei pezzi tuoi inediti, all’interno di una playlist di canzoni. In questo caso le aveva mixate Kamo. Insieme a quattro miei pezzi fatti in collaborazione con dei rapper di zona: il mio socio Kuno e altri ragazzi, Nippon, Darkeemo…

Adesso quel concetto lì non esiste più. Adesso esistono le playlist, la gente il mixtape, se ci pensi, se lo può fare per i fatti suoi. Però la roba figa del mixtape, per quanto mi riguarda, è che in quei progetti tiravi fuori la parte un po’ più immediata, la parte un po’ più ignorante del fare musica. Quindi roba senza fronzoli, a quei tempi i pezzi si facevano sulle strumentali americane.

Satriale è composto da basi edite, ma molto street, molto terra terra come argomenti e contenuti. Per dirti, Grasso che Cola parla di me che incontro Daniele Attanasio e andiamo a fare una grigliata. Una cosa che ci raccontiamo di fare da anni, ma che non abbiamo mai fatto. E da lì è uscito un pezzo che magari in un disco non metteresti, Perché in un disco c’è un contest, c’è un’idea dietro, vuoi stare un po’ più alto. In questo caso invece puoi fare musica con più leggerezza.

Cosa vuol dire tornare a fare cose dopo tutto questo tempo.

Beh vuol dire… (pausa) bella domanda. Ci vuole un po’ di follia, perché è cambiato tutto. Nel senso che gli schemi, i metodi di ragionamento, le cose che vanno sono completamente diverse rispetto a prima. E io penso che sia come se stessi rifacendo la gavetta. Perché per quelli che sono i contesti in cui mi trovo, faccio la fila anche più degli altri, non ho vent’anni, non ho la freschezza né quell’immagine che, pronti via, risulta un po’ più accattivante. Poi chiaramente c’è uno zoccolo duro di gente che mi supporta, c’è comunque rispetto, ricordo, gente che ascolta le robe vecchie. Però ci vuole, più che follia, la consapevolezza del fatto che non puoi andare più di tanto lontano. Questo però, paradossalmente, mi dà più forza perché non me ne frega un ca**o. Non ho nessun fine, non ho nessun tipo di obiettivo se non quello di far bene la roba e migliorarla ogni volta che esce una nuova produzione.

E colmare quella casella che non ho riempito con altri progetti del passato. Non ho nessuna ansia da prestazione, è fighissima ‘sta cosa.

Ti faccio una domanda ma è una provocazione: ma perché c***o ti sei fermato?

Perché non era il momento giusto di fare roba. Io, anche ai tempi, non l’ho mai fatto per lavoro, non è mai stata la mia professione, non ho mai avuto un contratto con una major e quindi non avevo l’obbligo di rimanere in gioco. Nel momento in cui alcune cose personali sono cambiate, io avevo meno cose da dire e ho fatto altre scelte.

Però parliamoci chiaro, non è che quando sono usciti i miei dischi, venticinque e Generazione di Sconvolti, ci fosse tutto questo hype intorno al mio nome. Ho molto più hype adesso, rispetto a quegli album.

Forse c’è da dire che io non me ne accorgevo.

Anche perché non c’erano i social.

Sì è vero, c’era molta meno visibilità. Ma quegli anni rappresentano anche una fase di transazione dell’hip hop, non era una fase semplice. È quella che ha anticipato il mainstream.

Quindi un po’ è andata così, un momento di transizione, io che non avevo più niente da dire, ecco mi sono fermato.

È inutile che uno fa un disco, fa delle robe da far uscire se poi si deve ripetere. E non parlo di cifra stlistica, ma di mood e contenuti.

Quindi la scelta è stata questa.

Ritornando hai ritrovato i tuoi vecchi compagni di squadra?

In realtà la squadra adesso è un po’ diversa. Nel senso che i vecchi compagni di squadra, bene o male, negli in cui sono rimasto fermo hanno preso altre direzioni e, sul discorso musica, ci si frequenta pochissimo. Però, per esempio, Kuno è uno con cui ho riallacciato, abbiamo fatto Gemelli, (album del 2017 ndr) è comunque uno con cui ci siamo rimessi a fare roba no. Tuno e Gasto, invece, sono stati coinvolti come “gruppo d’ascolto” per The Leftovers e per 1978, ma non sono più parte attiva nei live o nella realizzazione dei dischi.

Cosa vuol dire fare rap in una scena di trapper “milionari” dal punto di vista dei follower?

(sorride) Ma ci credi che io lo considero un mondo a parte? Un fenomeno col quale non ci devo fare i conti più di tanto. Nel senso che per me la trap non è un genere, ma un modo di fare rap, è lo stile di adesso. Anche in passato ci sono stati momenti in cui andavano certe sonorità che hanno preso il sopravvento. Detto ciò, adesso esce talmente tanta roba che non è più un movimento.

È semplicemente tanta gente che esce, fa musica, e gli ascoltatori che si innamorano dell’artista.

Quindi onestamente non mi fa né caldo né freddo. Li vedo molto distanti. Ci sono cose molto più interessanti a metà tra le cosidette robe boom bap e la trap, che rappresentano delle vie di mezzo molto fighe, stimolanti.

È molto distante la cosa. Un altro campionato.

Ape per tutti era il rapper che sapeva raccontare, in una canzone, la fotografia dell’Italia. Sarà ancora così?

Ma io ti dico, è ancora così. La differenza è che è cambiato lo sguardo con cui vedo le cose e con cui le racconto.

Ma queste cose saranno palesi tra un po’ di tempo.

Noto infatti che The Leftovers sta avendo un po’ lo stesso percorso che ha avuto Venticinque. È partito in sordina e pian piano sta crescendo. E secondo me succederà la stessa cosa, certe cose arriveranno dopo. Le mie robe sono sempre arrivate un po’ dopo, si tratta solo di avere pazienza.

Chiaramente The Leftovers non è Venticinque, sono occhi e sguardi diversi, però alla fine c’è sempre quella roba lì.

Parliamo di 1978, com’è andata?

Intanto è il regalo che mi sono fatto per i quarant’anni. Volutamente molto classico come sonorità, come impostazione. Alla fine ci ho messo dentro le sonorità che in questo momento mi piacciono e quelle che amo da sempre: una roba west per Una stagione selvaggia, un pezzo con sonorità east, il Mambo degli Orsi, che ho fatto con Zampa su beat di Bassi, una roba un po’più club con Ill Papi, una roba storytelling con Lord Madness. Quindi ho messo dentro le cose che a livello di gusto mio, sia come sonorità, sia come tipo di pezzo mi piacciono di più.

1978 aveva questa connotazione, celebrare questi ca**o di quarant’anni che ho fatto.È uscito nello stesso anno di The Leftovers, è stato quindi importante dare continuità a quel progetto.

Il riscontro è stato molto positivo, sia di feedback che di copie, di tutto quello che ci gira intorno. Chiaramente sempre con le dovute proporzioni che mi competono, perché ovviamente sono ormai lontano dal discorso mainstream, o da quel giro dell’underground un po’ più alto, quello rappresentato da quatto o cinque artisti che sono stati capaci di salire a un buon livello. Con le dovute proporzioni sono soddisfatto di come è andata. È la mia dimensione.

Cosa vuol dire per te essere un rapper?

Saper filtrare la realtà e re-interpretarla. Perché la vedi, la scrivi, la descrivi e dai la tua versione. È come uno che scrive. Tu scrivi libri, vivi delle situazioni e le metti in un libro no? Solo che nel libro puoi scrivere un botto di roba, mettere più personaggi, hai meno vincoli. È difficile perché devi fare di più, devio produrre di più. Però hai più possibilità di raccontare e di raccontarti. Il rap secondo me è la stessa cosa solo che è tutto molto più concentrato, molto più corto. Hai meno tempo, devi essere più efficace, in primis intrattenere e poi far riflettere. Quindi per me essere un rapper vuol dire saper scrivere, nello spazio di una canzone, qualcosa in cui gli altri si possono immedesimare. A me quando mi scrivono “quel pezzo parla di me” oppure “non sai quanto mi conosci, perché scrivi delle cose che vivo anche io”, per me quello è bingo. Perché vuol dire che ho centrato l’obiettivo.

Quanto è importante per te questa cosa. Dopo averla lasciata per tanto, essere tornato e averla cominciata a fare in maniera “violenta”.

Violenta mi piace. Beh, per il tipo di vita che faccio adesso, che ha un ritmo molto sostenuto, molto pesante dal punto di vista di real life, in questo momento ha una grande importanza perché è quella valvola di sfogo per la quale se arrivi a fine giornata che sei incazzato, stressato, incasinato, inguaiato, il rap ti fa bene. Io quando salgo in macchina ho il mio quaderno e i miei beat; scrivo, faccio, è molto importante. Penso che sia più importante adesso rispetto a quando avevo venti, venticinque anni, nel periodo in cui ho fatto i miei primi dischi.

In quel caso non lo davo per scontato, ma pensavo sempre di avere tempo. Adesso che mi accorgo che di tempo ce n’è meno, sia perché le giornate sono riempite da altro, sia perché più vai avanti e più, insomma, per quanto le maglie si siano allargate non è che puoi fare il rap fino a cinquant’anni. Quindi me lo godo anche di più adesso.

I tuoi progetti futuri.

Sono a metà del nuovo disco. Abbiamo metà dei beat. Dovrei uscire per l’autunno. Il nono disco ha un ruolo importante, ma ancora di più ce l’avrà il decimo, a cui sto già pensando: un progetto particolare con una collabo particolare. Ma per questo parliamo già del 2020.

Diciamo che i prossimi due anni sono impegnati, poi si vedrà cosa deciderò di fare da grande.

Spengo il registratore. Siamo a Milano, è primavera inoltratissima. Mi chiedo come mai una persona realizzata in tutte le parti della vita abbia deciso di ributtarsi dentro cose che sembravano andate. Le jam da cinquanta persone, i palchi dimenticati, le serate in piazze ostiche da raggiungere, il clash continuo per risaltare in un panorama invaso da teenager molto più boyband che artisti, la sensazione di essere un po’ l’ultimo dei mohicani. Ma comunque mettere giù due barre e prendere in mano il microfono. Ecco, questo è hip hop.

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