Un punto di vista personale su The Voice of Italy, il talent che vede Guè Pequeno nella giuria e che dà continuità a Sanremo.

The Voice Of Italy è l’ultima testimonianza concreta di come il rap italiano sia finalmente riuscito a penetrare nel tessuto sociale in modo attivo (e non come conseguenza della cronaca, rosa o nera che sia poco importa). Così, senza neanche accorgecene, ritroviamo uno dei capisaldi del genere come Guè Pequeno che, senza mezzi termini, conquista un posto da protagonista in un format che negli U.S.A. è ultra-popolare già da tempo e che nell’attuale edizione italiana ha deciso di svecchiarsi, cercando di calibrare in modo più o meno riuscito le competenze e la risonanza mediatica dei suoi giudici.

Ma se a primo impatto la distribuzione della conoscenza della materia possa sembrare mal distribuita tra Morgan, Elettra Lamborghini, Guè e Gigi D’Alessio, ci si rende conto presto di come sia proprio questa diversità a destare curiosità tra gli spettatori fissi della televisione generalista ed in quelli casuali, spinti dalla novità. Non è un caso infatti che lo show andato in onda in prima serata abbia raggiunto un picco di ascolti, testimoniato dal primo posto delle tendenze di Twitter sia nella prima che nella seconda puntata.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Oggi la nostra #CoachFamily ha presentato #TVOI alla stampa in grande stile, come sempre! ???

Un post condiviso da The Voice Of Italy (@thevoice_italy) in data:

Ma come può essere interpretato questo inaspettato debutto di Guè Pequeno nei circuiti in cui ha sempre sognato di entrare con prepotenza? Beh, sicuramente Mr. Fini non sarà in grado di ammaliare concorrenti e pubblico con un pianoforte o con delle scale vocali, ma è la sua stessa presenza a rappresentare la convinta vittoria del cambiamento. Come dimostrano gli attestati di stima dei colleghi, apparentemente molto distanti dal suo mondo ma consapevoli del suo peso specifico all’interno del rap game italiano, che ormai è uscito dalla nicchia ed è divenuto di dominio pubblico.

È curioso vedere come nelle prima fasi delle Blind Audition, molti dei concorrenti in gara- nonostante una piccola carenza di talento limpido – siano lì presenti proprio per l’ex membro dei Club Dogo: dalle gemelle albanesi in fissa con il rap sino al vocalist con la sindrome dell’apparire, che sembra abbia presenziato solo per poter dire a Gue di essere cresciuto con Note Killer, pur lasciandoci il beneficio del dubbio. Senza tralasciare Ilenia e Josuè, che hanno preferito Guè nonostante la loro naturale attitudine portasse altrove, verso un Morgan ad esempio.

Questa stagione di The Voice ci dice chiaramente che i modelli in Italia stanno finalmente cambiando dato che – con buona pace delle vecchie glorie – il presente non può più essere rappresentato da personaggi del passato, ma ha bisogno di nuova linfa, di un nuovo linguaggio e di nuovi protagonisti. Per far sì che ciò avvenga è necessario che siano i canali comunicativi principali a spingere per la rivoluzione, proponendosi con coraggio e spalancando le porte al nuovo che avanza, nonostante i difetti e gli apparenti limiti del bacino d’utenza. Pensare che persino Sanremo è stato in grado di aprire uno spiraglio, che delle radici italiane ne ha sempre fatto delle catene indistruttibili. Chi avrebbe mai pensato a Mahmood ed Achille Lauro in quanto protagonisti in un contesto simile? Nessuno.

La speranza è che questa fase di cambiamento sia realmente in atto e che i proprietari dei circuiti mainstream non stiano solo strumentalizzando la temporanea visibilità del rap italiano e dei suoi protagonisti, che poi temporanea ormai non lo è più. Qualcosa si intravede all’orizzonte, speriamo che non sia un miraggio.

L'articolo Guè Pequeno a The Voice of Italy: quando il rap vince ai punti proviene da Rapologia.it.