Avanguardia. Andare oltre.

In ogni ambito artistico le modalità d’espressione e le tendenze seguite procedono sempre secondo le stesse dinamiche. Una forma d’arte nasce, si sviluppa e raggiunge una forma precisa definendo un canone classico, equilibrato e che diventa un modello. Successivamente, la ripetizione continua di questo modello porta alla sua esasperazione, alla sua deformazione, attraverso repliche vuote che non hanno nulla a che fare con l’originale. Quasi per contrasto, quindi, la tendenza successiva è di completa opposizione ai dettami classici: si cerca di fare arte che sia necessariamente e ostinatamente nuova, diversa. Infine, come sintesi del tutto, c’è l’avanguardia.

Si arriva a un punto in cui determinati artisti, avendo assimilato tutte le esperienze precedenti, producono qualcosa di nuovo e non classificabile, senza pensare a dove collocarsi, a come classificarsi e farsi classificare.

È così per ogni campo d’espressione, dalla letteratura – che, in Italia, è arrivata dalla misura di Petrarca al linguaggio stravolto dei futuristi – alla pittura. Il rap, ovviamente, non fa eccezione.

Nel rap italiano

Nei suoi quasi trent’anni di vita, il rap italiano si è mosso su un percorso esattamente omologo a questo. Dai primi esperimenti in inglese è arrivato alla definizione classica della seconda metà degli anni ’90. Quei modelli, poi, sono stati a lungo ricalcati, ricopiati, a volte svuotati, magari ricorrendo a stereotipi, facendo sì che si imponesse, per contrasto, una tendenza completamente opposta. Ecco, quindi, la voglia di tutti gli artisti ascrivibili alla “nuova wave”, alla trap e a tutte quelle schematizzazioni – antipatiche e a volte necessarie – di fare qualcosa di diverso, non sentendo più vicini a sé quei moduli ormai datati.

Alla fine, come sintesi di tutte queste esperienze tra loro opposte, nasce l’avanguardia. E così, nella scena italiana, vengono fuori artisti che gravitano attorno al mondo del rap – alcuni in maniera più stretta, altri meno – e che interpretano tutto alla loro maniera. Mentre tutti si scannano tra vecchia e nuova scuola, loro fanno quello che vogliono. Senza schemi, senza regole, prendendo ingredienti da mondi tra loro lontanissimi.

Un’esplosione

Non c’è stato un punto zero, un momento dal quale tutti hanno iniziato a muoversi su posizioni non canoniche. Se così fosse stato allora, per definizione, non avremmo avuto ciò di cui stiamo parlando.

Se dobbiamo però scegliere il primo di tutti gli avanguardisti del rap italiano allora salta fuori necessariamente il nome di Dargen D’Amico e il suo Musica Senza Musicisti, datato 2006. Da lì in poi la nazionale non ha vinto più nulla e gli artisti davvero rivoluzionari sono stati pochi, pochissimi, quasi nessuno. Nell’ultimo anno, invece, l’avanguardia è venuta fuori. Perché tutta insieme?

In questo senso un grosso contributo è arrivato proprio da tutto quel movimento che, per comodità, classificheremo semplicisticamente come trap. L’ondata portata da Sfera Ebbasta e ha avuto il grosso merito di far capire che se un ragazzo voleva rappare in maniera diversa era libero di farlo, senza la paura del giudizio della scena, senza il peso della tradizione. Ovviamente il meccanismo non è stato indolore, alcuni artisti – penso a Maruego nella fase iniziale della sua carriera – sono stati massacrati, ma il risultato lo si è avuto con una libertà maggiore di fare ciò che si vuole. Purtroppo anche i cosiddetti “trappers” si sono tra loro uniformati, perdendo tutta quella spinta propulsiva che avevano e suonando al 90% copie degli artisti principali del genere.

Poi, allora, fu il turno dell’avanguardia.

Ma di chi stiamo parlando?

A Milano

Andiamo a ritroso in ordine di tempo. Gli ultimi della nostra lista (solo appunto temporalmente) sono gli IRBIS37, trio milanese composto da Irbis, dNoise e Logos.Lux.

Lo scorso 20 marzo hanno pubblicato Schicchere, il loro disco prodotto da Undamento, che si riconferma maestra nell’andare a pescare questi talenti ibridi. Quello che fanno, infatti, mischia i generi, li confonde, abbinandoli a una scrittura ricercata. Qualcuno lo chiama itpop – lo stesso di, per intenderci, Dutch Nazari e Frah Quintale -, ma dento c’è tanta musica black, tanto r’n’b, ma anche il rap fatto come si deve. Il risultato è difficile da catalogare, ma è completo, appagante. Seguiteli.

Sempre a Milano è di base Masamasa. Negli ultimi dodici mesi ha compiuto un lavoro di definizione del proprio percorso artistico attraverso vari singoli che si succedono tra loro. Le strutture sono pop, ma i legami con il rap sono forti e si sentono, soprattutto nella scrittura.

In realtà, poi, per essere precisi Masamasa non è di Milano, è solo trapiantato lì, le sue origini sono campane, di Caserta. Sì, proprio la stessa Caserta di Speranza. Tra i due sembra ci sia – musicalmente parlando – poco da spartire: diverso l’immaginario, diversi gli stilemi, diversa senza dubbio la musica fatta e il pubblico di riferimento.

In Campania

Speranza rapper

In realtà i due sono grandi amici e la cosa l’ho potuta tastare con mano personalmente a un live di Federico, cioè Masamasa, ad Avellino, con un locale completamente impazzito per quell’underground hit che è Chiavt a mammt fatta da Speranza salito a sorpresa sul palco dal pubblico. Ecco, anche questa è avanguardia. Vedere due artisti che, pur facendo cose incredibilmente diverse dal punto di vista musicale, non si arroccano sulle loro posizioni, come in una guerra di trincea, ma che – oltre all’amicizia personale, ovviamente – capiscono che a unirli c’è la stessa voglia di fare la propria musica alla propria maniera.

Speranza, dal canto suo, è stato sicuramente uno degli artisti più di rottura dell’ultimo anno. La sua avanguardia, più che dal punto di vista musicale, è nell’approccio. Parte dal linguaggio, che mischia dialetto campano e francese, e si esalta nell’attitudine, così grezza da essere a tratti minacciosa. La sua avanguardia sta nell’essere netto, deciso: Speranza non concede mezze misure, è al 100% se stesso. Proprio come Massimo Pericolo, di cui abbiamo parlato più volte di recente.

Continuiamo senza spostarci dalla Campania. Non credo sia un caso che una regione con una tradizione artistica tanto forte, ma molto spesso quasi “periferica” rispetto ai principali circuiti nazionali, riesca a sfornare così tanti artisti che trovano una strada particolare per emergere. È questo il caso dei Fuera.

In Hero lo dicono a chiare lettere: “I miei miti sono tutti morti, ma lo sai che mi piace la techno”. E infatti la loro particolarità sta nei tappeti sonori, nelle influenze, che prendono pochissimo dal rap o dalla musica black in genere, ma, appunto, pescano a piene mani dalla techno e dall’elettronica acida, a tratti quasi noise. Dieci anni fa sarebbe stato quasi impensabile avere un prodotto così ben riuscito che mischiasse universi musicalmente così lontani. Loro hanno osato, e per questo hanno fatto avanguardia.

Galassie e pianeti

Molto spesso si parla del momento che il rap italiano sta vivendo. Lo si immagina quasi come un organismo, con tutte le parti tra loro collegate, guidate da un cervello pronto a coordinare il tutto. In realtà non è così, ed è un bene.

Il rap italiano è una micro-galassia, composta da pianeti che viaggiano lungo orbite diverse. Alcuni di questi sono centrali, quasi fermi, statici. Altri, ai margini della galassia, tanto da rendere difficile capire se appartengono ad essa, disegnano movimenti difficilmente decifrabili. Quella è l’avanguardia. E, nonostante la nostra tendenza a mettere etichette, segnare confini e buttare tutto in scatoloni come prima di un trasloco, alcuni artisti non possono essere inquadrati. Dobbiamo solo guardarli, o meglio ascoltarli, con un particolarissimo cannocchiale, sperando non si avvicinino mai troppo al centro della galassia. Abbiamo bisogno che stiano lì dove sono, a puntellare il cielo di varietà e unicità.

Sono la nostra avanguardia.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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