Il 19 aprile, in occasione della seconda tappa abruzzese del Tour europeo in Italia, presso il Beat Cafe di San Salvo (CH), abbiamo avuto il piacere di realizzare un’intervista a Dutch Nazari.

Per circa quarantotto ore ho avuto, almeno virtualmente, l’occasione di inseguire Dutch Nazari e band al seguito per l’Italia. Prima che mi giudichiate uno stalker però, o peggio ancora una groupie con i baffi, provo a spiegarmi meglio.

Tutto è partito il giorno prima (18 aprile), poiché c’è stata un’altra data del Tour europeo in Italia, sempre in Abruzzo, sempre dalle mie parti. Quindi ho avuto la mia prima reale occasione di ascoltare e assistere a questo nuovo live, al Dejavu di Sant’Egidio alla Vibrata (TE). Mentre il giorno seguente sono stato ospite degli amici di Urban Things, sempre gentili e disponibili, al Beat Cafe per il bis.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da entrambi gli ambienti. Se pur molto contenuti a livello di dimensioni, ospitavano un pubblico educato e partecipe. Sintomo di una fidelizzazione sempre più solida da parte della fan base di Dutch Nazari, che con questo disco ha catturato attenzioni importanti ed ottenuto ottimo riscontro, tanto da essere presente nella kermesse del famoso Concertone di Piazza San Giovanni, poco più di una settimana dopo.

 

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Innanzitutto mi tocca sicuramente ringraziare due persone, che in questa breve storia hanno avuto un ruolo fondamentale: Carolina e Andrea. CRLN è ormai un’amica speciale e anche ospite graditissimo di Rapologia, con la quale abbiamo potuto parlare della sua carriera, lo scorso anno (qui). Schiele invece è un esperto videomaker ma anche un rapper emergente della squadra di Glory Hole di cui avete già sentito parlare (qui).

Beh, se non fosse stato per loro non mi sarei divertito così tanto la prima sera e non avrei potuto conoscere Duccio di persona (perché Edoardo fa troppo istituzione). Per poi quindi accordarmi per il giorno dopo tramite l’aiuto tempestivo del team di Undamento.

In effetti alle 17 del giorno seguente, poco prima del routinario soundcheck con Sick e Matteo (Mowadrums, alla batteria), ci ritroviamo entrambi seduti, uno di fronte all’altro, sulla spiaggia di San Salvo (CH), con un sole ottimo e il dolce rumore del mare da sottofondo ad una delle conversazioni più illuminanti che possa mai ricordarmi:

Partiamo da una frase incipit che ha caratterizzato il tuo percorso musicale fino ad oggi. Perché “in un senso lato la vita”?
«“In senso lato la vita” è la premessa di alcune frasi. La prima volta era “una truffa ordita da uomini astuti”: ero un periodo che ero un po’ preso male, mi aveva lasciata la ragazza, un po’ depresso. In Amore Povero invece “in senso lato la vita è una trama condita di intrecci banali” poiché in quel periodo mi sembrava un po’ tutto scontato. Infine “in senso lato la vita è un lungo percorso in salita” rappresenta tutto quello che verrà.

Diciamo che è una premessa che può portare a tutto. È la prima intro che ho scritto in un disco prodotto da un’etichetta discografica. Mi è successo di richiamarla una volta e in maniera naturale l’ho riproposta ancora in questo album. Mi piace molto perché è una promessa molto larga che ti permette di arrivare a qualsiasi tipo di conclusione, a seconda di come si sta in quel periodo».

Tempo fa leggevo diverse riviste che ti definivano come una sintesi tra il rap e l’indie, altre invece come una delle nuove promesse dell’itpop. Se noi invece provassimo invece a darti del “cantautore-rap”, saresti d’accordo?
«Ammazza, certamente. In generale tutte le etichette che mi vengono attribuite lasciano il tempo che trovano. Secondo me servono solo a capire cosa ascoltare e magari chi sto ascoltando. Nel momento in cui poi ti rendi conto che ascoltando, per esempio me, ascolti una roba un po’ cantautorale, un po’ rap e anche un po’ elettronica, questa classificazione smette di avere senso. Non do molto peso a questo aspetto della mia carriera. Realizzo barre perché sono un rapper e sono io stesso l’autore dei miei pezzi. Quindi si, sono un rapper-cantautore».

Molti dei nostri lettori e cultori del genere sarebbero curiosi di sapere se torneresti in scena con i Massima Tackenza.
«Massima Tackenza è una famiglia splendida. Sono tutt’ora gli amici con cui esco quando sono a casa, a Padova. Quando torno lì, sento loro. Sono ancora miei fratelli ma col tempo ci si sta un po’ separando. Perché c’è Buzz che fa l’avvocato, Wairaki fa il producer e il Bomber (Bomber Citro, ndr) va per la sua strada nel percorso da solista. Perché no, comunque. Non è attualmente nei piani ma è una cosa che assolutamente rifarei».

E invece, hai mai pensato di tornare tu stesso a comporre qualcosa che abbia un legame più consistente con il rap?
«In qualsiasi momento si potrebbe tirare fuori una strofa e spaccare. E la cosa bella di saper rappare è proprio quella. Nonostante ciò il bello della musica è anche quello di non essere obbligatoriamente confinati ad un solo concetto. Ad un certo punto del mio percorso artistico, ho scoperto lo studio della musica. Ho incontrato Luca (Sick et Simpliciter, ndr), ho scoperto la tastiera, l’armonia, le scale… Ed è stata una figata! Sono contento di averlo fatto e di farlo ancora. Adesso quando canto sono consapevole della nota nella scala, anche quando sto rappando. L’ho studiata appositamente per questo motivo e ciò che ne viene fuori mi piace molto, la riascolto volentieri. Posso passare dal ritornello cantata al realizzare una strofa fittissima, figa, piena di incastri.

Poi ci sta il porsi dei “paletti” e avere l’idea delle cose fatte bene o fatte secondo le “regole”. Ma le cose fatte bene possono venire fuori anche contaminando il genere. L’idea della purezza incontaminata anche a livello politico era una roba da fasci, mentre la contaminazione l’ho sempre reputata una bellissima occasione di crescita, fin da ragazzino. La persona di colore, con etnia diversa dalla mia, ti insegna altri usi e costumi. E allora perché non posso riconoscere un altro genere musicale che magari mi porti a qualcosa di nuovo? Magari ad utilizzare un theremin, perché no? Il tipo che ti viene a dire “ma questa roba non è hip hop” per me ha una visione abbastanza ristretta della realtà, per non dire leghista. Ci sta fare le cose con un certo tipo di valori, determinate caratteristiche e alcuni “paletti”, ma senza imporsi ulteriori limiti inutili».

Com’è cambiato Dutch Nazari da Diecimila Lire a Ce lo chiede l’Europa? Percepisci un cambiamento anche a livello personale?
«Sono cambiato innanzitutto perché sono cresciuto. Avevo 23 anni quando ho composto Diecimila Lire. Era il 2012 quando ho scritto Speculation e quindi sono passati un bel po’ di anni. Dal punto di vista stilistico ti dico che tutte quelle canzoni lì mi piacciono ancora molto. La cosa bella dell’aver aspettato per poter fare la musica “mia”, è questo. Ci sono per esempio delle strofe che ho scritto a 16-17 anni che non mi piacciono più. Per fortuna, poi, tutto quello che si è chiamato Dutch Nazari è roba che io rivendico pienamente. Dal punto di vista strettamente tecnico, c’è il fatto che nel frattempo che ho scoperto la musica. Venivo dal beat in cuffia a cui stai attento soltanto alla cassa rullante e penna sul foglio.

Oggi stiamo facendo musica invece, quindi: note, posizionamento degli accenti, intonazione, impostazione della voce e tutto il resto. Ad un certo punto mi sono ritrovato a passare dalla grande soddisfazione di poter dire un sacco di parole in un testo solo, alla sfida del metterne meno e riuscire a dire comunque tutto quello che hai in testa, che è decisamente molto più difficile».

Nei tuoi brani ci sono moltissimi riferimenti artistico-letterari (es Mirò, Girasoli ndr). Una singolarità che alimenta la nostra precedente teoria sul “rap-cantautore”. Ma com’è il tuo rapporto con l’arte?
«L’arte è tutto, ovviamente. Anche quello che facciamo noi ha un po’ l’ambizione di essere quella cosa lì. La musica è arte. In generale il mio tipo di approccio nei confronti di espressioni artistiche (grafiche, pittoriche, ndr) è quello di un bambino. A me piace tutto. Guardo tutto, volentieri. Come un bambino curioso di vedere qualsiasi cosa. A volte però capita che non ne capisca granché. Anzi, molte cose dell’arte pittorica, soprattutto dal Novecento in poi. L’impressionismo e tutto ciò che viene dopo.

Tuttavia, ho la fortuna di avere mia madre che è molto esperta di arte. Quindi anche tutte le volte che abbiamo viaggiato in famiglia, mia madre, per ogni monumento o quadro ci dava delle spiegazioni precise. Io non sono molto “alfabetizzato”, però mi piace ciò che vedo, anche se certe volte non capisco benissimo. Ogni volta che vedo qualcosa di nuovo son contento, soprattutto se dall’esperienza riesco poi a tirare fuori l’idea di una nuova canzone».

Mi colpisce molto la vostra abitudine nell’utilizzare molti sound elettronici e sicuramente l’aiuto di Sick et Simpliciter è fondamentale da questo punto vista.
«Ho la fortuna di conoscere artisti come Cosmo o Generic Animal che è gente che potenzialmente, non sempre, si auto-produce. E anche quella di avere un producer bravissimo che è Sick et Simpliter. Lui è a tutti gli effetti un producer elettronico. Il nostro incontro ha dato sicuramente un po’ di brio al mio percorso artistico. Io ero un rapper beat e penna, quindi cassa rullante e taglio del campione. Mentre lui componeva produzioni elettroniche senza linee vocali.

Tendenzialmente rispettiamo i nostri compartimenti: io la penna, lui gli strumenti. Ma siamo sempre nella stessa stanza quando lavoriamo. Quindi tutto quello che riguarda l’aspetto dei suoni e dell’armonia sono magari anche io a sceglierli, mentre tutto quello che riguarda il vestito del brano, la struttura, l’arrangiamento, le note o le frequenze da utilizzare, è tutta roba che fa Luca e lo fa benissimo. Con il suo classico approccio alla musica, ovvero quella dove il testo non serve. In effetti potrebbe uscire con produzioni da solista e ti dico che accadrà sicuramente».

Quali sono gli artisti rap italiani con cui vorresti poter lavorare? C’è qualcuno che ti colpisce attualmente?
«Sono riuscito a collaborare un po’ con tutte le persone che mi piacevano. Appena avevo voglia di fare qualcosa con qualcuno, è sempre stato molto facile riuscire a farlo. Lavorerei di nuovo con ognuno di loro, perché sono alcuni dei miei miti. Compreso Murubutu, che mi ha contattato per avere il feat nel suo nuovo album.

Per quanto riguarda gli artisti che ultimamente mi hanno colpito, dirò una cosa che stanno dicendo tutti, quasi banale. Ma sicuramente adesso il nome da fare è Massimo Pericolo. È un grande. Un altro nome che spesso mi piace fare, per stupire la gente che pensa che io ascolti determinate cose simili a quello che già faccio, è Lazza. Secondo me Lazza è un fenomeno. È decisamente tra i miei rapper preferiti. Ha un sacco di talenti, tra cui uno in particolare è quello di scrivere delle rime che ti sbattono letteralmente in faccia l’immagine che sta descrivendo in quel momento».

Probabilmente dietro un titolo così evocativo si nasconde un vero e proprio messaggio “socio-politico”.  E se così fosse, secondo te è arrivato?
«Mah, io più che voler far arrivare un messaggio alla gente, vorrei poter creare discussione. Ed è accaduto. Le canzoni che scrivo in questa parte della mia vita, ma soprattutto in questa fase politica del mondo, sono espressione di una confusione ideologica. Le basi e le strutture di credo politico del Novecento sono state ribaltate. E sebbene le istanze permangano, è molto difficile capire quali siano le risposte a questo “casino”. Ad esempio, la soluzione di sinistra alla disoccupazione sarebbe la statalizzazione dell’industria e fare produzione massiccia di beni, in modo che tutti possano lavorare. Solo che nel frattempo, la terra (l’ambiente, ndr) sta “esplodendo” e quindi come si risolve questa roba qui? La soluzione è fare le fabbriche o non farle? E se non le facciamo, come si mangia?

Quando si entra nei tecnicismi della politica ci sono varie problematiche d’interesse in cui la fede politica s’imbatte, le cui possibili soluzioni mi danno degli spunti sui cui porre delle domande ironiche a cui personalmente nei testi non rispondo. Lascio liberamente a chi mi ascolta, la facoltà di rispondere o magari di porsi le stesse questioni. Invece la gente non vede l’ora di etichettarti, anzi, di decidere che ti ha capito. Qualcuno mi ha preso addirittura per un fascio-leghista, altri per populista. Addirittura, l’Internazionale ha realizzato un articolo in cui mi si è dato del “sovranista”. Quando per me è scontato in parte esserlo, in quanto l’articolo 1 della Costituzione lo dice chiaramente. Essere sovranisti sarebbe bello, se non fosse che adesso questo credo politico sia rappresentato dal ministro Salvini…»

Sicuramente tu e Willie Peyote oltre ad essere ottimi amici, condividete anche parecchie idee.
«Eh si. Guglielmo condivide con me molte idee e molti dubbi e molte domande. Il mestiere che facciamo serve anche a questo, a porsi dei quesiti. C’è qualcuno che ha “misundersteso” le mie intenzioni ma ad ogni modo Ce lo chiede l’Europa è stato scritto e prodotto proprio per essere interpretabile in totale libertà».

Sei soddisfatto dal riscontro che stai avendo con Ce lo chiede l’Europa?
«Sono senz’altro soddisfatto. Dopo il Concertone del Primo Maggio a Roma saremo anche sul palco della Collinetta al Mi Ami il 24 maggio a Milano. Ci siamo tolti molte soddisfazioni quest’anno. Ho suonato nella mia città al CSO Pedro il 1 febbraio, che è il centro sociale in cui io sono nato e cresciuto praticamente. Ed era pienissimo! Grande soddisfazione quindi da questo punto di vista. Poi c’è sempre sta cosa che i miei amici sono molto famosi (Willie Peyote, Frah Quintale, ndr), quindi non mi sento mai di essere arrivato a chissà quale risultato (ride, ndr). Però non mi lascio distrarre troppo da questa cosa, anzi son contentissimo per loro mentre io continuo per la mia strada tranquillamente senza fermarmi. Come si dice di solito: “sky is the limit”».

La fotografia che costituisce la copertina di quest’album è davvero iconica. Com’è venuta fuori?
«Ci piaceva l’idea di un contrasto. E quello che è venuto fuori alla fine, come vedi, è la foto di otto ragazzi: io Sick, un amico di sempre a cui piace la nostra musica, un altro nostro amico che era lì a Bruxelles per lavoro e delle ragazze, tra fidanzate e amiche. Il contrasto viene rappresentato dai ragazzi in costume sulla spiaggia, allegri e spensierati, come se fosse estate, mentre il cielo è molto nuvoloso e dietro vi è di fatto quello che definisco “ecomostro”. C’è un’allegoria di fondo.

Poi il disco si chiama Ce lo chiede l’Europa e la foto è stata scattata vicino a Bruxelles che, non a caso, è la capitale dell’Europa. L’idea era appunto quella di rappresentare le varie sfaccettature che il concetto di Europa possiede. Quindi da un lato quello che sarebbe il capitale umano, i popoli, quello che ci piace di questo continente e quello che ci definisce europeisti; e dall’altro quello che risulta essere un grosso problema: lo sviluppo economico, neoliberista e che porta poi a dei “mostri” come il palazzo dietro ai ragazzi della foto».

Il tuo sodalizio con Sick et Simpliciter è ormai ben consolidato. Anche se personalmente noto una diversa impostazione musicale rispetto agli album precedenti. Questo disco sembra più “suonato” che “prodotto”, mi sbaglio?
«Abbiamo arrangiato il live con il batterista, ma le strumentali sono comunque state realizzate prima di conoscerlo e sono state tutte prodotte normalmente con Ableton. Ho diversi processi di scrittura, a volte su piano, a volte su un beat. Ma la skill irrinunciabile di Luca è la capacità di sartoria sul prodotto finale. Cioè, a roba praticamente finita, lui riesce sempre a rifinire il pezzo in maniera estremamente precisa. Oggi poi, un conto è la musica da ascoltare in cuffia che si può realizzare tranquillamente al computer, e un conto è la musica da suonare in live. Stare tutti sul palco è sicuramente più bello, in quanto si ottiene uno show maggiore. Infatti, il mio obiettivo è quello di portare il più persone possibili sul palco. Mi piacerebbe portarne almeno un altro».

Ma secondo te, Samantha ama veramente Marcello?
«Bella domanda. Forse non più. Però di sicuro c’è stato qualcosa. Finché è durato, è stato bello».

Correlato all’intervista a Dutch Nazari:

Grafica di Lorenzo Alaia e Ciro Maria Molaro.

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